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Dichiarazione D'Intenti

13 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Un documento con cui un'azienda che esporta regolarmente (esportatore abituale) dichiara al suo fornitore di voler acquistare beni o servizi senza applicazione dell'IVA, entro un certo limite di spesa (plafond).

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Dichiarazione d’intenti falsa IVA: la Cassazione ribalta il caso
La Corte di Cassazione ha affrontato un caso di Dichiarazione d'intenti falsa IVA riguardante un'azienda in liquidazione. L'Agenzia delle Entrate contestava la non imponibilità IVA su operazioni di esportazione, sostenendo che la dichiarazione d'intenti del cliente fosse falsa. Il giudice tributario di secondo grado aveva dato ragione all'azienda. La Cassazione ha stabilito che, se la dichiarazione d'intenti è falsa perché emessa da un soggetto non 'esportatore abituale', il venditore deve dimostrare di non essere coinvolto nella frode e di aver adottato tutte le misure di diligenza necessarie. La sentenza precedente è stata cassata, e il caso tornerà alla Commissione Tributaria Regionale per una nuova valutazione.
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Dichiarazione d’intenti tardiva: l’errore non è solo formale
L'Agenzia delle Entrate ha sanzionato un Fornitore per la trasmissione elettronica tardiva delle dichiarazioni d'intenti ricevute dai suoi clienti esportatori abituali. La Commissione Tributaria Regionale aveva considerato questa una violazione meramente formale e non punibile, sostenendo l'assenza di evasione e la possibilità di controllo. La Corte di Cassazione ha ribaltato tale decisione. Ha chiarito che l'obbligo di comunicare la Dichiarazione d'intenti tardiva è fondamentale per un efficace controllo IVA. La sua inosservanza non può essere una violazione meramente formale, poiché ostacola l'attività di controllo dell'Amministrazione finanziaria. Il caso tornerà alla CTR per una nuova valutazione.
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Operazioni soggettivamente inesistenti: il dovere di controllo
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società il recupero di imposte legato a operazioni soggettivamente inesistenti effettuate tramite una società cartiera inesistente. La Commissione Tributaria Regionale aveva parzialmente accolto il ricorso della contribuente, escludendo la sua consapevolezza della frode per mancanza di prove dirette di una sua partecipazione all'illecito. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco. I giudici hanno chiarito che, per negare la detrazione, non serve dimostrare la complicità attiva del contribuente nella frode. È sufficiente provare che l'imprenditore, usando l'ordinaria diligenza richiesta a un professionista del settore, avrebbe dovuto accorgersi dell'inesistenza del fornitore. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Onere della prova frode IVA: assolta per una frode, non per l’altra
Una società concessionaria di veicoli ha ricevuto un avviso di accertamento per presunta partecipazione a una frode fiscale. La Corte di Cassazione ha chiarito il principio dell'onere della prova frode IVA. Per le operazioni con fatture false, spetta all'Agenzia delle Entrate dimostrare la consapevolezza della frode da parte del contribuente. Tuttavia, per le vendite in sospensione d'imposta a falsi esportatori, è il venditore che deve dimostrare di aver agito con diligenza per non essere coinvolto. La Corte ha quindi annullato parzialmente la decisione precedente, rinviando il caso a un nuovo giudice per valutare la diligenza della società e la deducibilità di alcuni costi non motivata.
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Onere di diligenza del cedente: vendere a falsi esportatori costa caro
Una concessionaria di motoveicoli vendeva in sospensione d'imposta a società che si presentavano come esportatori abituali. Tali società si sono rivelate 'cartiere' coinvolte in una frode IVA, avendo rilasciato dichiarazioni d'intenti false. L'Agenzia delle Entrate ha quindi richiesto il pagamento dell'IVA alla concessionaria. La Corte di Cassazione ha stabilito che non è sufficiente ricevere la dichiarazione d'intenti per essere esenti da responsabilità. Sul venditore grava un onere di diligenza del cedente: deve adottare tutte le misure ragionevoli per verificare la regolarità dell'operazione se ci sono elementi di sospetto. La Corte ha quindi dato ragione all'Agenzia delle Entrate, annullando la precedente sentenza favorevole all'azienda.
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Frode IVA: l’onere di diligenza del cedente è decisivo
Una società concessionaria vendeva veicoli in regime di sospensione IVA a società acquirenti che si sono rivelate 'cartiere' dedite a frodi. L'Agenzia delle Entrate ha contestato l'operazione, negando il beneficio fiscale. La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale: il venditore non può limitarsi a rispettare gli obblighi formali, come ricevere la dichiarazione d'intenti. Grava su di lui un 'onere di diligenza del cedente', che impone di adottare tutte le misure ragionevoli per accertarsi della buona fede del cliente, qualora esistano elementi di sospetto. La Corte ha quindi annullato la precedente sentenza favorevole all'azienda, ordinando una nuova valutazione per verificare se la società avesse agito con la dovuta prudenza.
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Tardiva comunicazione: sanzione sì, ma ridotta dalla nuova legge
La Corte di Cassazione ha analizzato il caso di una società sanzionata per la tardiva comunicazione dichiarazione d'intenti, inviata con soli tre giorni di ritardo. I giudici hanno stabilito che anche un ritardo minimo non è una violazione 'meramente formale' e deve essere punito, perché ostacola l'attività di controllo dell'Amministrazione Finanziaria. Tuttavia, la Corte ha applicato il principio del 'favor rei' (la legge più favorevole). Poiché nel frattempo una nuova legge aveva introdotto sanzioni molto più basse per questa infrazione, ha ordinato di applicare la nuova sanzione fissa (da 250 a 2.000 euro) invece di quella, ben più pesante, proporzionale all'imposta. L'azienda vince quindi parzialmente, ottenendo una drastica riduzione della multa.
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Fatture Inesistenti: Azienda Diligente Salva, Distratta Paga
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul tema delle **fatture soggettivamente inesistenti**. Un'azienda aveva ricevuto un accertamento fiscale per aver detratto l'IVA e dedotto costi da fatture emesse da società 'cartiere' e per aver venduto beni in sospensione d'imposta a soggetti privi dei requisiti. La Corte ha stabilito un principio fondamentale: per le vendite a presunti esportatori abituali, non basta la buona fede passiva. L'imprenditore ha un preciso dovere di diligenza. Se esistono elementi per sospettare un'irregolarità (come nel caso di acquirenti risultati essere società fittizie), il venditore deve adottare tutte le misure ragionevoli per non essere coinvolto nella frode. In mancanza di questa diligenza attiva, la sospensione d'imposta è illegittima e l'IVA è dovuta. La Corte ha quindi dato ragione all'Agenzia delle Entrate su questo punto cruciale.
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Dichiarazione d’intenti falsa: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione si è pronunciata su un caso di frode IVA, chiarendo la responsabilità del fornitore in presenza di una dichiarazione d'intenti falsa. L'ordinanza conferma che il cedente deve dimostrare la propria buona fede e diligenza per non essere ritenuto responsabile. Inoltre, vengono affrontati i limiti alla deducibilità dei costi per operazioni soggettivamente inesistenti, confermando l'approccio dell'Agenzia delle Entrate basato sul confronto con i costi medi di settore.
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Dichiarazione d’intenti falsa: la diligenza del cedente
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 13697/2024, ha stabilito che un'impresa venditrice è responsabile per l'IVA non versata se accetta una dichiarazione d'intenti falsa, qualora non abbia adempiuto al proprio onere di diligenza. La mera correttezza formale del documento non è sufficiente a esonerare da responsabilità se esistono elementi presuntivi che avrebbero dovuto insospettire un imprenditore mediamente accorto riguardo alla reale qualifica di esportatore abituale dell'acquirente.
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Dichiarazione d’intenti falsa: onere del fornitore
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 13959/2024, ha rigettato il ricorso di una società a cui era stata contestata la vendita di beni in sospensione d'IVA sulla base di una dichiarazione d'intenti falsa fornita da un cliente. La Corte ha stabilito che il fornitore ha un onere di diligenza e non può beneficiare dell'esenzione se dispone di elementi per sospettare dell'irregolarità. Inoltre, è stata confermata la legittimità del raddoppio dei termini di accertamento in presenza di indizi di reato e l'irrilevanza, nel giudizio tributario, di una eventuale sentenza di assoluzione penale per i medesimi fatti.
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Frode carosello: la Cassazione sui crediti IVA
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 29292/2025, si è pronunciata su un complesso caso di frode carosello, confermando l'indetraibilità dell'IVA per una società pienamente consapevole di partecipare a un sistema fraudolento. L'ordinanza chiarisce anche l'applicazione delle sanzioni per l'indebita compensazione di crediti IVA inesistenti, annullandole per un'annualità a seguito dell'annullamento definitivo dell'accertamento presupposto e rinviando alla commissione tributaria regionale per un'altra annualità, al fine di applicare il principio del 'favor rei', ovvero la sanzione più favorevole al contribuente tra quelle succedutesi nel tempo.
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Dichiarazione d’intenti: sanzioni e favor rei
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 25146/2025, ha stabilito che l'omessa trasmissione telematica della dichiarazione d'intenti da parte del fornitore non è una mera violazione formale e non è stata abolita dalle leggi successive. Sebbene l'obbligo sia passato al cliente, persiste l'illiceità della condotta passata. Tuttavia, in applicazione del principio del favor rei, deve essere applicata la sanzione più mite sopravvenuta, ovvero quella fissa introdotta dal D.Lgs. 158/2015, e non la precedente sanzione proporzionale. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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