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Confisca Per Equivalente — Anno 2023

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225 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Confisca Per Equivalente

Provvedimenti

Confisca per equivalente: prima l’azienda, poi l’amministratore
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di tre amministratori che avevano concordato un patteggiamento per reati tributari. Il giudice di merito aveva disposto la confisca per equivalente dei loro beni personali senza verificare se fosse possibile aggredire prima il patrimonio delle società coinvolte. La Suprema Corte ha accolto il ricorso di due amministratori, stabilendo che la confisca per equivalente sui beni personali dell'amministratore richiede una specifica motivazione sull'impossibilità di recuperare il profitto direttamente presso la società beneficiaria della frode. Di conseguenza, la sentenza è stata annullata limitatamente alla misura della confisca, con rinvio al tribunale per un nuovo esame. Il ricorso del terzo amministratore, che contestava la propria responsabilità penale nonostante il patteggiamento, è stato invece dichiarato inammissibile.
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Confisca per equivalente: no al raddoppio se si paga il fisco
Il caso riguarda Il Condannato, accusato di reati tributari in concorso con altri soggetti. La Corte di appello aveva ridotto di centomila euro la confisca dei suoi beni, riconoscendo il pagamento effettuato al fisco e applicando una ripartizione pro quota. Tuttavia, il Giudice dell'esecuzione ha rigettato la richiesta di sostituzione della quota immobiliare confiscata, applicando il principio solidaristico per l'intero profitto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che il giudice dell'esecuzione non può ignorare il giudicato che ha già escluso tale principio. La confisca per equivalente non può superare il profitto effettivo né duplicare il prelievo tra i coimputati. L'ordinanza è stata annullata con rinvio.
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Sequestro preventivo: no a motivi nuovi in appello cautelare
Un Amministratore di fatto ha impugnato il provvedimento di rigetto del dissequestro del proprio conto corrente, colpito da un sequestro preventivo per reati tributari. Inizialmente, l'indagato aveva chiesto la restituzione delle somme lamentando solo difficoltà personali legate al pagamento del mutuo e dello stipendio. Successivamente, in sede di appello, ha sollevato nuove contestazioni riguardanti la sua effettiva qualifica di amministratore e l'assenza di indizi di reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che nell'appello cautelare non è possibile introdurre motivi del tutto nuovi rispetto a quelli presentati con la prima richiesta al giudice per le indagini preliminari. Di conseguenza, il blocco dei conti correnti è stato confermato.
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Confisca per equivalente: il pescatore prescritto salva i beni
Un pescatore riceve un contributo pubblico di 40.000 euro per cambiare lavoro, ma non rispetta l'obbligo e investe la somma in titoli privati. Accusato di malversazione, il reato si estingue per prescrizione. La Cassazione conferma la confisca diretta dei titoli acquistati con i fondi pubblici, ma annulla la confisca per equivalente sui beni personali. La Corte stabilisce che quest'ultima misura ha natura sanzionatoria e non può essere applicata retroattivamente se il reato è prescritto e commesso prima della riforma del 2018. Vince parzialmente il pescatore, che salva i propri beni personali non derivanti dal reato.
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Concordato in appello: lo sconto di pena blocca i ricorsi
L'Amministratore di una società, accusato di bancarotta fraudolenta e reati tributari, propone ricorso in Cassazione dopo aver stipulato un concordato in appello. L'imputato contesta la durata delle pene accessorie e la confisca di beni legati a reati tributari che ritiene prescritti. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che il concordato in appello comporta la rinuncia ai motivi di impugnazione. Inoltre, la rinuncia specifica al motivo sulla prescrizione, effettuata tramite procuratore speciale per ottenere l'accordo sulla pena, equivale a una rinuncia espressa alla prescrizione stessa. Di conseguenza, non è possibile ridiscutere la confisca dei beni o la durata delle sanzioni accessorie concordate. L'Amministratore perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Prescrizione e confisca per equivalente: stop alla retroattività
L'Amministratore di una società viene condannato in primo grado per omessa dichiarazione IVA. In appello, il reato viene dichiarato estinto per prescrizione, ma i giudici confermano la confisca dei beni. L'Amministratore ricorre in Cassazione contestando la legittimità della misura. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che la confisca per equivalente ha natura sanzionatoria e non può essere applicata retroattivamente per reati commessi prima dell'entrata in vigore dell'art. 578-bis c.p.p. Inoltre, la confisca diretta in caso di prescrizione richiede un accertamento rigoroso della responsabilità penale, mancato nel caso di specie. La Cassazione annulla la decisione limitatamente alla confisca, rinviando il caso alla Corte d'Appello di Salerno.
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Rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale o condanna nulla
Un imprenditore, accusato di omesso versamento di IVA e ritenute, era stato assolto in primo grado grazie alla perizia della difesa che dimostrava l'impossibilità di pagare per una grave crisi aziendale. La Corte d'Appello aveva ribaltato la decisione condannandolo, senza però riascoltare il consulente tecnico della difesa. La Cassazione ha annullato la condanna, stabilendo che la rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale è obbligatoria se il giudice d'appello vuole ribaltare un'assoluzione basandosi su una diversa interpretazione di una prova dichiarativa decisiva. Di conseguenza, alcuni reati sono stati dichiarati prescritti con revoca della confisca, mentre per gli altri è stato ordinato un nuovo processo.
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Peculato dell’amministratore: condanna sì, ma confisca da ridurre
Un amministratore di una società pubblica in house si è appropriato di oltre 61.000 euro falsificando i documenti bancari per nascondere i prelievi. La Corte d'Appello ha qualificato il fatto come reato di peculato, condannandolo a tre anni di reclusione e disponendo la confisca dell'intera somma. La Cassazione ha confermato la responsabilità per il reato di peculato dell'amministratore, poiché la gestione di una società pubblica equivale a un pubblico servizio. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso sulla quantificazione della pena e sulla confisca: la Corte d'Appello non ha motivato adeguatamente l'aumento di pena per la continuazione e ha ignorato i rimborsi già effettuati dall'imputato. La sentenza è stata quindi annullata limitatamente alla pena e alla confisca, con rinvio per un nuovo calcolo favorevole all'imputato.
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Sequestro preventivo: il tempo non cancella il blocco dei beni
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti di un soggetto indagato per truffa aggravata finalizzata al conseguimento di erogazioni pubbliche. La difesa contestava l'integrazione della motivazione sul pericolo di dispersione dei beni da parte del Tribunale del riesame, ritenendola tardiva e astratta, specialmente a causa del tempo trascorso dal reato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che il pericolo di dispersione è insito nella natura stessa del denaro, bene altamente fungibile, e nella propensione dell'indagato a utilizzare raggiri per ottenere contributi indebiti. Di conseguenza, il provvedimento di sequestro preventivo è pienamente legittimo.
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Sequestro preventivo: conto della moglie bloccato per il marito
Il Tribunale di Bergamo ha confermato il sequestro preventivo delle somme depositate sui conti correnti intestati a una donna, ma ritenuti nella reale disponibilità del marito, indagato per reati tributari. La moglie ha proposto ricorso sostenendo che la semplice delega ad operare sul conto non dimostrasse la reale disponibilità del denaro da parte del coniuge. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la delega incondizionata, unita al concreto utilizzo del conto da parte del marito (che vi depositava ingenti somme della propria società e prelevava denaro agendo come effettivo proprietario), legittima il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente. La ricorrente perde la causa e viene condannata al pagamento delle spese processuali.
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Confisca obbligatoria nei reati tributari: condanna senza scampo
Il Tribunale ha condannato l'Imputata per reati fiscali legati all'uso ed emissione di fatture false, omettendo tuttavia di disporre la misura della confisca dei beni. Il Procuratore Generale ha impugnato la decisione lamentando la violazione di legge. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la confisca obbligatoria nei reati tributari rappresenta un dovere inderogabile per il giudice, anche in assenza di un precedente sequestro. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza limitatamente alla mancata confisca, rinviando la decisione alla Corte d'appello per l'applicazione della misura, mentre la condanna penale principale è rimasta definitiva.
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Confisca per equivalente: i creditori battono lo Stato
Una società creditrice ha contestato la confisca per equivalente disposta sui beni del proprio debitore, precedentemente pignorati dalla società stessa. Il reato tributario addebitato al debitore era stato dichiarato estinto per prescrizione, ma il giudice dell'esecuzione aveva comunque mantenuto la misura. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della creditrice, stabilendo che la confisca per equivalente ha natura sanzionatoria e non può essere applicata retroattivamente a fatti commessi prima dell'entrata in vigore della norma (Art. 578-bis c.p.p.), qualora il reato sia prescritto. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza e revocato la confisca, consentendo alla società creditrice di far valere i propri diritti sui beni pignorati.
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Sequestro preventivo: errore del giudice ma il blocco resta
L'Amministratore di una società ha impugnato il provvedimento di sequestro preventivo finalizzato alla confisca di oltre sette milioni di euro, disposto per il reato di dichiarazione infedele. Il ricorrente lamentava la mancanza di motivazione da parte del Giudice per le indagini preliminari riguardo al pericolo nel ritardo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che, sebbene il sequestro preventivo richieda sempre una specifica motivazione sul pericolo di dispersione dei beni, l'errore di diritto del primo giudice può essere legittimamente sanato e integrato dal Tribunale del Riesame. Di conseguenza, il sequestro è stato confermato e l'Amministratore è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Sequestro preventivo finalizzato alla confisca: il Riesame sana
L'Amministratrice di una società ha impugnato il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di oltre tre milioni di euro, disposto per un reato di dichiarazione infedele. La difesa sosteneva la nullità del provvedimento perché il Giudice per le indagini preliminari non aveva motivato il pericolo nel ritardo (periculum in mora), ritenendolo implicito nella confiscabilità dei beni. Il Tribunale del Riesame aveva però integrato tale motivazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Amministratrice, confermando la legittimità del sequestro. I giudici hanno stabilito che l'errore di diritto del primo giudice non equivale a una totale mancanza grafica di motivazione. Di conseguenza, il Tribunale del Riesame ha il pieno potere di integrare e correggere la motivazione carente, salvando la validità della misura cautelare.
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Omessa dichiarazione dei redditi: condannato l’amministratore
L'Amministratore di una società viene condannato per il reato di omessa dichiarazione dei redditi per l'anno d'imposta 2011, avendo evaso IRES e IVA oltre le soglie di legge. L'imputato ricorre in Cassazione contestando il calcolo dell'imposta evasa e l'elemento soggettivo, sostenendo che non vi fosse prova del dolo specifico di evasione. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso. I giudici chiariscono che i costi non contabilizzati o relativi ad anni precedenti non possono essere dedotti senza prove certe. Inoltre, il dolo specifico di evasione può essere legittimamente desunto dall'elevato ammontare dell'imposta evasa e dalla piena disponibilità delle scritture contabili da parte dell'amministratore effettivo. L'Amministratore perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Bancarotta fraudolenta per distrazione: finto affare e condanna
L'Amministratore di una società di lavanderia industriale e sua figlia, titolare di una ditta individuale, sono stati condannati per bancarotta fraudolenta per distrazione. I due avevano simulato la vendita di macchinari industriali per un valore di circa 496.000 euro dalla società prossima al fallimento alla ditta della figlia, senza alcun reale pagamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi degli imputati. I giudici hanno confermato la responsabilità penale di entrambi, chiarendo che la finta compravendita dimostra la consapevolezza della figlia, quale soggetto esterno, di sottrarre beni ai creditori. Inoltre, trattandosi di ditta individuale, è legittima la confisca diretta dei beni personali della donna per un valore equivalente all'imposta evasa.
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Sequestro preventivo: pagare le rate non salva i conti bloccati
Tre indagati hanno ottenuto un finanziamento bancario di 595.000 euro, garantito dallo Stato, per ristrutturare un albergo. I lavori non sono mai iniziati né programmati. La Procura ha quindi disposto il sequestro preventivo delle somme per truffa aggravata. Gli indagati hanno fatto ricorso sostenendo di stare rimborsando regolarmente il prestito e che i loro patrimoni personali offrissero garanzie sufficienti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il regolare pagamento delle rate non elimina il pericolo di perdita del denaro pubblico, poiché la società beneficiaria è fortemente indebitata e i fideiussori hanno redditi insufficienti. Vince lo Stato: il blocco dei conti correnti resta attivo e i ricorrenti devono pagare le spese processuali.
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Confisca per equivalente: no se il reato è prescritto
L'Amministratore di un'azienda è stato accusato di omesso versamento di ritenute fiscali certificate per oltre 400mila euro. La Corte d'Appello ha dichiarato il reato estinto per prescrizione, ma ha confermato sia la confisca diretta del profitto nei confronti dell'azienda, sia la confisca per equivalente sui beni personali dell'amministratore. Quest'ultimo ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso: mentre la confisca diretta contro l'ente è legittima anche con reato prescritto, la confisca per equivalente ha natura sanzionatoria e non può essere applicata retroattivamente per fatti commessi nel 2012, prima dell'introduzione delle norme che ne consentono l'applicazione in caso di prescrizione. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la sentenza, eliminando la misura patrimoniale sui beni personali dell'imputato.
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Fatture per operazioni inesistenti: condannato il finto acconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del rappresentante legale di una società, condannato per dichiarazione fraudolenta. L'imputato aveva inserito in contabilità sei fatture per operazioni inesistenti emesse da un'altra azienda per un totale di 640.000 euro, ottenendo un indebito credito IVA. La difesa sosteneva che si trattasse di fatture in acconto per prestazioni future, ma i giudici hanno rilevato l'assoluta genericità dei documenti, la mancanza di contratti e la non corrispondenza dei pagamenti. La Cassazione ha confermato che anche le fatture in acconto, se prive di reale base commerciale, integrano il reato fiscale. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Indebita percezione di erogazioni pubbliche: no alla truffa
Tre amministratori e tre società erano accusati di truffa aggravata per aver ottenuto indebitamente contributi statali destinati alla formazione professionale degli autotrasportatori. Gli imputati avevano rendicontato al Ministero costi superiori a quelli reali, grazie a un accordo interno che prevedeva la restituzione di parte delle somme tramite note di credito. La Corte di Cassazione ha riqualificato il fatto nel reato meno grave di indebita percezione di erogazioni pubbliche, poiché la condotta consisteva in una mera omissione informativa successiva e non in raggiri iniziali. Di conseguenza, il reato è stato dichiarato estinto per prescrizione. La Suprema Corte ha inoltre ridotto la confisca al solo profitto illecito effettivo (circa 38.000 euro) e ha annullato con rinvio la condanna delle società per carenza di motivazione sull'interesse o vantaggio dell'ente.
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