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Equo Indennizzo Per Irragionevole Durata

9 provvedimenti applicano questo termine

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Equo indennizzo per irragionevole durata: vittoria in Cassazione
Alcune società hanno richiesto l'equo indennizzo per irragionevole durata a causa di una procedura fallimentare iniziata nel 1996 e conclusa nel 2016. La Corte d'Appello ha respinto la domanda ritenendola tardiva. Secondo i giudici di merito, il termine di sei mesi per chiedere il risarcimento decorreva dalla scadenza dei sei mesi previsti per l'impugnazione dalla riforma del 2009. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso delle società. Trattandosi di un fallimento avviato nel 1996, si applica la disciplina precedente, che prevedeva un termine lungo di impugnazione pari a un anno e non a sei mesi. Conseguentemente, il ricorso per l'equo indennizzo per irragionevole durata è stato presentato nei tempi corretti. La Suprema Corte ha annullato la decisione e rinviato la causa per un nuovo giudizio.
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Equo indennizzo per irragionevole durata: stop a inutili ostacoli
Due cittadini chiedono l'equo indennizzo per irragionevole durata di un giudizio amministrativo dinanzi al Tribunale Amministrativo Regionale. La Corte di Appello rigetta la richiesta. I giudici territoriali motivano il rifiuto con la mancata prova del deposito della tempestiva istanza di prelievo. I cittadini impugnano la decisione dinanzi alla Corte di Cassazione, contestando la violazione del contraddittorio e la dubbia legittimità costituzionale di tale vincolo procedurale. La Suprema Corte accoglie i dubbi dei ricorrenti. I giudici di legittimità evidenziano il potenziale contrasto della norma con la Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, poiché l'istanza di prelievo non accelera concretamente il giudizio. La Cassazione dispone quindi il rinvio della causa a pubblica udienza per una trattazione congiunta e approfondita della questione di costituzionalità.
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Prescrizione penale ed equo indennizzo per irragionevole durata
Un cittadino ha richiesto l'equo indennizzo per irragionevole durata a seguito di un processo penale durato oltre sei anni e concluso con la prescrizione del reato. La Corte d'Appello ha respinto la domanda applicando la presunzione legale di assenza di danno per l'imputato prosciolto per prescrizione. Il ricorrente ha impugnato la decisione sostenendo l'incostituzionalità della norma e l'effettiva esistenza del disagio subito per la pendenza del giudizio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la piena legittimità costituzionale della presunzione. I giudici hanno stabilito che l'estinzione del reato bilancia il ritardo della giustizia, salvo che l'interessato provi concreti danni lavorativi o personali derivanti dall'eccessiva durata.
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Equo indennizzo per irragionevole durata: no al curatore
Un professionista, dopo essersi dimesso dal ruolo di curatore fallimentare, ha richiesto l'equo indennizzo per irragionevole durata della procedura concorsuale protrattasi per oltre ventisette anni. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda per difetto di legittimazione, ritenendo che il curatore sia un ausiliario del giudice e non una parte del processo. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando sia il ricorso principale del professionista sia quello incidentale del Ministero della Giustizia sulla tardività. La Suprema Corte ha stabilito che l'attesa per la liquidazione del compenso rientra nel rischio professionale e non genera un danno risarcibile ai sensi della Legge Pinto. Di conseguenza, il professionista perde la causa ed è condannato a pagare le spese legali.
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Equo indennizzo per irragionevole durata: lo Stato deve pagare
Un cittadino, socio di una società fallita nel 1988 e chiusa nel 2019, ha richiesto l'equo indennizzo per irragionevole durata della procedura fallimentare. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, liquidando oltre 13.000 euro. Il Ministero della Giustizia ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la richiesta fosse tardiva perché proposta oltre il termine di sei mesi introdotto dalla riforma del 2009. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del Ministero, confermando che la chiusura è una fase interna al fallimento iniziato nel 1988, a cui si applica il vecchio termine di un anno. Il cittadino ha quindi diritto all'indennizzo perché la domanda è stata presentata tempestivamente.
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Processo estinto e risarcimento: sì all’equo indennizzo per il convenuto
Una cittadina, convenuta in un giudizio civile per responsabilità professionale poi estintosi per mancata riassunzione dopo la morte dell'attrice, ha chiesto l'equo indennizzo per irragionevole durata del processo. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, presumendo la mancanza di sofferenza per l'estinzione del giudizio. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della donna. I giudici di legittimità hanno stabilito che la presunzione di insussistenza del danno non si applica automaticamente al convenuto. Per chi subisce la causa, infatti, la mancata riassunzione non indica disinteresse, ma la legittima volontà di veder morire un processo gravoso. La decisione è stata cassata con rinvio per una nuova valutazione.
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Equo indennizzo per irragionevole durata: ricalcolo in Cassazione
Un lavoratore ha richiesto l'equo indennizzo per irragionevole durata del fallimento della propria azienda datrice di lavoro, durato oltre vent'anni. Il Ministero della Giustizia si è opposto, evidenziando che gran parte del credito era stata già pagata dal Fondo di Garanzia INPS. La Corte d'Appello ha ridotto drasticamente l'indennizzo a 391,73 euro, calcolandolo sul credito residuo. Il lavoratore ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando un errore di calcolo del credito residuo basato su documenti INPS travisati. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, rilevando un vizio di motivazione apparente sul calcolo del credito residuo. La sentenza è stata cassata con rinvio per ricalcolare correttamente la somma spettante al lavoratore.
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Equo Indennizzo Negato: la Cassazione Boccia chi non Agisce
Una cittadina chiede un risarcimento allo Stato per la lentezza eccessiva di una sua causa davanti al Giudice di Pace. La sua richiesta di equo indennizzo per irragionevole durata viene però respinta. La Corte di Cassazione stabilisce un principio fondamentale: per ottenere il risarcimento, non basta subire il ritardo. È obbligatorio attivarsi durante il processo usando specifici 'rimedi preventivi' per sollecitare una decisione rapida. Non aver presentato la richiesta formale di discussione orale (istanza ex art. 281-sexies c.p.c.) rende inammissibile la domanda di indennizzo. La cittadina perde la causa perché non ha dimostrato di aver collaborato per accelerare il procedimento.
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Equo indennizzo: vince l’azienda, anche un piccolo credito va risarcito
Un'azienda creditrice in una procedura fallimentare durata 17 anni si è vista negare il risarcimento per la lentezza della giustizia. I giudici avevano respinto la richiesta a causa della complessità del fallimento e del valore ritenuto 'irrisorio' del credito (circa 6.000 euro) rispetto al grande fatturato dell'azienda. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione. Ha stabilito che la complessità del caso non può annullare del tutto il diritto al risarcimento e che il valore della causa non va confrontato con la ricchezza del creditore. La Corte ha quindi affermato il diritto dell'azienda a ottenere un equo indennizzo per irragionevole durata, rinviando il caso alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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