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Doppia Presunzione Relativa

13 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Una regola legale per cui, in caso di reati molto gravi come l'associazione per spaccio, si presume sia la pericolosità sociale dell'indagato, sia che il carcere sia l'unica misura adatta. L'indagato può fornire prove contrarie, ma è un onere molto difficile da assolvere.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Misura Cautelare per Associazione Mafiosa: Cassazione Conferma Carcere
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un soggetto sottoposto a `misura cautelare per associazione mafiosa` e traffico di stupefacenti. Il Ricorrente contestava l'illogicità della motivazione del Tribunale del riesame, che aveva confermato la custodia in carcere. In particolare, si lamentava della valutazione della gravità indiziaria riguardo la partecipazione di altri presunti membri all'associazione. La Cassazione ha ritenuto le motivazioni del Tribunale valide, confermando la sussistenza di un'associazione criminale con almeno tre partecipanti e la corretta applicazione della misura cautelare, inclusa l'aggravante di agevolazione mafiosa.
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Trasferimento fraudolento di valori: il carcere resta inevitabile
L'Indagato, accusato di trasferimento fraudolento di valori aggravato dall'agevolazione mafiosa, ha impugnato l'ordinanza che disponeva la sua custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che la misura fosse eccessiva, evidenziando l'incensuratezza dell'uomo, il sequestro delle società coinvolte e il tempo trascorso dai fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per i reati legati alla criminalità organizzata, opera una doppia presunzione di pericolosità e di adeguatezza del carcere. Questa presunzione può essere superata solo dimostrando la rescissione stabile dei legami con il clan, elemento non provato nel caso di specie. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di essere il capo di un'organizzazione criminale dedita allo spaccio. Il ricorrente contestava l'esistenza di una vera e propria associazione finalizzata al narcotraffico, sostenendo si trattasse di semplici episodi isolati o di rapporti familiari. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che per configurare il reato associativo non serve una struttura complessa, ma basta un accordo stabile tra almeno tre persone con una minima organizzazione di mezzi. Inoltre, la Corte ha confermato la sussistenza del pericolo di recidiva, giustificato dal ruolo di vertice dell'indagato e dall'uso di telefoni criptati per sfuggire ai controlli delle forze dell'ordine.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: colpevole il tramite
Il Tribunale del Riesame ha confermato la misura degli arresti domiciliari per un soggetto accusato di far parte di un'associazione finalizzata al narcotraffico. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo la propria estraneità e la natura occasionale dei contatti, dettati solo da rapporti di parentela con il vertice del gruppo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per configurare il reato associativo non occorre una struttura complessa, essendo sufficiente un contributo individuale apprezzabile. Nel caso specifico, l'indagato svolgeva stabilmente il ruolo di tramite telefonico e organizzatore di incontri, agevolando consapevolmente le attività illecite del sodalizio. Di conseguenza, la misura cautelare è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di far parte di un'associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. L'indagato, considerato figura di vertice del gruppo, contestava la sussistenza del pericolo di reiterazione del reato, evidenziando il tempo trascorso dall'ultimo fatto contestato e l'arresto del capo dell'organizzazione. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo il principio della doppia presunzione relativa. Per questa tipologia di reati gravi, la legge presume la necessità della misura carceraria; spetta alla difesa dimostrare elementi concreti capaci di superare tale presunzione, non essendo sufficiente il mero decorso del tempo in assenza di nuove condotte criminose.
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Doppia presunzione relativa: il tempo non cancella il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato per associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina contro la custodia in carcere. La difesa sosteneva l'assenza di pericolo di reiterazione del reato a causa del tempo trascorso dai fatti. La Suprema Corte ha invece confermato la validità della doppia presunzione relativa prevista per i reati associativi gravi. Questa regola inverte l'onere della prova: spetta all'indagato dimostrare elementi concreti che superino la presunzione di pericolosità, e il semplice decorso del tempo senza nuove condotte non è sufficiente a escludere le esigenze cautelari. L'indagato perde il ricorso ed è condannato alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Doppia presunzione cautelare: il carcere resiste al tempo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due indagati contro la custodia cautelare in carcere confermata dal Tribunale del Riesame. I soggetti sono accusati di associazione mafiosa, usura e detenzione di armi. La Suprema Corte ha ribadito che per il reato di associazione mafiosa opera la doppia presunzione cautelare di pericolosità e adeguatezza del carcere. Spetta alla difesa dimostrare il venir meno delle esigenze cautelari, non essendo sufficiente il solo decorso del tempo o il decesso di un complice. Inoltre, è stata confermata l'usura in concreto per la sproporzione tra il prestito e gli interessi applicati a un imprenditore in difficoltà. I ricorrenti restano in carcere e dovranno pagare le spese processuali.
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Gravi indizi di colpevolezza: il carcere senza prove di spaccio
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per l'Indagato, accusato di far parte di un'associazione dedita al narcotraffico legata a una cosca mafiosa. La difesa sosteneva la mancanza di gravi indizi di colpevolezza, evidenziando che l'Indagato non era stato intercettato direttamente e non aveva commesso singoli reati di spaccio. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che per l'applicazione delle misure cautelari non servono prove certe come nel giudizio finale, ma bastano elementi che dimostrino un'alta probabilita di colpevolezza. Inoltre, la partecipazione al sodalizio criminale prescinde dalla commissione dei singoli reati-fine e puo essere desunta da contatti stabili e dal ruolo di intermediazione svolto a favore del gruppo.
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Traffico di stupefacenti: carcere anche con struttura minima
L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione contro la custodia in carcere per il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'assenza di una struttura organizzata e di ruoli specifici. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per configurare l'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti basta una struttura minima e rudimentale, desumibile dalla ripetitività dei reati e dall'uso di un linguaggio criptico. Inoltre, sussiste una doppia presunzione relativa di adeguatezza del carcere, non superata dall'indagato, data la costante dedizione allo spaccio e la mancanza di segni di resipiscenza.
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Intercettazioni come prova: il clan incastra il finto novantenne
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato per associazione mafiosa, confermando la custodia in carcere. La difesa contestava l'uso delle intercettazioni come prova, sostenendo l'inaffidabilità dell'indagato e l'assenza di esigenze cautelari per via di una presunta età avanzata. I giudici hanno chiarito che le intercettazioni tra affiliati valgono come prova diretta senza riscontri esterni se gravi, precise e concordanti. La Cassazione ha confermato la misura, rilevando che l'indagato non era novantenne ma nato nel 1966 con numerosi precedenti.
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Custodia cautelare in carcere: il cuoco era il cassiere del clan
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto indagato per associazione mafiosa. Inizialmente, il Giudice per le indagini preliminari aveva negato la misura, ritenendo il ruolo dell'indagato marginale. Tuttavia, il Tribunale del Riesame ha ribaltato la decisione, evidenziando il ruolo attivo dell'uomo nella gestione delle "mesate" per i familiari dei detenuti del clan. L'indagato ha fatto ricorso lamentando vizi di notifica e contestando l'interpretazione delle intercettazioni telefoniche. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che le irregolarità formali di notifica non invalidano il procedimento se l'indagato era comunque a conoscenza dell'udienza. Inoltre, ha confermato che la valutazione delle prove e delle esigenze cautelari spetta ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità.
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Traffico di stupefacenti: il ruolo di organizzatore porta al carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un soggetto accusato di avere un ruolo di organizzatore in una associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Le prove, basate su intercettazioni e indagini, dimostravano il suo stabile inserimento nel gruppo criminale. La Corte ha ribadito che per questo grave reato si applica una 'doppia presunzione relativa': si presume sia la pericolosità dell'indagato sia l'adeguatezza della sola custodia in carcere. L'indagato non è riuscito a fornire prove sufficienti per superare tale presunzione, portando alla conferma della misura cautelare. Il suo ricorso è stato quindi dichiarato inammissibile.
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Estorsione con metodo mafioso: carcere anche senza essere un boss
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un individuo accusato di tentata estorsione con metodo mafioso. L'uomo, insieme a un complice, aveva cercato di impedire a un cittadino di organizzare una festa patronale, pretendendo il ritiro della richiesta di autorizzazione o il pagamento di diecimila euro. I giudici hanno stabilito che per configurare l'estorsione con metodo mafioso non è necessario essere affiliati a un clan, ma è sufficiente evocare un potere criminale che generi nella vittima uno stato di assoggettamento e paura. Questa aggravante fa scattare in automatico la presunzione di necessità della custodia in carcere, che in questo caso non è stata superata da prove contrarie. L'appello dell'indagato è stato quindi respinto.
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