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Espulsione

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161 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Espulsione dello straniero: reato lieve ma allontanamento valido
Lo Straniero, condannato per spaccio di lieve entità, ha impugnato il provvedimento di espulsione dello straniero dal territorio italiano. La difesa sosteneva che la scarsa gravità del fatto e lo stato di emarginazione escludessero la pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della misura. I giudici hanno chiarito che anche un reato di lieve entità può giustificare l'allontanamento se emerge una concreta pericolosità sociale. Nel caso specifico, Lo Straniero traeva il proprio sostentamento esclusivamente dall'attività illecita e aveva continuato a delinquere nonostante precedenti condanne e misure cautelari in corso.
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Espulsione e riduzione pena: quando manca l’interesse a ricorrere
Lo Straniero, condannato per traffico di stupefacenti ed espulso dall'Italia come misura alternativa alla detenzione, ha richiesto la rideterminazione della pena a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale. Il giudice dell'esecuzione ha dichiarato inammissibile la richiesta poiché la sanzione era già stata espiata tramite l'allontanamento dal Paese. Lo Straniero ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che un suo eventuale rientro illegale avrebbe riattivato la pena detentiva, mantenendo vivo il rapporto esecutivo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per mancanza di un reale interesse a ricorrere. L'interesse non può infatti fondarsi sulla prospettiva di commettere un futuro reato, ovvero il rientro illegale nel territorio dello Stato. Lo Straniero è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Espulsione dello straniero: no se la pena è di soli due anni
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un cittadino straniero condannato a due anni di reclusione per rapina impropria aggravata. I giudici di merito avevano ordinato anche l'espulsione dello straniero dal territorio nazionale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso del condannato limitatamente alla misura di sicurezza. L'art. 235 del codice penale stabilisce infatti che l'espulsione dello straniero possa essere disposta solo se la pena detentiva inflitta supera i due anni. Essendo la condanna pari esattamente a due anni, la misura è illegittima. La Corte ha invece confermato la condanna per rapina, escludendo il concorso anomalo poiché l'imputato, agendo sotto gli occhi della vittima, aveva accettato il rischio di una sua reazione violenta. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordine di espulsione, confermando la pena detentiva.
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Espulsione dello straniero: convivenza non provata e rimpatrio
Il Tribunale di sorveglianza ha confermato il decreto di espulsione dello straniero detenuto con pena residua inferiore a due anni. Il cittadino straniero ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di convivere in Italia con il fratello e la cognata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché il ricorrente si è limitato ad affermazioni generiche sulla convivenza, senza fornire prove concrete del rapporto che avrebbe potuto impedire l'allontanamento. Di conseguenza, l'espulsione dello straniero è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Reingresso illegale dello straniero: no alle nozze come scudo
Un cittadino straniero, precedentemente espulso dall'Italia, vi ha fatto rientro senza la necessaria autorizzazione governativa. Per superare i controlli alla frontiera, l'uomo ha esibito documenti con generalità parzialmente modificate a seguito del matrimonio con una cittadina dell'Unione Europea. La difesa ha sostenuto che il matrimonio e la presentazione non clandestina escludessero il reato. La Corte di Cassazione ha invece dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna per il reato di reingresso illegale dello straniero. I giudici hanno chiarito che il matrimonio con una cittadina comunitaria non cancella l'obbligo di richiedere la preventiva revoca del provvedimento di espulsione prima di rimettere piede in Italia.
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Reato di soggiorno illegale: convivenza non evita l’espulsione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di uno straniero condannato per il reato di soggiorno illegale. L'uomo era stato condannato a settemila euro di multa, sanzione poi sostituita con l'espulsione dall'Italia. Il ricorrente ha contestato la decisione lamentando la violazione del divieto di doppio giudizio e facendo valere la convivenza con una cittadina italiana. La Suprema Corte ha ritenuto infondato il primo motivo poiché non esistevano altre sentenze definitive sullo stesso fatto. Gli altri motivi sono stati giudicati inammissibili perché non erano stati proposti nel precedente giudizio di appello. Lo straniero è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio e condanna: l’espulsione dello straniero va motivata
Il Tribunale aveva condannato un cittadino straniero per spaccio di sostanze stupefacenti, avendolo trovato in possesso di oltre quattro chili di cocaina e ingenti somme di denaro. Tuttavia, il giudice non aveva disposto l'espulsione dello straniero dal territorio nazionale a pena espiata. Il Procuratore Generale ha fatto ricorso in Cassazione per questa omissione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice di merito deve valutare concretamente la pericolosità sociale del condannato prima di escludere o applicare la misura di sicurezza. La sentenza è stata annullata limitatamente a questo punto, con rinvio al Tribunale per un nuovo esame.
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Sospensione condizionale della pena: esclusa dal Giudice di Pace
Lo Straniero è stato condannato dal Giudice di Pace a una multa di settemila euro per non aver rispettato l'ordine di espulsione del Questore. Il difensore ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il diniego della sospensione condizionale della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la sospensione condizionale della pena non si applica alle sanzioni irrogate dal Giudice di Pace, come stabilito dall'articolo 60 del decreto legislativo numero 274 del 2000. Lo Straniero perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reingresso illegale dello straniero: ricorso inammissibile
Un cittadino straniero, precedentemente espulso, è stato condannato a otto mesi di reclusione per il reato di reingresso illegale dello straniero nel territorio dello Stato senza la necessaria autorizzazione. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la valutazione della sua pericolosità sociale, il diniego delle circostanze attenuanti e la sostituzione della pena con l'espulsione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che le contestazioni del ricorrente si risolvevano in un semplice dissenso rispetto al merito della decisione, senza evidenziare reali vizi logici o strutturali nella motivazione della sentenza d'appello. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Espulsione dello straniero: patteggiare non evita la misura
Un cittadino straniero, condannato tramite patteggiamento a due anni e otto mesi di reclusione per spaccio di stupefacenti, non ha ricevuto alcuna statuizione dal giudice circa la sua eventuale espulsione. Il Procuratore Generale ha impugnato la sentenza lamentando l'omessa valutazione di questa misura. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'espulsione dello straniero prevista dalla legge sugli stupefacenti, pur richiedendo l'accertamento in concreto della pericolosità sociale del soggetto, costituisce una misura la cui valutazione è obbligatoria per il giudice, anche in caso di patteggiamento. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza limitatamente a questo punto, disponendo il rinvio al Tribunale affinché compia la necessaria valutazione sulla pericolosità sociale e decida sull'espulsione.
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Patto violato: i limiti dell’impugnazione sentenza patteggiamento
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un cittadino straniero contro la sentenza di patteggiamento emessa dal Tribunale di Bergamo. L'imputato era stato condannato a un anno e sei mesi di reclusione e alla multa di 2.500 euro per spaccio di lieve entità, con contestuale espulsione dal territorio nazionale. La Suprema Corte ha ricordato che l'impugnazione sentenza patteggiamento è consentita solo in casi tassativi, come l'errore sulla volontà o l'illegalità della pena. Le contestazioni del ricorrente sulla congruità della sanzione e sulla misura di sicurezza sono state ritenute generiche e non deducibili in questa sede. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Espulsione dello straniero detenuto: affetti contro sicurezza
La Corte di Cassazione ha confermato il provvedimento di espulsione dello straniero detenuto, rigettando il ricorso di un cittadino extracomunitario. L'uomo, con una pena residua inferiore a due anni, era stato destinatario di un decreto di espulsione come misura alternativa alla detenzione. Il ricorrente si opponeva lamentando la violazione del diritto alla vita familiare, dichiarando di avere parenti in Italia. Tuttavia, i giudici hanno rilevato la mancanza di una reale integrazione sociale e lavorativa, aggravata da comportamenti violenti tenuti in carcere. La Suprema Corte ha chiarito che l'espulsione è legittima se non vi sono concreti rischi di persecuzione nel Paese d'origine e se la convivenza con familiari non è effettiva, confermando così il rimpatrio del soggetto.
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Espulsione dello straniero: la famiglia non salva chi delinque
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero contro il provvedimento di espulsione dello straniero disposto dal Magistrato di Sorveglianza. Lo Straniero, condannato per spaccio di droga e privo di fonti di reddito lecite, sosteneva che la presenza della sorella in Italia costituisse un legame familiare idoneo a bloccare il rimpatrio. I giudici hanno invece confermato la legittimità del provvedimento. La presenza della famiglia non ha infatti impedito allo Straniero di commettere reati, e la sua difesa non ha dimostrato l'esistenza di rapporti familiari attuali e stabili. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Soggiorno irregolare: la Cassazione smentisce l’assoluzione
Il Giudice di pace aveva assolto uno straniero accusato del reato di ingresso e soggiorno irregolare, ritenendo la norma italiana in contrasto con la Direttiva europea sui rimpatri. Secondo il giudice, la sanzione penale ostacolava l'allontanamento rapido dello straniero. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della Procura, stabilendo che il reato di soggiorno irregolare non contrasta con le norme europee. La legge italiana prevede infatti un'ammenda che può essere sostituita con l'espulsione immediata, accelerando anziché rallentare il rimpatrio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza di assoluzione e ha disposto un nuovo processo davanti a un diverso Giudice di pace.
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Soggiorno irregolare: la Cassazione smentisce l’assoluzione
Il Giudice di pace assolveva un cittadino straniero dal reato di soggiorno irregolare, ritenendo l'articolo 10-bis del Testo Unico Immigrazione incompatibile con la Direttiva europea sui rimpatri. Il Procuratore generale impugnava la decisione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il reato di soggiorno irregolare punito con l'ammenda non contrasta con la normativa europea, poiché la sanzione pecuniaria o l'espulsione sostitutiva non ostacolano le procedure di rimpatrio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza di assoluzione e ha disposto un nuovo giudizio.
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Misura di sicurezza dell’espulsione: stop all’errore dei giudici
Un cittadino straniero, condannato per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali, ha impugnato la sentenza d'appello. La Corte d'Appello aveva riconosciuto nella motivazione il venir meno dei presupposti per l'allontanamento dal Paese, ma aveva dimenticato di revocarlo nel dispositivo finale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso sul punto, stabilendo che la contraddizione tra motivazione e dispositivo va sanata eliminando la sanzione non più giustificata. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la decisione limitatamente alla misura di sicurezza dell'espulsione, confermando nel resto la condanna e negando la concessione delle attenuanti generiche a causa dei precedenti penali del condannato.
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Cittadini italiani: no alla misura di sicurezza dell’espulsione
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza della Corte di appello di Brescia limitatamente all'applicazione della misura di sicurezza dell'espulsione nei confronti di tre imputati. I giudici di secondo grado avevano ordinato l'allontanamento dei tre soggetti dal territorio dello Stato a pena espiata, ritenendoli erroneamente cittadini stranieri. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dei loro difensori, rilevando che i tre ricorrenti sono in possesso della cittadinanza italiana. Di conseguenza, l'applicazione della misura di sicurezza dell'espulsione è stata dichiarata illegale ed eliminata dalla sentenza. I ricorsi degli altri coimputati, condannati per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e spaccio, sono stati invece rigettati o dichiarati inammissibili, confermando le rispettive condanne e le sanzioni pecuniarie.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo blindato costa caro
Due imputati, dopo aver concordato l'applicazione della pena per reati di droga, hanno proposto ricorso per cassazione contestando la mancata assoluzione immediata, la mancata restituzione del denaro sequestrato e l'ordine di espulsione dal territorio nazionale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento. I giudici hanno chiarito che, per legge, i motivi di impugnazione contro la sentenza di patteggiamento sono tassativi e non possono riguardare la mancata pronuncia di proscioglimento o l'omessa statuizione sui beni sequestrati. Inoltre, la sostituzione della pena con l'espulsione è una misura di favore non contestabile in mancanza di un interesse concreto. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Trattenimento del cittadino straniero: nullo dopo il soccorso
Il caso riguarda un cittadino straniero soccorso in mare e condotto a Pantelleria, dove le autorità lo hanno identificato e sottoposto a quarantena. Successivamente, l'amministrazione ha disposto l'espulsione e il trattenimento del cittadino straniero presso un centro di permanenza, sostenendo che fosse entrato in Italia eludendo i controlli. Il Giudice di Pace ha prorogato tale misura. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dello straniero, stabilendo che chi viene soccorso in mare e subito identificato non si sottrae ai controlli di frontiera. Di conseguenza, il decreto di espulsione e il successivo trattenimento del cittadino straniero sono illegittimi. La Suprema Corte ha annullato senza rinvio il provvedimento di proroga.
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Reingresso illegale dello straniero: il nuovo cognome non salva
Un cittadino straniero, già espulso dall'Italia, vi faceva rientro senza autorizzazione esibendo un passaporto con un nuovo cognome, ottenuto legalmente all'estero dopo il matrimonio con una cittadina dell'Unione Europea. L'imputato sosteneva di aver agito in buona fede, ritenendo che il matrimonio e il regolare transito in Grecia avessero annullato il divieto di rientro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna a un anno di reclusione per il reato di reingresso illegale dello straniero. I giudici hanno chiarito che il matrimonio con una cittadina comunitaria non elimina automaticamente il divieto di reingresso, essendo sempre necessaria la preventiva autorizzazione ministeriale. Inoltre, il cambio di cognome e il passaggio in Grecia sono stati considerati espedienti per eludere i controlli di frontiera, escludendo qualsiasi buona fede o errore scusabile.
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