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Deroga

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108 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Pensione di vecchiaia anticipata: sì allo slittamento di 12 mesi
Il caso riguarda una lavoratrice che ha richiesto la pensione di vecchiaia anticipata per invalidità pari o superiore all'ottanta per cento. La Corte d'Appello aveva stabilito che a questa prestazione non si applicasse lo slittamento di dodici mesi previsto dal meccanismo delle finestre mobili. L'ente previdenziale ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo la generale applicabilità del differimento. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'ente, stabilendo che la pensione di vecchiaia anticipata per gli invalidi non è una pensione di invalidità diretta, ma un trattamento di vecchiaia a tutti gli effetti. Di conseguenza, anche a questa prestazione si applica il differimento di dodici mesi per l'erogazione del trattamento. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio alla Corte d'Appello.
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Minimi tariffari avvocati: stop ai compensi simbolici dei giudici
Un cittadino ha contestato con successo alcune cartelle esattoriali davanti al Giudice di Pace. Nonostante la vittoria, il giudice ha liquidato le spese legali sotto i limiti di legge. Il Tribunale ha confermato questa decisione, ritenendo la causa troppo semplice. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del cittadino, stabilendo che il giudice non può mai scendere sotto i minimi tariffari avvocati. Con le modifiche introdotte nel 2018, la riduzione massima consentita sui valori medi delle tabelle è del 50%. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza, ordinando al Tribunale di rideterminare i compensi rispettando la soglia minima invalicabile a tutela della dignità professionale e del diritto di difesa.
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Trasferimento di azienda: vince il dipendente licenziato
Una banca in liquidazione ha ceduto le proprie attività a un nuovo istituto di credito. Il Lavoratore, licenziato dalla banca cedente, ha richiesto la continuità del rapporto di lavoro con la banca acquirente. La Corte di Cassazione ha confermato che l'operazione ha costituito un effettivo trasferimento di azienda. Di conseguenza, in mancanza di un valido accordo sindacale trilaterale che potesse derogare alle tutele di legge, il rapporto di lavoro si è trasferito automaticamente alla banca cessionaria ai sensi dell'articolo 2112 del codice civile. Il licenziamento intimato dalla cedente è stato dichiarato inefficace poiché avvenuto quando il rapporto era già passato alla nuova banca. La banca acquirente deve quindi riassumere il dipendente e risarcirgli i danni.
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Risarcimento danni per acqua all’arsenico: negato se c’è deroga
Un cittadino ha chiesto il risarcimento danni per acqua all'arsenico alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, lamentando la violazione dei limiti di arsenico nell'acqua potabile per l'anno 2010. Il Tribunale ha rigettato la domanda poiché l'Unione Europea aveva concesso una deroga temporanea innalzando la soglia consentita, e il cittadino non ha provato il superamento di tale limite eccezionale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del cittadino, confermando che la deroga temporanea escludeva l'illecito in mancanza di prove sul superamento della soglia derogata. Inoltre, la Corte ha dichiarato inammissibili i motivi relativi alla produzione di nuovi documenti e alle spese di lite, ribadendo il principio di autosufficienza del ricorso. Il cittadino ha perso definitivamente la causa.
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Pensione anticipata: negata la neutralizzazione dei periodi di mobilità
Il Lavoratore ha chiesto all'INPS il ricalcolo della propria pensione, pretendendo la neutralizzazione dei periodi di mobilità caratterizzati da minore retribuzione, i quali riducevano l'importo dell'assegno. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che la neutralizzazione dei periodi di mobilità non è applicabile se tali periodi sono stati determinanti per ottenere l'accesso anticipato alla pensione di vecchiaia a sessant'anni. Non è infatti consentito sfruttare i contributi figurativi per anticipare il pensionamento e, al contempo, chiederne l'esclusione dal calcolo della retribuzione pensionabile per aumentarne l'importo.
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Contratto a termine nel pubblico impiego: abuso e risarcimento
Un dipendente comunale ha contestato l'illegittimità del suo secondo contratto a termine nel pubblico impiego, poiché il rapporto complessivo superava il limite massimo di trentasei mesi. Il Comune sosteneva che il superamento fosse legittimo in base a un accordo collettivo che permetteva deroghe per la copertura di posti vacanti, purché le procedure di assunzione fossero avviate. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Comune, confermando che la programmazione del personale non equivale all'avvio del concorso, il quale inizia solo con la pubblicazione del bando. Di conseguenza, il contratto è stato dichiarato illegittimo. Il lavoratore ha ottenuto il risarcimento del danno, quantificato in quattro mensilità di retribuzione, beneficiando della presunzione di danno per reiterazione abusiva di contratti a termine.
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Contratto di trasporto: paga il destinatario e non il mittente
Il Vettore ha richiesto al Destinatario il pagamento dei servizi di trasporto eseguiti. I giudici di merito avevano rigettato la domanda, ritenendo che il contratto di trasporto stipulato tra il Vettore e il Committente escludesse la responsabilità del Destinatario. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Vettore. La Corte ha chiarito che, nel contratto di trasporto di cose a favore di terzi, il Destinatario che accetta la consegna della merce subentra automaticamente nei diritti e negli obblighi del rapporto, compreso il pagamento del corrispettivo. Eventuali deroghe a questo meccanismo legale richiedono un accordo espresso e univoco tra tutte le parti coinvolte, e non possono derivare da intese limitate solo a Vettore e Committente. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Legittimazione passiva: lo Stato risponde dei debiti pre-trasferimento
Il Consorzio ha richiesto il pagamento di lavori eseguiti per la ricostruzione post-terremoto. Il Tribunale e la Corte d'appello hanno rigettato la domanda, ritenendo che lo Stato non avesse la legittimazione passiva poiché gli immobili erano stati trasferiti al Comune prima dell'inizio della causa. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Consorzio. Secondo i giudici, in base alla normativa speciale, lo Stato mantiene la legittimazione passiva per le controversie relative a fatti anteriori al trasferimento dei beni, purché il concessionario abbia formulato una richiesta formale prima del 12 giugno 1998. Di conseguenza, la sentenza impugnata è stata cassata con rinvio alla Corte d'appello per un nuovo esame.
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Gratuito patrocinio: tariffe nazionali contro sconti locali
Il Difensore ha proposto opposizione contro il decreto di liquidazione dei suoi compensi per l'attività svolta a favore di alcune parti civili ammesse al gratuito patrocinio. Il Tribunale locale ha calcolato il compenso applicando un protocollo d'intesa locale anziché i parametri nazionali minimi previsti dal d.m. 55/2014. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del professionista, stabilendo che i protocolli d'intesa locali non possono derogare ai minimi tariffari nazionali stabiliti dalla legge. Questi parametri nazionali garantiscono infatti il principio costituzionale della giusta retribuzione del lavoro. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza impugnata e ha rinviato la causa al Tribunale per una nuova liquidazione conforme alla legge.
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Distanze legali tra edifici: accordo cancella la causa
Una proprietaria di locali commerciali ha citato in giudizio una società edile per la violazione delle distanze legali tra edifici, poiché la società aveva costruito un fabbricato a soli 102 centimetri dal confine. La società sosteneva che il piano di recupero urbanistico approvato dal Comune consentisse di derogare alle distanze minime. Dopo alterne vicende nei primi due gradi di giudizio, la proprietaria ha proposto ricorso in Cassazione. Prima della decisione finale, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo amichevole. Di conseguenza, la proprietaria ha depositato la rinuncia formale al ricorso. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato l'estinzione del giudizio, ponendo fine alla controversia senza una decisione sul merito, con compensazione di fatto delle spese legali.
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Ripartizione spese condominiali: esonero per i garage autonomi
Il Condominio ha richiesto il pagamento di spese straordinarie per scale, androne e impianto idraulico a due comproprietari di un garage con accesso autonomo dalla strada. I proprietari si sono opposti, invocando la tabella del regolamento contrattuale che li esonerava dalle spese di scale e androne, e chiedendo la loro quota di affitto della portineria. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione del Tribunale, stabilendo che la ripartizione spese condominiali non può essere modificata a maggioranza dall'assemblea se esiste un regolamento contrattuale che prevede esoneri specifici. Inoltre, l'alloggio del portiere è stato confermato come bene comune. Il ricorso del Condominio è stato rigettato, confermando la vittoria dei proprietari del garage.
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Distanze legali: perché il condono non ferma la demolizione
Una società proprietaria di un immobile ha citato in giudizio il proprietario confinante per la violazione delle distanze legali, chiedendo la demolizione di un garage abusivo. Il proprietario si è difeso sostenendo di aver usucapito il diritto di mantenere la costruzione a distanza ridotta, basandosi su una domanda di condono edilizio e su un vecchio accordo privato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del proprietario. I giudici hanno chiarito che il condono edilizio ha valore solo verso la pubblica amministrazione e non sana le violazioni nei rapporti tra vicini. Inoltre, i privati non possono accordarsi per violare le distanze previste dai piani regolatori comunali, poiché tali norme tutelano l'interesse pubblico all'ordinato sviluppo del territorio. Di conseguenza, il proprietario confinante deve demolire la porzione di garage abusiva.
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Trasferimento d’azienda: niente TFR se il lavoro continua
Nel caso di un trasferimento d'azienda, un lavoratore chiedeva all'ente previdenziale il pagamento del trattamento di fine rapporto (TFR), sostenendo che il suo rapporto di lavoro fosse cessato a seguito di un accordo sindacale e di formali dimissioni seguite da immediata riassunzione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'ente previdenziale. I giudici hanno stabilito che, in caso di continuazione dell'attività aziendale, gli accordi sindacali possono modificare le condizioni di lavoro ma non possono escludere il passaggio automatico dei dipendenti al nuovo datore di lavoro. Di conseguenza, le dimissioni e la riassunzione sono nulle e il rapporto di lavoro prosegue senza interruzioni. Non essendoci stata una reale cessazione del rapporto, il lavoratore non ha diritto a percepire il TFR.
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Trasferimento d’azienda: continuità del lavoro o TFR subito?
Un lavoratore ha richiesto all'INPS il pagamento del trattamento di fine rapporto (TFR) a seguito del trasferimento d'azienda della società datrice di lavoro, avvenuto tramite affitto e successiva cessione. Il lavoratore sosteneva che un accordo sindacale avesse interrotto il precedente rapporto, facendone nascere uno nuovo. L'INPS si è opposto, sostenendo la continuità del rapporto di lavoro. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'INPS. I giudici hanno chiarito che, in caso di trasferimento d'azienda con prosecuzione dell'attività, gli accordi sindacali possono modificare le condizioni di lavoro ma non possono escludere il passaggio automatico dei dipendenti al nuovo datore. Di conseguenza, il rapporto di lavoro non si è mai interrotto e il lavoratore non ha diritto al TFR.
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Sospensione della copertura assicurativa: nullo il rifiuto
L'Assicurato stipula una polizza per i rischi del credito commerciale. A causa del mancato pagamento di alcune fatture da parte di un cliente, l'Assicurato richiede l'indennizzo. L'Assicuratore rifiuta il pagamento, sostenendo che il ritardo nel versamento dell'ultima rata del premio abbia causato la sospensione della copertura assicurativa e la risoluzione del contratto. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell'Assicuratore. I giudici confermano che la risoluzione del contratto decisa dall'Assicuratore dopo aver comunque incassato l'ultima rata, senza restituire i premi precedenti e a ridosso della scadenza naturale della polizza, contrasta con il principio di buona fede. Inoltre, le clausole che impongono la decadenza dall'indennizzo in caso di ritardo, derogando in senso sfavorevole all'assicurato alle norme di legge, sono nulle. Vince l'Assicurato, che ha diritto a ricevere l'indennizzo.
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Decreto di espulsione: la famiglia non salva chi delinque
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del decreto di espulsione emesso nei confronti di un cittadino straniero. Quest'ultimo aveva impugnato il provvedimento lamentando la violazione del diritto all'unità familiare, dichiarando di avere tre figli in Italia. Tuttavia, i giudici hanno accertato che l'uomo non conviveva effettivamente con la famiglia e presentava una spiccata pericolosità sociale, testimoniata da numerosi precedenti penali per reati contro il patrimonio e spaccio di stupefacenti. L'ultimo reato era stato commesso proprio il giorno dell'espulsione. La Suprema Corte ha chiarito che la tutela dei legami familiari non impedisce l'allontanamento dello straniero se quest'ultimo rappresenta una minaccia concreta per la sicurezza pubblica. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando l'allontanamento.
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Contratto di affitto agrario: la firma per ricevuta non basta
Una società agricola ha occupato un terreno ritenendo concluso un contratto di affitto agrario sulla base di una proposta firmata "per ricevuta" da uno solo dei comproprietari. Il comproprietario ha agito in giudizio contestando l'occupazione abusiva, poiché l'accordo non si era mai perfezionato. I giudici di merito hanno accolto la domanda del proprietario, escludendo che la firma per ricevuta o un accordo verbale potessero concludere un contratto in deroga alle norme di legge. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che la firma "per ricevuta" non equivale ad accettazione e che per i contratti agrari in deroga è necessaria la forma scritta assistita dalle associazioni di categoria, oltre al consenso di tutti i comproprietari del bene.
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Distanze legali tra costruzioni: patti privati contro regole
Il proprietario di un immobile ha citato in giudizio le vicine confinanti per ottenere l'arretramento di un garage edificato senza rispettare le distanze legali tra costruzioni stabilite dal piano regolatore comunale. Le proprietarie del garage si difendevano invocando un accordo privato inserito nel contratto di acquisto che consentiva di edificare a distanza inferiore. La Corte di Cassazione ha confermato che i regolamenti edilizi comunali sulle distanze sono inderogabili e prevalgono sui patti privati, che sono quindi nulli. La Corte ha però accolto il ricorso di una delle comproprietarie limitatamente alla ripartizione delle spese legali, poiché la sua vittoria nel primo grado di giudizio era ormai definitiva. Di conseguenza, il garage deve essere arretrato o demolito, ma le spese legali della comproprietaria non impugnate in appello restano a suo favore.
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Contratto a tempo determinato: no a deroghe da accordi aziendali
L'Azienda ha assunto La Lavoratrice con diversi contratti a termine, superando il limite massimo di trentasei mesi previsto dalla legge. L'Azienda sosteneva che i contratti stipulati in base a un accordo integrativo aziendale per attività stagionali dovessero essere esclusi dal calcolo dei trentasei mesi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, stabilendo che solo la contrattazione collettiva nazionale, e non quella aziendale, può derogare al limite massimo di durata per il contratto a tempo determinato. Di conseguenza, il rapporto di lavoro è stato dichiarato a tempo indeterminato, con obbligo di riassunzione e risarcimento del danno per La Lavoratrice.
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Abuso dei contratti a termine: risarcimento contro la precarietà
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Ministero della Salute, confermando il risarcimento del danno a favore di una lavoratrice per l'illegittima reiterazione di contratti a tempo determinato oltre i 36 mesi. La Corte ha stabilito che la semplice possibilità di partecipare a procedure di stabilizzazione non cancella il danno subito. L'abuso dei contratti a termine genera infatti un risarcibile danno da precarizzazione, che lede la dignità del lavoratore e la sua stabilità occupazionale. Le ordinanze d'emergenza non possono derogare alla legge se non lo prevedono espressamente. Vince la lavoratrice, che ha diritto al risarcimento.
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