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Confisca Per Equivalente — Anno 2022

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274 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Confisca Per Equivalente

Provvedimenti

Omesso versamento di ritenute: la crisi non salva dal dolo
L'Amministratore di una società è stato condannato per il reato di omesso versamento di ritenute certificate per l'anno d'imposta 2014, avendo superato la soglia di punibilità penale. La difesa ha sostenuto che l'omissione fosse dovuta a una grave crisi di liquidità aziendale e ha chiesto l'applicazione della particolare tenuità del fatto e la revoca della confisca, evidenziando un piano di rateizzazione in corso con l'Agenzia delle Entrate. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che la crisi di liquidità non esclude il dolo se si scelgono di pagare altri creditori anziché il fisco. Inoltre, la confisca dei beni rimane valida anche in presenza di un piano di rateizzazione, ma la sua esecuzione è sospesa finché il contribuente rispetta regolarmente i pagamenti concordati.
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Sottrazione fraudolenta: vendita reale ma condanna penale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due amministratori societari (madre e figlio) accusati del reato di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte. Gli imputati avevano realizzato una compravendita immobiliare tra le rispettive società. Sebbene l'alienazione fosse reale, l'operazione è stata ritenuta fraudolenta poiché finalizzata a svuotare la società debitrice verso l'Erario per circa 110.000 euro di tasse non pagate. Il prezzo era stato corrisposto solo in minima parte, mentre la quota restante era stata azzerata tramite complesse compensazioni e rimborsi soci ingiustificati. La Suprema Corte ha ribadito che il reato in questione è un reato di pericolo: basta il compimento di atti idonei a rendere più difficoltosa l'azione di recupero del Fisco, valutata con un giudizio ex ante. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili.
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Sequestro preventivo: la prima casa non si salva dal reato tributario
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'indagata contro il sequestro preventivo dei suoi beni, finalizzato alla confisca per equivalente per oltre 22 milioni di euro. La ricorrente contestava il sequestro della propria abitazione principale e la data di acquisto dei beni. I giudici hanno chiarito che il limite di pignorabilità della prima casa non si applica in sede penale e che rileva solo l'attuale disponibilità del bene, indipendentemente da quando sia stato acquistato o dalla provenienza lecita del denaro.
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Sequestro preventivo prima casa: il reato batte la tutela
Il Tribunale di Roma ha confermato il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente di beni mobili e immobili di un'indagata, accusata di omesso versamento dell'IVA per oltre quattro milioni di euro. L'indagata ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando che il provvedimento avesse colpito la propria abitazione principale e che fosse decorso troppo tempo dall'acquisto dei beni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il divieto di pignoramento della prima casa vale solo per le espropriazioni dell'agente della riscossione esattoriale e non si applica al sequestro preventivo prima casa in ambito penale. Inoltre, per la confisca per equivalente rileva solo l'attuale disponibilità del bene e non la data del suo acquisto o la provenienza lecita del denaro utilizzato.
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Truffa per erogazioni pubbliche: reato prescritto ma confisca
Un agricoltore otteneva indebitamente contributi europei presentando falsi contratti d'affitto di terreni demaniali o intestati a persone decedute. Accusato di truffa per erogazioni pubbliche, veniva condannato nei primi gradi di giudizio con contestuale confisca dell'intera somma ricevuta. La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna poiché il reato si era estinto per prescrizione prima della sentenza d'appello, a causa di un errato calcolo dei periodi di sospensione da parte dei giudici di merito. Tuttavia, la Suprema Corte ha confermato la confisca dell'intero profitto del reato, stabilendo che la frode iniziale invalida l'intera procedura di erogazione, rendendo illecito l'intero importo percepito.
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Confisca nei reati tributari: il fisco vince anche senza beni
Il Tribunale aveva condannato Il Contribuente per dichiarazione fraudolenta tramite fatture false, omettendo però di disporre la confisca dei suoi beni. Il Procuratore Generale ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata applicazione della misura. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la confisca nei reati tributari, anche per equivalente, è sempre obbligatoria in caso di condanna. Non serve individuare subito i beni, operazione che spetta alla fase esecutiva. La sentenza è stata annullata limitatamente a questo punto, disponendo il rinvio al Tribunale per applicare la misura patrimoniale.
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Omesso versamento IVA: condanna definitiva ma confisca annullata
Un imprenditore è stato condannato per il reato di omesso versamento IVA per un importo superiore a 870.000 euro. La difesa ha sostenuto l'esistenza di crediti d'imposta compensabili riconosciuti dal giudice tributario e ha contestato la confisca di immobili precedentemente donati ai figli. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale, stabilendo che le sentenze tributarie non vincolano il giudice penale e che i crediti erano già stati ceduti a terzi. Tuttavia, la Suprema Corte ha annullato la decisione limitatamente alla confisca per equivalente e al diniego della sospensione condizionale della pena. I giudici d'appello dovranno verificare se l'imputato avesse ancora l'effettiva disponibilità dei beni donati e valutare correttamente il rischio di recidiva.
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Condanna senza confisca per equivalente: la Cassazione annulla
Il Tribunale di Ancona ha condannato l'imputata a un anno di reclusione per il reato di omessa dichiarazione dei redditi e dell'Iva, ma ha omesso di disporre la confisca del profitto del reato. Il Procuratore Generale ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, lamentando la mancata applicazione della misura patrimoniale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la confisca per equivalente (o diretta) è obbligatoria in caso di condanna per reati tributari, anche se non è stato precedentemente eseguito un sequestro preventivo. Di conseguenza, i giudici hanno annullato la sentenza limitatamente alla mancata statuizione sulla confisca, rinviando la decisione alla Corte di appello di Ancona per la quantificazione e l'applicazione della misura, mentre la condanna penale è diventata definitiva.
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Confisca per equivalente: legittima anche se restituisci il maltolto
Due soggetti concordano una pena per usura tramite patteggiamento. Il Tribunale dispone anche la confisca dei loro beni. Gli imputati ricorrono in Cassazione contestando la misura. La Suprema Corte rigetta il ricorso del primo imputato, condannato a una pena superiore a due anni, stabilendo che la restituzione del denaro alla vittima non esclude la confisca per equivalente, poiché risarcimento e sanzione dello Stato hanno finalità diverse. Al contrario, accoglie il ricorso del secondo imputato, condannato a una pena inferiore a due anni. Per quest'ultimo, infatti, la legge vieta la confisca per equivalente in caso di patteggiamento sotto i due anni, ammettendo solo quella diretta. La sentenza nei suoi confronti viene quindi annullata con rinvio.
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Confisca per equivalente: no ai mezzi, colpito solo il profitto
L'Investitore veniva sanzionato dalla CONSOB per abuso di informazioni privilegiate, avendo acquistato azioni societarie prima del lancio di un'offerta pubblica di acquisto. Oltre alle sanzioni pecuniarie, l'autorità disponeva la confisca per equivalente di oltre due milioni di euro, includendo sia il profitto sia i mezzi finanziari impiegati. La Corte d'Appello confermava il provvedimento. La Corte di Cassazione, recependo una storica pronuncia della Corte Costituzionale, ha stabilito che la confisca per equivalente non può colpire i mezzi utilizzati per compiere l'illecito, ma deve limitarsi esclusivamente al profitto effettivo ottenuto. Di conseguenza, essendo intervenuto l'annullamento parziale in autotutela da parte della CONSOB, la Suprema Corte ha dichiarato cessata la materia del contendere sul punto, riducendo drasticamente la somma confiscata al solo guadagno reale.
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Sequestro preventivo per equivalente: se la società è vuota paga il capo
Un amministratore societario ha utilizzato crediti d'imposta inesistenti per non pagare le tasse dovute. Il giudice ha disposto il sequestro preventivo per equivalente sui suoi beni personali, poiché i conti della società erano quasi vuoti (solo circa novemila euro a fronte di oltre cinquecentomila euro di debito). L'amministratore ha fatto ricorso sostenendo che lo Stato avrebbe dovuto cercare meglio i beni della società prima di colpire il suo patrimonio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, se la società è palesemente priva di fondi sufficienti, il sequestro sui beni personali dell'amministratore è pienamente legittimo, senza necessità di indagini patrimoniali complesse e preventive sull'ente.
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Confisca per equivalente: il giudice fissa la somma, non i beni
L'Imputato, condannato a seguito di patteggiamento per reati di corruzione, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la legittimità della confisca disposta dal giudice. La difesa lamentava la mancata specificazione, nel dispositivo della sentenza, dei singoli beni da sottoporre a misura ablativa fino alla concorrenza della somma di circa 331.000 euro, individuata come profitto del reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che in tema di confisca per equivalente il giudice non ha l'obbligo di individuare specificamente i beni da apprendere. È sufficiente che il provvedimento determini la somma di denaro che costituisce il profitto del reato, mentre l'individuazione concreta dei beni da confiscare spetta alla polizia giudiziaria nella successiva fase esecutiva.
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Sequestro preventivo: ko se manca la prova del copia-incolla
L'Amministratore di una società ha impugnato il provvedimento di sequestro preventivo di oltre 512.000 euro, emesso per il reato di indebita compensazione di crediti d'imposta fittizi. La difesa sosteneva che il giudice per le indagini preliminari avesse violato l'obbligo di motivazione autonoma, limitandosi a copiare e incollare la richiesta del Pubblico Ministero. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Per contestare validamente il cosiddetto copia-incolla del giudice, il ricorrente non può limitarsi a produrre il decreto di sequestro preventivo, ma ha l'onere di trascrivere integralmente o allegare anche la richiesta originale del Pubblico Ministero, per consentire il confronto. Di conseguenza, il sequestro è stato confermato e il ricorrente è stato condannato alle spese.
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Confisca per equivalente: il fallimento non ferma lo Stato
Il Tribunale di Trapani aveva negato la confisca per equivalente dei beni di un imprenditore condannato per reati tributari, poiché l'uomo era stato dichiarato fallito prima della sentenza. Il Procuratore Generale ha impugnato la decisione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il fallimento non impedisce in assoluto la misura sanzionatoria. Il giudice penale deve valutare la consistenza dell'attivo fallimentare e la tutela dei creditori in buona fede, evitando che lo Stato incassi due volte la stessa somma. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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