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D.P.R. N. 309/1990

20 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Il Testo Unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Estinzione della pena: nuovi reati solo con condanna definitiva
Un Lavoratore, già condannato per spaccio di droga con pena sospesa per un programma terapeutico, si è visto negare l'estinzione della pena dal Tribunale di Sorveglianza. Questo perché aveva commesso nuovi reati (favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione) entro i cinque anni, anche se non era ancora intervenuta una sentenza definitiva per questi nuovi fatti. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione. Ha stabilito che per impedire l'estinzione della pena, il nuovo reato deve essere accertato con una sentenza irrevocabile di condanna. La semplice pendenza di un procedimento penale non è sufficiente. Il caso tornerà al Tribunale di Sorveglianza per un nuovo esame.
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Inammissibilità ricorso penale: quando l’appello non basta
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso penale presentato da tre individui, condannati in appello per reati legati allo spaccio di sostanze stupefacenti (art. 73 D.P.R. n. 309/1990). I ricorrenti contestavano la sentenza per "carenza di motivazione", ma la Suprema Corte ha ritenuto i loro argomenti generici e non specifici rispetto all'ampia motivazione della sentenza impugnata. Di conseguenza, i ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una somma di 3.000 euro ciascuno in favore della Cassa delle Ammende.
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Assoluzione in Appello: La Cassazione Esige Motivazione Rafforzata
Un Lavoratore è stato condannato in primo grado per detenzione di marijuana, trovata con strumenti per la preparazione. La Corte d'Appello lo ha assolto, ritenendo non provata la natura stupefacente e la destinazione allo spaccio. La Cassazione ha annullato l'assoluzione, evidenziando la mancanza di una "motivazione rafforzata". La Corte d'Appello non ha considerato elementi cruciali come gli strumenti di spaccio e i messaggi WhatsApp, né ha disposto una perizia sulla sostanza. Il caso torna in appello per una nuova valutazione che rispetti il principio della motivazione rafforzata.
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Ricorso Inammissibile: La Cassazione conferma la condanna per droga
Un Lavoratore è stato condannato per reati legati alle sostanze stupefacenti, ai sensi dell'Art. 73 d.P.R. 309/1990. Il Lavoratore ha presentato un ricorso contro questa condanna. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso. Il ricorso mancava di specificità e riproponeva argomenti già valutati o li presentava in modo generico, senza confrontarsi con la sentenza precedente. La Corte ha ribadito che un ricorso non può semplicemente richiedere una nuova valutazione dei fatti. Inoltre, l'impugnazione di una sentenza di patteggiamento ha limiti molto stretti. Per questi motivi, l'inammissibilità del ricorso è stata confermata, rendendo definitiva la condanna.
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Stupefacenti: 489 dosi non sono “lieve entità reato stupefacenti”
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per traffico di stupefacenti. L'imputato chiedeva la riqualificazione del reato come "lieve entità reato stupefacenti", sostenendo di aver solo trasportato la droga. La Corte ha ribadito che la valutazione della "lieve entità" richiede un'analisi complessiva di tutti gli elementi, inclusi quantità e qualità della sostanza. Nel caso specifico, le 489 dosi di cocaina trasportate impedivano di considerare il fatto di lieve entità. La decisione conferma che la quantità di droga è un fattore determinante per escludere la minore gravità del reato. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Droga parlata: Cassazione conferma condanne per spaccio e estorsione
La Corte di Cassazione ha confermato le condanne per due imputati, inizialmente condannati per spaccio di hashish e marijuana e tentata estorsione. I ricorrenti contestavano la prova dei reati, in particolare l'assenza di sequestro della sostanza stupefacente, basandosi sulla cosiddetta "droga parlata". La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. Ha ribadito che le intercettazioni, se chiare e dettagliate, possono provare il reato di spaccio anche senza il sequestro fisico della droga, superando il principio del "ragionevole dubbio" e confermando la validità della "droga parlata" come prova.
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Droga e bilancino: non è detenzione per uso personale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un individuo per detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio. L'imputato sosteneva che si trattasse di detenzione per uso personale e che il reato fosse prescritto. La Corte ha respinto entrambe le tesi. La prescrizione non era maturata. Inoltre, il notevole quantitativo di hashish (sufficiente per 76,5 dosi), il possesso di un bilancino di precisione e di un taglierino, uniti alla mancanza di un'attività lavorativa, sono stati considerati indizi inequivocabili dell'attività di spaccio, escludendo così l'ipotesi dell'uso personale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese.
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Spaccio di Metanfetamina: No al Fatto di Lieve Entità
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio di stupefacenti a carico di tre persone trovate in possesso di oltre 22 grammi di metanfetamina. La difesa aveva richiesto di classificare il reato come 'fatto di lieve entità', che prevede pene più miti. La Corte ha respinto la richiesta, stabilendo un principio chiaro: per escludere il fatto di lieve entità è sufficiente anche un solo elemento di gravità. In questo caso, la quantità della sostanza, la sua natura di 'droga pesante' (capace di produrre oltre 160 dosi), il possesso di denaro e i precedenti penali di uno degli imputati sono stati ritenuti decisivi per confermare la gravità del reato e la condanna originaria.
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Detenzione di stupefacenti: ricorso generico, condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un individuo condannato per la detenzione di sostanze stupefacenti, nello specifico un ingente quantitativo di cocaina suddiviso in oltre 200.000 dosi. L'imputato aveva presentato ricorso contro la condanna, ma la Corte lo ha dichiarato inammissibile. Il motivo è che l'atto di appello era generico e non conteneva una critica specifica alle motivazioni della sentenza precedente. I giudici hanno ritenuto che la condanna fosse ben motivata, sia riguardo alla legittimità della perquisizione sia riguardo al rifiuto di concedere le attenuanti generiche. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e l'imputato è stato condannato a pagare le spese processuali.
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Detenzione di stupefacenti: condanna per mix di cocaina e MDMA
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per detenzione di sostanze stupefacenti. L'imputato era stato trovato in possesso di un ingente quantitativo di droghe diverse: oltre 50 grammi di cocaina, quasi 60 di hashish e più di 100 di MDMA, suddivise in migliaia di dosi. I giudici hanno ritenuto che la grande quantità e la varietà delle sostanze fossero incompatibili con un uso personale, configurando il reato di detenzione ai fini di spaccio. Il rigetto del ricorso ha reso la condanna definitiva, stabilendo un principio chiaro sulla distinzione tra uso personale e attività illecita basata su prove oggettive.
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Espulsione Straniero per Droga: Quantità Batte Incensuratezza
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del provvedimento di espulsione straniero per reati di droga, anche in assenza di precedenti penali. Un cittadino straniero, condannato per la detenzione di un ingente quantitativo di stupefacenti (250g di cocaina e 2kg di hashish), aveva impugnato l'ordine di espulsione sostenendo che la sua pericolosità sociale non fosse stata adeguatamente provata. La Corte ha stabilito che la notevole quantità di droga è un elemento sufficiente a dimostrare la pericolosità del soggetto e i suoi legami con il narcotraffico, giustificando così l'espulsione a fine pena. La valutazione sulla pericolosità prevale su altri elementi come l'assenza di precedenti condanne.
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Coltivazione di cannabis: la legge sulla canapa non salva 111 piante
Un uomo viene condannato per la coltivazione di 111 piante di marijuana in una serra professionale, attrezzata con impianti di irrigazione e riscaldamento. L'imputato si difende sostenendo che la sua attività rientrasse nella legge sulla canapa industriale (L. 242/2016). La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio chiaro: la coltivazione di cannabis è reato se non è destinata agli scopi tassativamente previsti dalla legge sulla canapa. Le modalità professionali e il numero di piante escludevano qualsiasi finalità lecita e dimostravano l'intento di produrre stupefacente, rendendo impossibile qualificare il fatto come di lieve entità. La condanna è stata quindi confermata.
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Droga: la grande quantità esclude il fatto di lieve entità
Un grossista di farmaci veterinari importa dalla società di un amministratore estero un ingente quantitativo di Ketamina, destinandola al mercato illecito. Entrambi vengono condannati. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, respingendo la tesi difensiva che chiedeva di riconoscere il reato come 'fatto di lieve entità'. Secondo i giudici, la notevole quantità di sostanza stupefacente (oltre mille dosi) e le modalità organizzate dell'operazione, che prevedevano l'importazione dall'estero, sono elementi di gravità tali da escludere a priori l'applicazione della norma più favorevole.
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Spaccio di Lieve Entità Negato: Troppa Droga nell’Appartamento
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due persone per detenzione e spaccio di droga, respingendo la loro richiesta di qualificare il reato come 'spaccio di lieve entità'. Sebbene le singole cessioni potessero essere modeste, il considerevole quantitativo totale di droga rinvenuto nell'appartamento (28 gr di cocaina e 459 gr di marijuana) e le modalità organizzate dell'attività sono stati ritenuti elementi decisivi. La Corte ha stabilito che la valutazione sulla lieve entità del fatto deve essere complessiva e non limitata ai singoli episodi. La significativa quantità di stupefacente è sintomatica di un'attività di spaccio non irrisoria, escludendo così la possibilità di applicare la pena più mite.
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Spaccio di lieve entità: i criteri di valutazione
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un imputato condannato per spaccio. La difesa chiedeva la riqualificazione del reato come spaccio di lieve entità. La Corte ha ribadito che la valutazione non può basarsi solo sul dato quantitativo, ma deve considerare l'intera condotta, inclusa l'organizzazione, la sistematicità dell'attività e i collegamenti con altri soggetti, elementi che in questo caso escludevano la lieve entità del fatto.
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Particolare tenuità del fatto e spaccio: la Cassazione
Un individuo è stato condannato per spaccio di lieve entità. La Corte di Cassazione ha confermato il diniego della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, poiché le modalità operative (dosi già confezionate, bilancino di precisione) indicavano una 'certa professionalità' nell'attività illecita, ritenuta incompatibile con il beneficio, a prescindere dalla modesta quantità di droga sequestrata.
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Detenzione di stupefacenti: ricorso per 34g di cocaina
La Corte di Cassazione esamina un ricorso avverso una condanna per detenzione di stupefacenti. L'imputato era stato trovato in possesso di 34,5 grammi di cocaina pura, da cui si potevano ricavare 230 dosi. La Corte d'Appello aveva confermato la condanna di primo grado, spingendo la difesa a ricorrere in Cassazione.
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Revisione condanna per narcotraffico e giudicati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato per associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico. L'imputato aveva richiesto la revisione della condanna sostenendo un'incompatibilità con la sentenza di una coimputata, condannata solo per un singolo tentativo di importazione. La Corte ha stabilito che non sussiste incompatibilità, poiché la diversa qualificazione del reato per la complice non nega i fatti che fondano la condanna del ricorrente per il suo ruolo stabile nell'associazione.
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Reato lieve di spaccio: narcotest e dosi sufficienti
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un imputato condannato per il reato lieve di spaccio di sostanze stupefacenti. La Corte ha ritenuto che il narcotest, unito alla suddivisione della sostanza in dosi e alle modalità di occultamento, costituisse prova sufficiente per confermare la condanna, respingendo le argomentazioni difensive come mere riproposizioni di tesi già vagliate.
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Recidiva: la Cassazione annulla condanna per spaccio
Con la sentenza Penale, Sez. 4, n. 52140 del 2019, la Corte di Cassazione ha affrontato il tema della recidiva. Un individuo, condannato in primo e secondo grado per spaccio di eroina, ha fatto ricorso in Cassazione lamentando, tra l'altro, l'errata applicazione dell'aggravante della recidiva. La Suprema Corte, pur confermando la responsabilità penale per il reato di spaccio, ha annullato la sentenza d'appello limitatamente al punto sulla recidiva. La motivazione centrale è che l'applicazione della recidiva non può essere un automatismo basato solo sui precedenti penali, ma richiede una valutazione concreta e motivata da parte del giudice sulla maggiore colpevolezza e pericolosità sociale dell'imputato, che nel caso di specie era mancata.
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