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Contratto A Favore Di Terzo

52 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Un contratto in cui una parte (stipulante) si accorda con un'altra (promittente) affinché quest'ultima esegua una prestazione a beneficio di un soggetto terzo, che non è parte del contratto.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Furto in Hotel: La Prescrizione del Diritto al Risarcimento non è sempre breve
Un veicolo assicurato è stato rubato da un garage di un hotel. L'Assicuratore ha risarcito il Proprietario del Veicolo e ha poi agito in giudizio contro l'Albergatore e il Gestore del Garage per recuperare la somma, invocando la surrogazione. La controversia principale riguardava la natura del rapporto tra il Proprietario del Veicolo e l'Albergatore: contrattuale (deposito) o extracontrattuale (aquiliana). Questa distinzione era cruciale per stabilire il termine di prescrizione del diritto al risarcimento. La Corte d'Appello aveva ritenuto il diritto prescritto, qualificandolo come aquiliano. La Cassazione ha invece stabilito che il deposito di un bene altrui è un contratto a favore di terzo, rendendo il diritto al risarcimento di natura contrattuale e quindi soggetto alla prescrizione decennale. Di conseguenza, il diritto al risarcimento non era prescritto.
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Contratto a favore di terzo: chi paga il professionista nel fallimento?
Un Architetto ha chiesto di essere ammesso al passivo di un fallimento per crediti professionali. Aveva progettato e diretto lavori di recupero per un'area di proprietà di una terza società, su incarico della società poi fallita. Si trattava di un "Contratto a favore di terzo". Il Tribunale ha respinto la richiesta, sostenendo che l'Architetto non aveva provato di aver lavorato per la società fallita e che il contratto non aveva un interesse valido per essa o era stato revocato. La Corte di Cassazione ha cassato la decisione. Ha chiarito che nel "Contratto a favore di terzo", l'obbligo di pagare il professionista spetta a chi ha conferito l'incarico. La prova della mancanza di interesse o della revoca spettava al curatore, non al professionista.
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Pagamento Corrispettivo Trasporto: Mittente Soccombe Senza Prova
Un'impresa di trasporto ha chiesto a un'azienda cliente il pagamento di differenze tariffarie per servizi di autotrasporto. L'azienda cliente ha sostenuto di non essere il soggetto obbligato al pagamento, indicando i destinatari della merce. La Cassazione ha confermato che, in assenza di un "patto in deroga" (accordo speciale) che stabilisca diversamente, l'obbligo del pagamento corrispettivo trasporto ricade sul destinatario una volta che questi richiede la consegna. Il ricorso dell'impresa di trasporto è stato dichiarato inammissibile per mancanza di prova di tale patto, confermando la decisione dei giudici di merito.
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Diritto all’Assunzione: Piloti ex Alitalia vs Nuova Compagnia
La Corte di Cassazione ha esaminato il diritto all'assunzione di ex piloti Alitalia presso una nuova compagnia, Alitalia CAI, in base a un accordo sindacale del 2008. Tale accordo prevedeva l'assunzione di un numero minimo di piloti e specifici criteri di selezione. I lavoratori lamentavano l'inadempimento della società e il loro diritto all'assunzione, sostenendo di possedere i requisiti. La Corte d'Appello aveva respinto la domanda per mancata prova dei requisiti. La Cassazione ha confermato, stabilendo che l'onere di dimostrare il possesso dei requisiti per il diritto all'assunzione spetta ai lavoratori, e che l'interpretazione dell'accordo da parte dei giudici di merito era corretta. I ricorsi dei piloti sono stati rigettati.
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Accordi sindacali: quando manca il diritto all’assunzione
Una lavoratrice, collocata in cassa integrazione e poi in mobilità, ha citato in giudizio la nuova compagnia aerea per ottenere il diritto all'assunzione e il risarcimento del danno, richiamando gli accordi sindacali di salvaguardia occupazionale siglati durante la ristrutturazione aziendale. I giudici di merito hanno respinto la richiesta per la natura meramente programmatica dell'accordo e la mancanza di tabelle specifiche sul fabbisogno del personale. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto del ricorso. I giudici supremi hanno stabilito che l'intesa sindacale non integra un contratto a favore di terzo se mancano criteri certi e tabelle per rendere determinabili i beneficiari. L'azienda ha mantenuto la prevalenza delle proprie esigenze organizzative nella scelta del personale.
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Mansioni superiori negate tra appalto pubblico e CCNL
Un lavoratore addetto alla vigilanza ha chiesto il riconoscimento del livello di inquadramento superiore e delle differenze retributive. Il dipendente ha basato la pretesa su una clausola del contratto di appalto stipulato dalla sua azienda con il Ministero dei Beni Culturali, che imponeva l'impiego di personale qualificato. L'azienda si è opposta alla richiesta, sostenendo che tale accordo non conferisse diritti diretti ai singoli dipendenti. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del dipendente, confermando che la convenzione tra ente pubblico e datore di lavoro non costituisce un contratto a favore di terzo finalizzato ad attribuire mansioni superiori, in mancanza di una specifica e intenzionale volontà delle parti di conferire un diritto soggettivo autonomamente azionabile.
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Diritto all’assunzione: l’accordo sindacale non basta senza prove
Un Lavoratore ha chiesto il riconoscimento del suo diritto all'assunzione presso una Compagnia Aerea, basandosi su un accordo sindacale che prevedeva l'inserimento di personale. Le corti di merito avevano respinto la sua domanda. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che il Lavoratore non aveva fornito prove sufficienti di possedere i requisiti specifici richiesti dall'accordo per l'assunzione. L'accordo prevedeva criteri selettivi legati ai profili professionali e alle esigenze organizzative, non solo all'anzianità. Il Lavoratore non ha dimostrato di soddisfare tali requisiti, in particolare l'abilitazione per gli aeromobili della flotta aziendale.
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Legittimazione ad agire del beneficiario nella polizza vita
Una madre sottoscrive una polizza vita di tipo finanziario versando un premio unico e designa il figlio come assicurato e beneficiario. Alla scadenza del contratto, il figlio chiede alla compagnia assicurativa il pagamento del capitale e dei rendimenti garantiti, oltre al risarcimento dei danni. La Corte d'Appello respinge la richiesta sostenendo che solo la madre stipulante possa agire in giudizio. La Corte di Cassazione ribalta la decisione e accoglie il ricorso. I giudici affermano che la legittimazione ad agire del beneficiario sussiste pienamente quando si richiede l'esecuzione della prestazione dovuta o il risarcimento dei danni derivanti dal rapporto. Trattandosi di un contratto a favore di terzo, il figlio ha acquisito direttamente il diritto al pagamento e possiede quindi la piena facoltà di agire in tribunale contro l'assicurazione.
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Azienda vs Comune: il Contratto a favore di terzo e il debito in Cassazione
Un'Azienda (il ricorrente) ha ricevuto un decreto ingiuntivo per il pagamento di 3.000 euro, derivante da un "contratto a favore di terzo" stipulato con un Comune per la gestione di una piscina. Il Tribunale ha confermato l'obbligo di pagamento verso un'altra Entità. L'Azienda ha presentato ricorso in Cassazione. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che l'Azienda non potesse lamentarsi della mancata interruzione del processo a seguito del fallimento dell'altra parte e che le altre contestazioni riguardassero questioni di fatto o fossero state sollevate tardivamente. L'Azienda deve quindi pagare la somma.
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Prescrizione polizza vita: riscossione negata dopo il decesso
Una donna stipula un'assicurazione sulla vita nominando beneficiaria la nipote, con scadenza decennale. L'assicurata muore tre anni dopo la stipula. La beneficiaria richiede la liquidazione del capitale solo alla scadenza naturale del contratto, ovvero sette anni dopo il decesso della parente. La compagnia assicurativa nega il pagamento eccependo la prescrizione polizza vita. La beneficiaria agisce in giudizio sostenendo la violazione dei doveri di correttezza e informazione da parte dell'assicurazione. La Corte di Cassazione respinge definitivamente la richiesta della beneficiaria. I giudici stabiliscono che il termine di prescrizione decorre dalla morte dell'assicurata e non dalla scadenza naturale della polizza. Inoltre, la compagnia non ha alcun obbligo di avvisare i beneficiari della morte o dell'imminente scadenza dei termini.
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Diritto di ritenzione: pagare la custodia del mezzo rubato
La Corte di Cassazione ha confermato l'obbligo degli Eredi del Proprietario di un furgone rubato e ritrovato di pagare le spese di rimozione e custodia alla Società di Custodia incaricata dai Carabinieri. Il proprietario era stato subito informato del ritrovamento ma si era rifiutato di pagare, contestando l'assenza di un contratto. La Corte ha stabilito che, in caso di immediata informazione, sorge l'obbligo di pagamento e la Società di Custodia può legittimamente esercitare il diritto di ritenzione sul veicolo fino al saldo del dovuto. Viene inoltre escluso il foro del consumatore, poiché il proprietario non ha stipulato alcun contratto diretto. Gli Eredi del Proprietario perdono la causa e devono pagare le spese legali.
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Previdenza complementare: se il fondo è vuoto l’ente non paga
Una lavoratrice ha richiesto la condanna dell'ente previdenziale al pagamento dell'indennità integrativa denominata "ex fissa". La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il fondo di previdenza complementare funziona a ripartizione e costituisce un patrimonio autonomo rispetto all'ente gestore. Quest'ultimo agisce come mero delegato al pagamento e non risponde in proprio dei debiti del fondo in caso di grave crisi di liquidità. Di conseguenza, l'assenza di risorse finanziarie del fondo esonera l'ente gestore dall'obbligo di erogare la prestazione, purché abbia correttamente vigilato e segnalato la crisi alle parti sociali.
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Previdenza complementare: niente indennità se il fondo è vuoto
Un giornalista ha chiesto la condanna dell'ente previdenziale al pagamento dell'indennità ex fissa, attinta dal fondo di previdenza complementare. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, rilevando che il fondo ha natura a ripartizione e che l'ente gestore, avendo segnalato la crisi di liquidità, era esonerato dal pagamento in assenza di risorse. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che l'ente previdenziale agisce come mero gestore con contabilità separata e non risponde in proprio dei debiti del fondo, il quale costituisce un centro autonomo di imputazione giuridica. Di conseguenza, l'assenza di liquidità del fondo esclude l'esigibilità immediata della prestazione.
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Diritto all’assunzione: l’accordo collettivo non basta senza prove
Un pilota di aerei ha agito in giudizio contro due compagnie aeree subentrate alla vecchia società in amministrazione straordinaria. Il lavoratore pretendeva il riconoscimento del proprio diritto all'assunzione sulla base di un accordo sindacale che prevedeva l'assunzione di un numero minimo di piloti. La Corte di Cassazione ha confermato che l'accordo sindacale costituisce un contratto a favore di terzo. Tuttavia, poiché l'accordo non indicava nominativamente i beneficiari ma solo criteri di selezione (esigenze organizzative, profili professionali e anzianità), spetta al lavoratore l'onere di dimostrare il possesso dei requisiti e che la scelta sarebbe dovuta ricadere su di lui. Non avendo fornito questa prova comparativa, il ricorso del pilota è stato dichiarato inammissibile, condannandolo al pagamento delle spese processuali.
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Diritto all’assunzione: promesse sindacali contro prove concrete
Una lavoratrice, ex assistente di volo, ha richiesto il riconoscimento del proprio diritto all'assunzione presso una nuova compagnia aerea subentrata alla precedente in amministrazione straordinaria. La ricorrente invocava l'applicazione delle tutele sul trasferimento d'azienda e il rispetto di accordi sindacali qualificabili come contratto a favore di terzo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che le operazioni di cessione in esame escludono il trasferimento d'azienda per legge speciale. Inoltre, in merito agli accordi sindacali, la Corte ha stabilito che spetta interamente al lavoratore l'onere di provare il possesso dei requisiti e la preferenza rispetto ad altri candidati per vedersi riconosciuto il diritto all'assunzione. Di conseguenza, la lavoratrice ha perso la causa ed è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Diritto all’assunzione: l’accordo sindacale non basta
Due piloti hanno fatto causa alla nuova azienda subentrante per ottenere il diritto all'assunzione, basandosi su un accordo sindacale che prevedeva un numero minimo di assunzioni dalla vecchia società in crisi. I lavoratori sostenevano che, non essendo stata raggiunta la quota minima, l'azienda avesse l'obbligo di assumerli automaticamente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'accordo collettivo costituisce un contratto a favore di terzi. Di conseguenza, spetta al singolo lavoratore l'onere della prova: egli deve dimostrare non solo di possedere i requisiti previsti, ma deve anche confrontare la propria posizione con quella degli altri potenziali candidati per provare che la scelta sarebbe dovuta ricadere proprio su di lui. I piloti hanno quindi perso la causa.
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Indennità ex fissa: fondo vuoto, l’ente gestore non paga
Un giornalista ha richiesto il pagamento dell'indennità ex fissa al Fondo Integrativo gestito dall'ente previdenziale di categoria. I giudici di merito hanno accolto l'opposizione dell'ente gestore, rilevando che quest'ultimo non ha un'obbligazione propria verso l'iscritto e che il Fondo era privo di liquidità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore. La Corte ha chiarito che il Fondo costituisce un centro autonomo di imputazione giuridica e che l'ente gestore agisce come mero delegato al pagamento (adiectus solutionis causa). Di conseguenza, l'ente non risponde con il proprio patrimonio dei debiti del Fondo, specialmente in caso di accertata illiquidità dello stesso, operando il sistema a ripartizione.
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Indennità ex fissa: se il fondo è vuoto l’ente non paga
Un giornalista ha chiesto la condanna dell'ente previdenziale dei giornalisti al pagamento dell'indennità ex fissa, una prestazione integrativa aziendale. La Corte d'Appello ha respinto la domanda a causa della grave crisi di liquidità del fondo integrativo. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che il fondo ha natura di fondo a ripartizione e costituisce un soggetto giuridico autonomo rispetto all'ente gestore. Di conseguenza, l'ente gestore non risponde con il proprio patrimonio dei debiti del fondo e, in mancanza di risorse finanziarie nel fondo stesso, l'indennità ex fissa non può essere pretesa direttamente dall'ente.
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Diritto di surroga dell’assicuratore: il debitore paga e perde
Un lavoratore stipula un mutuo con cessione del quinto e, contestualmente, viene attivata una polizza assicurativa per il caso di perdita dell'impiego, con premio a suo carico. A seguito del licenziamento, la compagnia assicurativa paga il debito residuo alla finanziaria e poi agisce contro il debitore per recuperare la somma. La Corte di Cassazione conferma la validità di questa azione, stabilendo che l'assicurazione era stata stipulata nell'interesse del creditore e non del debitore. Di conseguenza, il diritto di surroga dell'assicuratore è pienamente legittimo e la clausola che lo prevede non è vessatoria, anche se il premio è stato materialmente pagato dal debitore. Il ricorso del debitore viene quindi rigettato.
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Progetti usati ma nessun contratto a favore di terzo: chi paga?
Un professionista ha chiesto il pagamento del compenso per un progetto edilizio a tre cooperative subentrate a quella originaria, nel frattempo fallita. Il professionista sosteneva che il subentro integrasse un contratto a favore di terzo o, in alternativa, un arricchimento senza causa per l'uso dei suoi progetti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'impegno delle nuove cooperative verso il Comune riguardava solo la realizzazione dell'opera e non l'accollo dei debiti pregressi. Inoltre, la domanda di arricchimento ingiustificato è stata dichiarata inammissibile perché proposta tardivamente rispetto alla richiesta iniziale basata sul contratto a favore di terzo. Di conseguenza, il professionista ha perso la causa ed è stato condannato a pagare le spese processuali.
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