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Disdetta

90 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Atto con cui una delle parti di un contratto comunica all'altra la propria volontà di non rinnovarlo alla sua scadenza.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Disdetta dell’accordo aziendale: persi i premi ad personam
Un gruppo di dipendenti ha presentato ricorso contro l'azienda per contestare l'interruzione di una voce retributiva integrativa. La società aveva applicato la disdetta dell'accordo aziendale che garantiva un premio fisso denominato ex premio aziendale individuale ad personam. I lavoratori ritenevano che tale compenso fosse ormai un diritto acquisito intoccabile e incorporato nel contratto individuale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori. I giudici hanno chiarito che la disdetta dell'accordo aziendale cancella legittimamente gli obblighi retributivi futuri derivanti dai contratti collettivi. Tali premi accessori non entrano automaticamente nel contratto individuale. Pertanto, la perdita del premio non viola il principio di irriducibilità della retribuzione né la tutela del salario minimo, trattandosi di un trattamento economico collettivo non più esistente.
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Disdetta del contratto integrativo: addio ai premi
Diversi dipendenti hanno richiesto la conservazione di una voce retributiva denominata premio aziendale ad personam. L'Azienda aveva soppresso l'emolumento dopo il recesso unilaterale dall'accordo aziendale. I lavoratori ritenevano che la somma fosse ormai incorporata nei contratti individuali come diritto acquisito intangibile. I giudici di merito hanno respinto le domande dei dipendenti, qualificando la voce come compenso accessorio di natura puramente collettiva. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente le decisioni precedenti. La disdetta del contratto integrativo aziendale elimina legittimamente i compensi accessori collettivi. Le clausole collettive non confluiscono automaticamente nel contratto individuale. La garanzia costituzionale della retribuzione proporzionata tutela solo il minimo stipendiale e non i premi aggiuntivi. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dei lavoratori con condanna alle spese legali.
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Aumento canone di locazione commerciale: valido con disdetta
Il Locatore di un immobile commerciale ha inviato regolare disdetta prima della scadenza del contratto. Successivamente alla cessazione del rapporto, le parti hanno sottoscritto un nuovo contratto prevedendo un aumento canone di locazione commerciale e la restituzione del vecchio deposito cauzionale. L'Inquilino subentrato ha impugnato la validità del nuovo importo, considerandolo una modifica illegittima del precedente contratto. La Corte di Cassazione ha dato ragione al Locatore. La disdetta motiva e tempestiva estingue definitivamente il contratto originario. Pertanto, la firma di una nuova intesa con un canone maggiorato costituisce un contratto autonomo e valido, privo di vizi di nullità. La causa è stata rinviata alla Corte d'Appello per riesaminare la vicenda sulla base di questo principio.
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Disdetta del Locatore: il Silenzio non Fa Perdere l’Indennità di Avviamento Commerciale
Un proprietario ha dato disdetta a un inquilino di un locale commerciale. Successivamente, il proprietario ha chiesto all'inquilino se volesse prorogare il contratto. L'inquilino non ha risposto. Il proprietario ha agito per il rilascio dell'immobile. L'inquilino ha chiesto il pagamento dell'indennità di avviamento commerciale. I giudici di merito hanno riconosciuto il diritto all'indennità. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. Ha stabilito che il silenzio dell'inquilino dopo la disdetta del proprietario non equivale a una rinuncia al diritto all'indennità di avviamento commerciale.
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Contratto integrativo aziendale valido anche dopo la disdetta
Un'azienda ha rifiutato di corrispondere la quota variabile del premio di partecipazione a un dipendente, sostenendo di essersi disiscritta dall'associazione datoriale e di non essere più vincolata dagli accordi territoriali. Il lavoratore ha agito per ottenere il pagamento delle somme spettanti. I giudici hanno accertato che il datore di lavoro ha continuato a erogare regolarmente tutte le altre voci retributive e premiali previste dal medesimo accordo. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'impresa, stabilendo che la costante erogazione di gran parte degli emolumenti previsti configura una tacita adesione al contratto integrativo aziendale tramite comportamento concludente, rendendo illegittimo il mancato pagamento della componente variabile.
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Disdetta del contratto di locazione: illegittima o ingannevole?
Il Proprietario invia la disdetta del contratto di locazione alla prima scadenza, affermando di dover realizzare lavori di ristrutturazione nell'immobile. L'Inquilino rilascia l'immobile spontaneamente, ma in seguito chiede il pagamento di trentasei mensilità di canone come sanzione, sostenendo che le opere eseguite non fossero tali da giustificare lo sgombero. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell'Inquilino. I giudici rilevano che la disdetta era motivata in modo generico, ma il Proprietario ha eseguito realmente le opere in buona fede. L'Inquilino avrebbe potuto accorgersi subito del difetto formale e opporsi al rilascio. Avendo riconsegnato le chiavi volontariamente e non avendo riprodotto il testo della disdetta nel ricorso, l'Inquilino perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Inammissibilità ricorso per Cassazione: quando la forma prevale sul merito
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso per Cassazione presentato da un Conduttore Cessionario. Il ricorso contestava la cessazione di un contratto di locazione e la condanna al rilascio dell'immobile, oltre a questioni procedurali e di spese legali. La Suprema Corte ha ritenuto il ricorso inammissibile perché mancava una chiara e sintetica esposizione dei fatti di causa, come richiesto dalla legge. Questa omissione ha impedito alla Corte di comprendere adeguatamente la controversia, portando alla condanna del Conduttore Cessionario al pagamento delle spese legali a favore dell'Ente Locatore.
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Disdetta accordo aziendale: addio al premio fisso
Alcuni dipendenti hanno chiesto l'accertamento del diritto a mantenere una voce retributiva fissa, denominata premio individuale, anche a seguito del recesso datoriale dall'intesa collettiva di secondo livello. I giudici di merito hanno respinto la domanda, rilevando la natura collettiva dell'emolumento e l'assenza di un suo recepimento nei singoli contratti di lavoro. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione, rigettando il ricorso dei lavoratori. La Suprema Corte ha chiarito che la disdetta accordo aziendale fa decadere legittimamente i trattamenti economici accessori previsti dalla contrattazione collettiva. Le clausole collettive operano dall'esterno e non si incorporano nei contratti individuali. Di conseguenza, i lavoratori non possono vantare un diritto acquisito alla conservazione indefinita di voci salariali accessorie istituite a livello aziendale, una volta venuta meno la fonte collettiva istitutiva.
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Contratto integrativo aziendale valido anche dopo la disdetta
Un'azienda ha revocato l'iscrizione all'associazione datoriale e ha rifiutato di pagare la quota variabile del premio di risultato a un lavoratore. L'azienda sosteneva di non essere più vincolata dall'accordo collettivo territoriale. Tuttavia, la società continuava a versare altre voci economiche stabilite dal medesimo accordo. Il dipendente ha ottenuto un'ingiunzione di pagamento per i crediti maturati. La Corte di Cassazione ha confermato che l'azienda è pienamente obbligata al rispetto delle intese. L'erogazione costante e prolungata delle indennità previste integra un'adesione implicita. Di conseguenza, il contratto integrativo aziendale resta efficace e vincolante anche dopo il recesso dall'associazione sindacale di categoria.
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Disdetta Locazione: La Presunzione di Conoscenza e il Ruolo del Portiere
Un inquilino ha contestato la validità di una disdetta del contratto di locazione, sostenendo di non averla mai ricevuta e disconoscendo la firma sulla cartolina di ritorno. Ha proposto querela di falso. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici precedenti. Ha stabilito che la presunzione di conoscenza della disdetta opera validamente quando la comunicazione è recapitata all'indirizzo del destinatario, anche se consegnata a un portiere o a persona abilitata che appone la firma sull'avviso di ricevimento. Il ricorso dell'inquilino è stato dichiarato inammissibile.
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Ultrattività del contratto collettivo: no al taglio stipendi
Un dipendente di una struttura sanitaria ha chiesto il pagamento delle differenze retributive maturate a seguito dell'applicazione unilaterale di un nuovo contratto collettivo meno favorevole. L'azienda sosteneva che il vecchio contratto fosse scaduto e disdettato dall'associazione datoriale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando la piena operatività della clausola che prevede l'ultrattività del contratto collettivo. Tale clausola stabilisce un termine di durata certo che impedisce al singolo datore di lavoro di recedere unilateralmente o di applicare accordi peggiorativi ai rapporti in corso. La Suprema Corte ha inoltre riaffermato che i crediti retributivi del lavoratore non si prescrivono durante il rapporto di lavoro, ma solo dopo la sua cessazione. L'azienda è stata condannata al pagamento delle somme dovute e delle spese legali.
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Disdetta accordo aziendale: diritti quesiti o tutele perse?
Un gruppo di lavoratori ha chiesto al giudice il ripristino dei benefici economici previsti da un'intesa aziendale del 1997. L'Azienda aveva comunicato la disdetta accordo aziendale stipulato a tempo indeterminato. I dipendenti sostenevano che le condizioni di miglior favore fossero entrate nei loro contratti individuali di lavoro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori. I giudici hanno chiarito che gli accordi collettivi operano come fonti esterne e non si incorporano nei contratti dei singoli dipendenti. Dopo il recesso dell'Azienda da un'intesa senza termine, le clausole retributive cessano di produrre effetti per il futuro. Il lavoratore non può pretendere di conservare i trattamenti previsti da norme ormai cancellate, salvo il rispetto dei diritti già maturati. L'Azienda ha vinto la causa e i lavoratori devono pagare le spese legali.
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Assorbimento del superminimo: stop ai tagli per uso aziendale
Una società ha applicato per anni l'assorbimento del superminimo sui propri dipendenti in coincidenza dei rinnovi contrattuali. Sebbene i contratti individuali ne prevedessero l'assorbibilità, la ditta non aveva mai ridotto l'emolumento dal 1996 al 2013. Nel 2018 l'azienda ha ripristinato i tagli applicandoli anche all'Elemento Retributivo Separato. I dipendenti hanno impugnato la trattenuta invocando un uso aziendale di miglior favore. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità della condotta datoriale: la prassi costante crea un vincolo che impedisce l'assorbimento del superminimo. Il recesso dall'uso aziendale richiede una comunicazione chiara a tutti i lavoratori e non un semplice inadempimento. Inoltre, i crediti retributivi non si prescrivono in costanza di rapporto di lavoro. L'azienda ha perso il ricorso e deve restituire le somme e saldare le spese di giudizio.
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Assorbimento del superminimo: l’uso aziendale tutela la paga
L'Azienda ha ridotto la voce stipendiale integrativa di diversi dipendenti dal 2018, applicando la regola dell'assorbimento del superminimo a seguito dell'introduzione di nuovi elementi contrattuali. I Lavoratori hanno impugnato il taglio, sostenendo che la mancata decurtazione operata negli anni precedenti avesse creato un uso aziendale intoccabile. La Corte di Cassazione ha dato ragione ai Lavoratori. La Suprema Corte ha stabilito che la reiterata decisione di non assorbire gli aumenti genera un uso aziendale di miglior favore. L'Azienda non può superare tale tutela semplicemente iniziando a trattenere le somme in busta paga, ma deve comunicare preventivamente un recesso chiaro e inequivocabile all'intera collettività. Di conseguenza, l'assorbimento del superminimo effettuato è stato dichiarato illegittimo, con obbligo di restituire tutte le somme indebitamente trattenute.
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Disdetta dell’accordo integrativo: perché il premio non è eterno
Un gruppo di dipendenti ha fatto causa alla propria azienda per continuare a percepire un premio aziendale fisso, originariamente previsto da un accordo collettivo aziendale del 2007. L'azienda aveva infatti interrotto l'erogazione in seguito alla disdetta dell'accordo integrativo avvenuta nel 2015. I lavoratori sostenevano che il premio si fosse ormai incorporato nei loro contratti individuali come trattamento ad personam non modificabile. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori, stabilendo che i contratti collettivi operano dall'esterno e non si integrano stabilmente nei contratti individuali. Di conseguenza, la disdetta dell'accordo integrativo cancella legittimamente il diritto a percepire i premi futuri, poiché non si tratta di diritti quesiti (già acquisiti) ma di semplici aspettative legate alla vigenza dell'accordo stesso. I lavoratori perdono la causa e devono pagare le spese legali.
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Disdetta del contratto collettivo: addio al premio aziendale
Un gruppo di dipendenti ha fatto causa all'azienda per continuare a ricevere un premio aziendale fisso, denominato "ex premio aziendale individuale ad personam", anche dopo la disdetta del contratto collettivo aziendale del 2007. I lavoratori sostenevano che l'emolumento fosse ormai parte del loro contratto individuale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori, confermando che le disposizioni dei contratti collettivi non si incorporano nei contratti individuali ma operano dall'esterno. Di conseguenza, la legittima disdetta del contratto collettivo da parte dell'azienda comporta la cancellazione del premio, in quanto non si tratta di un diritto quesito né di un trattamento minimo costituzionale intoccabile.
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Contratto collettivo aziendale: la disdetta cancella i premi
Una lavoratrice ha chiesto il riconoscimento del diritto a percepire un premio individuale denominato "ex premio aziendale ad personam" anche dopo che l'azienda aveva dato disdetta al contratto collettivo aziendale del 2007. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, ritenendo che il premio derivasse direttamente dall'accordo collettivo disdettato e non costituisse un diritto individuale intoccabile. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della lavoratrice. I giudici hanno chiarito che l'interpretazione del contratto collettivo aziendale spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità se non per violazione di specifiche regole interpretative. Di conseguenza, la disdetta dell'accordo ha legittimamente fatto cessare l'erogazione del premio.
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Premio aziendale ad personam: il bonus svanisce con la disdetta
I Lavoratori hanno fatto causa all'Azienda chiedendo di mantenere il premio aziendale ad personam anche dopo la disdetta dell'accordo integrativo aziendale del 2007. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei dipendenti, confermando che le disposizioni dei contratti collettivi non si incorporano nei contratti individuali. Di conseguenza, la disdetta dell'accordo collettivo da parte dell'Azienda ha legittimamente azzerato l'obbligo di pagare il premio per il futuro. Non si tratta di un diritto quesito, poiché le tutele collettive operano dall'esterno e possono essere modificate o cancellate, a differenza dei patti individuali. L'Azienda vince la causa e i lavoratori sono condannati a pagare le spese di giudizio.
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Disdetta dell’accordo integrativo aziendale: addio al premio
Un gruppo di dipendenti ha fatto causa all'Azienda per continuare a ricevere l'ex premio aziendale individuale, soppresso dopo la disdetta dell'accordo integrativo aziendale del 2007. I lavoratori sostenevano che il premio fosse ormai parte integrante del loro contratto individuale e quindi irriducibile. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori. I giudici hanno chiarito che i contratti collettivi aziendali non si incorporano nei contratti individuali. Di conseguenza, la legittima disdetta dell'accordo integrativo aziendale fa venir meno il diritto a percepire i relativi premi accessori, senza violare il principio di irriducibilità della retribuzione. I lavoratori perdono la causa e sono condannati a pagare le spese di giudizio.
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Contratto integrativo aziendale: premio perso dopo la disdetta
Alcuni dipendenti hanno fatto causa all'Azienda per mantenere un premio economico individuale derivante da un vecchio accordo collettivo del 2007. L'Azienda aveva infatti cancellato questo beneficio dopo aver dato regolare disdetta del contratto integrativo aziendale. I lavoratori sostenevano che la somma fosse ormai parte intoccabile del loro stipendio individuale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori. I giudici hanno chiarito che le regole stabilite da un contratto integrativo aziendale non entrano per sempre nel contratto di lavoro del singolo dipendente. Di conseguenza, se l'accordo collettivo viene disdettato, il diritto a ricevere quel premio cessa per il futuro. La riduzione dello stipendio è quindi legittima perché non tocca il minimo costituzionale garantito.
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