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Diffamazione

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345 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Diffamazione e diritto di critica: quando scatta la condanna
L'Imputato, condannato per reati contro la Pubblica Amministrazione, organizza una conferenza stampa e distribuisce volantini affermando che il processo subito è frutto di una ritorsione orchestrata da un avversario politico, facendo leva sulla parentela tra quest'ultimo e il magistrato inquirente. La vittima presenta querela. Nei gradi di merito si accerta la responsabilità penale, dichiarando poi la prescrizione del reato ma confermando il risarcimento civile. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile, escludendo l'esimente per la diffamazione e diritto di critica. I giudici chiariscono che l'attacco personale e le insinuazioni slegate da un reale interesse pubblico travalicano i limiti della critica politica, configurando un'aggressione gratuita alla reputazione. Viene inoltre respinta la richiesta di riapertura dell'istruttoria testimoniale, confermando la condanna dell'Imputato alle spese processuali e al risarcimento.
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Termini per l’appello penale: ricorso tardivo e condanna
L'Imputato, condannato per il reato di diffamazione, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'errato calcolo dei termini per l'appello penale durante la sospensione emergenziale COVID-19. Secondo la difesa, il primo giorno successivo al periodo di sospensione non doveva essere conteggiato nei trenta giorni previsti per l'impugnazione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la fine della sospensione coincide con il giorno iniziale non computabile. Di conseguenza, il giorno immediatamente successivo è pienamente libero e va conteggiato. L'appello presentato è stato quindi confermato come tardivo e l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Diffamazione societaria: condannati i rivali che mentivano sui prodotti
Due soggetti sono stati condannati per il reato di diffamazione societaria per aver diffuso a clienti e terzi voci false su una società, definendola una società fittizia gestita da prestanomi che vendeva prodotti contraffatti e scaduti. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione lamentando un presunto travisamento della prova testimoniale riguardo alla data di un incontro. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, chiarendo che il travisamento della prova non coincide con una diversa valutazione dei fatti (preclusa in sede di legittimità), ma solo con una palese e indiscutibile difformità tra il testo dell'atto e la decisione del giudice. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e al risarcimento dei danni in favore della società costituita parte civile.
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Diffamazione e diritto di critica: la PEC che costa una condanna
Un cittadino ha inviato una mail certificata (PEC) al Sindaco del proprio Comune e, per conoscenza, a due agenti della polizia municipale. Nel testo accusava il primo cittadino di favoritismi e di coprire atti vandalici con uno "stile mafioso". Condannato nei primi gradi di giudizio per diffamazione, l'uomo ha fatto ricorso in Cassazione invocando l'esimente del diritto di critica e sostenendo che l'invio alle vigilesse non costituisse divulgazione a terzi. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la comunicazione a più persone si configura anche inviando la mail per conoscenza ad altri soggetti. Inoltre, l'uso di espressioni infamanti e accostamenti alla criminalità organizzata supera il limite della continenza, escludendo la tutela del diritto di critica. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Diffamazione su Facebook: profilo tuo, responsabilità tua
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di diffamazione su Facebook nei confronti di un utente. L'imputato sosteneva che non vi fosse prova che fosse stato lui a pubblicare i post offensivi e che la querela fosse tardiva. I giudici hanno stabilito che, essendo il profilo social intestato all'imputato, la responsabilità ricade su di lui in mancanza di prove concrete sull'uso del profilo da parte di terzi. Inoltre, l'assenza di date su alcuni documenti non dimostra la tardività della querela. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Diffamazione in condominio: quando la critica diventa reato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di diffamazione a carico di un condomino. L'imputato aveva affisso nella bacheca condominiale e distribuito nelle cassette postali volantini offensivi contro l'amministratrice di condominio, accusandola di incompetenza, "patetica sfrontatezza" e "manipolazione" dei dati. La Suprema Corte ha chiarito che non si configura il legittimo esercizio del diritto di critica quando si ricorre a insulti personali gratuiti (argumentum ad hominem) volti a screditare la moralità del professionista. Inoltre, l'affissione in bacheca espone lo scritto a un pubblico indeterminato, integrando la diffamazione in condominio. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese processuali.
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Diffamazione a mezzo stampa: risponde anche l’addetto stampa
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del legale rappresentante di una società, costituito parte civile, contro l'assoluzione del responsabile di un ufficio stampa. Quest'ultimo aveva diffuso a diverse testate giornalistiche un comunicato dai contenuti fortemente offensivi redatto da un terzo. La Corte d'Appello lo aveva assolto ritenendo che non avesse pubblicato direttamente lo scritto. La Cassazione ha invece stabilito che la condotta di inoltrare il testo ai media configura un'ipotesi di diffamazione a mezzo stampa. L'addetto stampa funge da intermediario consapevole e causale, rispondendo del danno cagionato anche se non è l'autore materiale del testo, poiché ha agevolato la diffusione della notizia lesiva. La sentenza è stata annullata con rinvio al giudice civile competente.
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Diritto di critica: legittimo accusare il partner di incompetenza
L'amministratore di una società locatrice di un impianto di carburanti invia una mail ai vertici della società conduttrice, accusando il gestore locale di "piena incompetenza" e "incoscienza" nella gestione, evidenziando gravi perdite economiche. Condannato nei precedenti gradi per diffamazione, l'imputato ricorre in Cassazione invocando l'esimente del diritto di critica. La Suprema Corte accoglie il ricorso e annulla la condanna senza rinvio. I giudici stabiliscono che le espressioni utilizzate, pur se aspre e forti, non erano scurrili né gratuitamente offensive, ma pertinenti e proporzionate alle reali inefficienze gestionali. L'invio della mail ai superiori gerarchici costituisce una legittima segnalazione aziendale e non un attacco personale gratuito, rientrando pienamente nel legittimo esercizio del diritto di critica.
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Diffamazione aggravata: dare del “ladrone” sul web costa caro
Un cittadino è stato condannato per il reato di diffamazione aggravata dopo aver pubblicato su Facebook il commento "noi abbiamo mandato a casa i ladroni", rivolto agli ex amministratori del suo Comune. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che non vi fossero nomi espliciti e invocando il diritto di critica politica. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'assenza di nomi non esclude il reato se i soggetti sono facilmente individuabili nel contesto locale. Inoltre, l'uso del termine "ladroni" non è coperto dal diritto di critica, poiché privo di qualsiasi base di verità, non essendoci state condanne o indagini per furto a carico degli ex amministratori.
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Diffamazione su WhatsApp: screenshot validi ma pena da rivedere
Un Comandante dei Carabinieri è stato condannato per diffamazione su WhatsApp per aver offeso i propri superiori in una chat di gruppo con i colleghi. La difesa ha contestato l'uso degli screenshot come prova e ha sostenuto la natura scherzosa dei messaggi. La Corte di Cassazione ha confermato che i messaggi WhatsApp esportati sono prove documentali valide e che la chat di gruppo, se conta più di tre persone, integra il reato di diffamazione. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso limitatamente alla mancata valutazione della particolare tenuità del fatto, annullando la sentenza con rinvio per un nuovo esame su questo specifico punto.
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Reato di diffamazione: denunciare un illecito non offende nessuno
Un dipendente pubblico era stato condannato per il reato di diffamazione per aver riferito ad alcuni colleghi che una collega aveva denunciato un altro lavoratore, dando inizio a indagini per truffa. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio perché il fatto non sussiste. I giudici hanno stabilito che attribuire a qualcuno la presentazione di una denuncia non lede la reputazione. Denunciare un potenziale reato costituisce un legittimo esercizio di un diritto e un dovere civico, non un comportamento disdicevole. Di conseguenza, la condotta contestata è priva di qualsiasi contenuto offensivo, elemento essenziale per configurare il reato di diffamazione. L'imputato è stato quindi pienamente assolto.
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Diffamazione per evitare il pignoramento: condannato il debitore
Un professionista è stato condannato per il reato di diffamazione per aver inviato lettere offensive all'Ordine degli Avvocati, all'ufficio esecuzioni e a una banca. Nelle missive accusava un avvocato di pretendere somme non dovute (l'IVA) e di abusare del proprio ruolo tramite un pignoramento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del professionista, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che le espressioni usate superavano i limiti del diritto di critica, avendo il solo scopo di aggredire la reputazione del legale per esercitare pressione psicologica. Inoltre, l'esimente delle offese in scritti giudiziari non si applica agli esposti disciplinari inviati a soggetti estranei al giudizio. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Diritto di critica: cittadino assolto contro l’ordine professionale
Un cittadino ha inviato una lettera di diffida a un ordine professionale per sollecitare un procedimento disciplinare contro il fratello medico, accusando l'ente di inerzia e minacciando una denuncia. L'ordine professionale e i suoi consiglieri hanno chiesto il risarcimento dei danni per diffamazione. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione d'appello, dichiarando inammissibile il ricorso dell'ente. La Corte ha stabilito che la condotta del cittadino rientra nel legittimo esercizio del diritto di critica, garantito dall'articolo 21 della Costituzione e dall'articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo. Di conseguenza, non sussiste alcuna responsabilità civile per danni, poiché le espressioni forti e la minaccia di vie legali non hanno superato i limiti della libera manifestazione del pensiero a fronte di un presunto ritardo amministrativo.
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Diffamazione a mezzo stampa: i link non salvano il giornalista
Un dirigente d'azienda ha citato in giudizio una società editoriale, il direttore e un giornalista per un articolo online che lo accusava falsamente di aver pagato la mafia per vent'anni. La Corte d'Appello ha accertato la sussistenza della diffamazione a mezzo stampa, condannando i responsabili al risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei giornalisti, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che l'inserimento di link ipertestuali alle fonti non esclude la responsabilità se l'incipit dell'articolo è ingannevole e la consultazione dei documenti allegati risulta troppo complessa per il lettore comune.
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Responsabilità del blogger: condanna per i commenti dei lettori
Un dirigente pubblico ha citato in giudizio il gestore di un sito web per ottenere il risarcimento dei danni causati da affermazioni offensive pubblicate sul sito, sia direttamente dal gestore sia da un utente anonimo nei commenti. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna del gestore, stabilendo che la responsabilità del blogger scatta anche per i commenti di terzi se non vengono rimossi tempestivamente dopo la segnalazione. La Corte ha chiarito che il diritto di critica, pur ammettendo toni aspri e soggettivi, deve sempre basarsi su fatti storicamente veri. Di conseguenza, il ricorso del gestore è stato rigettato, confermando l'obbligo di risarcire il dirigente con ventimila euro oltre alle spese legali.
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Diffamazione via email: condannata la condomina per accuse false
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di diffamazione via email nei confronti di una condomina. L'imputata aveva inviato messaggi di posta elettronica ad altri condomini accusando l'amministratore di redigere conteggi falsi e insinuando la sua incapacità professionale. La difesa sosteneva l'assenza del requisito della comunicazione con più persone, poiché una delle email era indirizzata a un solo destinatario, e invocava il diritto di critica. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che l'invio di una email a un singolo soggetto integra il reato se è prevedibile la successiva diffusione. Inoltre, l'uso di espressioni denigratorie scritte in maiuscolo supera il limite della continenza. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna della ricorrente al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Diffamazione sui social network: la Cassazione condanna l’insulto
Un utente ha pubblicato su Facebook il commento "che carogne" contro la Polizia Locale, colpevole di aver multato una cittadina durante la pandemia. Il Giudice per le indagini preliminari ha disposto l'archiviazione per particolare tenuità del fatto. L'indagato ha proposto ricorso sostenendo che si trattasse di legittimo diritto di critica e contestando la validità della querela. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che l'espressione supera i limiti della continenza, configurando una vera e propria diffamazione sui social network. L'offesa gratuita alla dignità degli agenti esclude la scriminante della critica. L'indagato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Diffamazione a mezzo social network: condannata la falsa denuncia
L'Imputato è stato condannato per il reato di diffamazione a mezzo social network dopo aver pubblicato su Facebook un post offensivo contro il Presidente di un'associazione di guardie zoofile. Nel post, l'Imputato accusava falsamente il Presidente di inerzia e disinteresse nel verificare il presunto maltrattamento di un cane. Le verifiche delle autorità hanno invece dimostrato che l'animale era perfettamente accudito e che il Presidente si era attivato tempestivamente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Imputato, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che il diritto di critica non tutela l'esposizione di fatti falsi e che l'offesa ha danneggiato anche la credibilità dell'associazione di appartenenza, legittimata a chiedere il risarcimento dei danni.
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Diffamazione online: la Cassazione conferma la condanna penale
L'Autrice del commento è stata condannata per il reato di diffamazione online a seguito della pubblicazione di un messaggio offensivo sul web, accertato dalla Polizia Postale. L'imputata ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'ammissibilità dell'appello incidentale della parte civile e l'acquisizione delle prove informatiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il primo motivo è privo di interesse concreto poiché l'appello incidentale era già stato respinto nei gradi precedenti. Il secondo motivo è infondato in quanto l'accertamento della Polizia Postale è entrato nel processo tramite testimonianza diretta in dibattimento, garantendo il pieno rispetto del contraddittorio. Di conseguenza, la condanna a mille euro di multa e al risarcimento del danno è stata confermata definitivamente.
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Finti annunci e diffamazione online: condanna definitiva
Due soggetti sono stati condannati per diffamazione continuata e aggravata per aver affisso volantini e pubblicato annunci sul web che presentavano falsamente la vittima come una massaggiatrice disponibile a prestazioni romantiche, indicando il suo recapito telefonico. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi degli imputati, confermando che per configurare la diffamazione online non serve dimostrare l'effettivo scaricamento del contenuto da parte degli utenti. È sufficiente l'inserimento del messaggio offensivo su un sito internet destinato a essere visitato da un pubblico indeterminato. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali, a una sanzione pecuniaria e al risarcimento dei danni in favore delle parti civili.
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