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Condanna In Solido

32 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Una condanna in cui più persone sono obbligate a pagare l'intero importo del debito o del risarcimento. Il creditore può chiedere l'intera somma a uno qualsiasi dei condannati.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Caduta nel vano ascensore: risarcimento e spese legali
Un cittadino ha subito gravi lesioni fisiche a causa di una caduta nel vano ascensore dello stabile in cui risiedeva, dovuta all'assenza non segnalata della cabina. Il danneggiato ha citato in giudizio sia il Comune proprietario dell'immobile sia la società appaltatrice incaricata della gestione patrimoniale. Dopo alterne decisioni nei primi gradi di giudizio, con l'esclusione finale di responsabilità per la società di gestione, il cittadino ha proposto ricorso in Cassazione. In seguito all'integrale soddisfacimento del proprio credito risarcitorio da parte dell'ente pubblico, il ricorrente ha rinunciato all'impugnazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo per rinuncia e ha disposto l'integrale compensazione delle spese legali, rilevando l'obiettiva complessità nel distinguere i ruoli dei due soggetti coinvolti.
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Opposizione a cartella esattoriale: l’esattore paga le spese
Una compagnia assicurativa ha promosso un'opposizione a cartella esattoriale emessa dall'ente di riscossione per l'incasso di una polizza fideiussoria richiesta da un ministero. I giudici hanno annullato il debito e condannato sia il ministero sia l'esattore a rimborsare le spese legali alla società. L'agente di riscossione ha contestato la decisione, sostenendo di essere un semplice esecutore materiale degli ordini ministeriali e invocando la compensazione delle spese. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'esattore. Chi avvia la riscossione notifica l'atto e costringe il cittadino a difendersi, subendo l'applicazione del principio di causalità sulle spese processuali.
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Correzione di errore materiale su spese di lite
La Corte di Cassazione ha avviato d'ufficio una procedura di correzione di errore materiale per modificare il dispositivo di una propria precedente sentenza penale. Nel provvedimento originario, i giudici avevano condannato indistintamente tutti e quattro i ricorrenti al pagamento delle spese di rappresentanza e difesa a favore di due enti pubblici costituiti come parti civili. Gli enti si erano costituiti in giudizio esclusivamente contro tre dei quattro imputati. Il quarto ricorrente risultava estraneo alle loro richieste. La Suprema Corte ha accolto la richiesta della Procura Generale e ha emendato l'errore nel testo. La decisione ha limitato l'obbligo di rifusione delle spese processuali ai soli tre imputati effettivamente contrapposti alle parti civili, liberando il quarto da ogni onere economico indebito.
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Condanna in solido spese processuali: la Cassazione annulla l’obbligo
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di due imputati contro una sentenza che li condannava in solido al pagamento delle spese processuali. La Corte ha stabilito che la `condanna in solido spese processuali` non è più legittima. Questo perché una legge del 2009 ha abrogato la norma che la prevedeva (Art. 535 c.p.p.). Pertanto, la Cassazione ha annullato la parte della sentenza che imponeva il pagamento congiunto delle spese, stabilendo che ciascuno debba pagare la propria parte. Gli altri motivi di ricorso sono stati dichiarati inammissibili.
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Integrazione del contraddittorio: notifica omessa al terzo
Un automobilista cita l'ente pubblico per i danni subiti a causa di una griglia stradale difettosa. L'ente chiama in causa la ditta appaltatrice della manutenzione ritenendola unica responsabile. Il primo grado condanna entrambi i soggetti in solido al risarcimento, ma l'appello respinge l'impugnazione dell'ente per tardività. L'ente ricorre quindi davanti alla Corte di Cassazione, notificando l'atto soltanto al danneggiato e dimenticando la ditta terza. I giudici supremi rilevano l'inscindibilità della controversia e ordinano l'integrazione del contraddittorio verso l'impresa esclusa, fissando un termine perentorio di trenta giorni per regolarizzare la notifica prima di decidere il ricorso.
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Aggiornamento ISTAT del canone: condanna per mancato accordo
Una proprietaria immobiliare ha richiesto il pagamento delle differenze sui canoni scaduti a seguito della prosecuzione di un rapporto di locazione. L'immobile era rimasto nella disponibilità dell'originario conduttore e di un suo familiare, il quale versava regolarmente le quote. Nel 2012 gli occupanti avevano ridotto unilateralmente l'importo asserendo una minore superficie del fondo. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi dei debitori. I giudici hanno confermato la piena debenza dell'aggiornamento ISTAT del canone anche in assenza di un nuovo testo contrattuale formale, in virtù della prosecuzione di fatto del rapporto. La Suprema Corte ha inoltre convalidato l'accollo del debito da parte del familiare detentore, condannando entrambi al saldo integrale e alle spese di lite.
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Liquidazione delle spese processuali: nessun automatismo
Diversi cittadini hanno promosso una causa contro il Ministero della Giustizia per ottenere l'equo indennizzo dovuto all'eccessiva durata di un processo. Dopo il riconoscimento del risarcimento, i ricorrenti hanno contestato la liquidazione delle spese processuali operata dai giudici territoriali. In particolare, lamentavano la mancata remunerazione della fase istruttoria e la mancata maggiorazione per la presenza di una pluralità di soggetti. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. I giudici supremi hanno chiarito che il compenso per l'istruttoria spetta solo se l'attività probatoria si è svolta concretamente. Inoltre, l'aumento per la pluralità di assistiti non è automatico se le posizioni processuali sono del tutto identiche e sovrapponibili. I cittadini sono stati condannati a rifondere le spese legali.
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Termine lungo di impugnazione: ricorso bancario respinto
Un debitore e la sua garante fideiussoria hanno citato un istituto di credito per ottenere la restituzione di somme versate su due conti correnti gravati da clausole nulle. La banca ha reagito chiedendo il pagamento del saldo negativo, ottenendo in appello la condanna in solido dei clienti. I debitori hanno successivamente impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione. I giudici supremi hanno rilevato la violazione del termine lungo di impugnazione, dichiarando il ricorso inammissibile. Il calcolo temporale, anche includendo la pausa feriale e le sospensioni straordinarie per il periodo pandemico, ha evidenziato il ritardo nella notifica via PEC. La banca ha ottenuto la vittoria definitiva, mentre i debitori hanno subito la condanna alle spese legali e al raddoppio del contributo unificato.
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Improcedibilità ricorso per cassazione: vince la condomina
Una proprietaria agisce contro il condominio per le infiltrazioni piovane provenienti dal terrazzo comune. I giudici di appello condannano il condominio e l'impresa edile a eseguire i lavori e a risarcire i danni. Il condominio impugna la sentenza davanti ai giudici supremi, ma omette di depositare le ricevute telematiche della notifica avvenuta via PEC. La Corte di Cassazione dichiara l'improcedibilità del ricorso per cassazione per violazione dei termini e mancato deposito della relata telematica. Il condominio perde definitivamente il giudizio e deve versare un doppio contributo unificato.
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Restituzione delle spese legali: paga l’avvocato se perde
Un'azienda e i suoi garanti si oppongono a un decreto ingiuntivo di una banca. Il Tribunale revoca il decreto e dispone il pagamento delle spese legali direttamente ai difensori dei clienti. Successivamente, la Corte d'Appello ribalta la decisione, dando ragione alla banca. La banca chiede quindi la correzione della sentenza d'appello per ottenere la restituzione delle spese legali direttamente dagli avvocati che le avevano incassate, anziché dai clienti. Gli avvocati ricorrono in Cassazione ritenendo la procedura illegittima. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile, confermando che l'obbligo di restituzione delle spese legali grava direttamente sui difensori distrattari e che la correzione del nome costituisce un legittimo rimedio per errore materiale.
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Correzione errore materiale: quando la Cassazione dimentica le spese
La Corte di Cassazione ha accolto la richiesta di correzione errore materiale in una precedente sentenza penale. Per una svista, il giudice non aveva inserito nel testo finale la condanna dei ricorrenti a pagare le spese legali in favore delle associazioni di categoria che si erano costituite nel processo. La Corte ha quindi integrato la decisione originaria, obbligando formalmente i condannati a pagare in solido oltre settemila euro per le spese di difesa delle associazioni.
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Interposizione fittizia di persona: moglie casalinga perde la casa
Il Fallimento di una società ha agito in giudizio per far dichiarare l'interposizione fittizia di persona nell'acquisto di un appartamento di lusso. Formalmente l'immobile risultava acquistato dalla moglie di un ex amministratore della società, ma il prezzo di 1,8 milioni di euro era stato interamente pagato dal marito con fondi propri, per sottrarre il bene ai creditori. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, rigettando i ricorsi della moglie e del venditore. La Corte ha stabilito che l'accordo simulatorio e l'interposizione fittizia di persona possono essere provati tramite indizi gravi, precisi e concordanti, come l'assenza di reddito della moglie (dichiaratasi casalinga) e il pagamento delle rate del mutuo da parte del reale acquirente.
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Infiltrazioni in condominio: il proprietario paga i danni
Un condomino ha subito gravi danni nel proprio appartamento a causa di infiltrazioni in condominio provenienti dall'immobile sovrastante, dove erano in corso lavori di ristrutturazione. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno condannato in solido il proprietario dell'appartamento superiore e l'impresa appaltatrice al risarcimento dei danni. Il proprietario sovrastante ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la propria responsabilità e richiedendo una nuova valutazione dei fatti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, poiché il giudizio di legittimità non può trasformarsi in un terzo grado di merito per riesaminare le prove. Il ricorrente è stato condannato a pagare le spese di giudizio.
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Condanna alle spese di lite: paga anche il terzo che interviene
Un professionista interviene in un giudizio di opposizione a precetto a sostegno del creditore principale. A seguito della revoca del titolo esecutivo, la Corte d'Appello accoglie l'opposizione del debitore e dispone la condanna alle spese di lite in solido a carico del creditore e del terzo interveniente. Quest'ultimo propone ricorso per revocazione, ritenendo errata la propria qualificazione come interveniente "ad adiuvandum" e la conseguente condanna. La Corte d'Appello dichiara inammissibile la revocazione. La Corte di Cassazione, riuniti i ricorsi, conferma la decisione: l'errata qualificazione dell'intervento e la ripartizione delle spese costituiscono un errore di giudizio (di diritto) e non un errore di fatto, escludendo così il rimedio della revocazione. L'interveniente perde definitivamente la causa.
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Chiamata in causa del terzo: dal risarcimento alla condanna
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso promosso da una ditta individuale e da una società contro la decisione d'appello che confermava il rigetto delle loro domande di risarcimento contro un professionista. La controversia nasce dall'opposizione a un decreto ingiuntivo per compensi professionali. I giudici hanno chiarito che nell'opposizione a decreto ingiuntivo l'opponente, rivestendo la posizione originale di convenuto, non può citare direttamente un soggetto estraneo, ma deve chiedere al giudice l'autorizzazione per la chiamata in causa del terzo. Inoltre, la Corte ha confermato la condanna in solido alle spese di lite anche nei confronti della compagnia assicurativa chiamata in causa dal professionista, data la comunanza di interessi e la totale soccombenza delle opponenti.
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Procura alle liti assente: pagano gli avvocati e non il cliente
Una banca promuove un'azione revocatoria contro un debitore che ha inserito i suoi immobili in un fondo patrimoniale. Dopo la sconfitta nei primi gradi, i difensori del debitore propongono ricorso in Cassazione. Tuttavia, la procura alle liti allegata al ricorso risulta priva di autenticazione e riferita esclusivamente al precedente giudizio d'appello. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso. Poiché l'azione è stata avviata senza una valida procura alle liti, i giudici stabiliscono che l'attività dei difensori non produce effetti sul cliente. Di conseguenza, la Suprema Corte condanna direttamente e personalmente gli avvocati a pagare le spese di giudizio in favore della banca, oltre al raddoppio del contributo unificato.
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Condanna alle spese di lite: paga solo il riscossore inerte
Il Contribuente ha proposto opposizione contro alcune cartelle di pagamento per sanzioni stradali. Il Giudice di Pace ha accolto il ricorso e annullato gli atti perché l'Agente della Riscossione non ha dimostrato la corretta notifica. Il giudice ha pronunciato la condanna alle spese di lite solo nei confronti dell'Agente della Riscossione, compensandole per l'Ente Locale e la Prefettura. Il Contribuente ha impugnato la decisione chiedendo la condanna solidale di tutte le parti. Il Tribunale prima e la Corte di Cassazione poi hanno respinto la richiesta. La Cassazione ha stabilito che se l'annullamento della cartella dipende esclusivamente dall'inerzia del riscossore (mancata notifica o prescrizione successiva), non si applica la solidarietà e la condanna alle spese di lite grava solo su quest'ultimo.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: chi abbandona paga le spese
Una società cooperativa e un privato propongono ricorso per revocazione contro una precedente ordinanza della Corte di Cassazione. Successivamente, i ricorrenti presentano formale atto di rinuncia al ricorso per cassazione. Tuttavia, la parte controricorrente non sottoscrive l'accettazione di tale rinuncia. La Suprema Corte dichiara l'estinzione del giudizio per intervenuta rinuncia, ma applica l'articolo 391 del codice di procedura civile. Di conseguenza, i giudici condannano i ricorrenti a pagare in solido le spese del processo, liquidate in cinquemila euro oltre accessori di legge. La decisione stabilisce che la mancata accettazione firmata della controparte impone la regolamentazione delle spese a carico di chi rinuncia.
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Liquidazione delle spese: no al doppio compenso per difesa comune
Una società ha citato in giudizio due concorrenti per presunta violazione di segreti industriali. Nel processo sono intervenuti un inventore e la sua azienda, rivendicando la paternità della tecnologia. I giudici di merito hanno respinto le accuse, poiché la tecnologia era di pubblico dominio e priva di misure di protezione. La Corte d'Appello ha però condannato l'attrice e gli intervenenti a pagare le spese legali in solido e in misura doppia alle due concorrenti, assistite dallo stesso avvocato. La Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso degli intervenenti, stabilendo che la liquidazione delle spese deve prevedere un compenso unico (con maggiorazione) se la difesa è comune, e che non vi è solidarietà passiva senza comunanza di interessi.
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Sentenza equitativa del giudice di pace: niente ricorso diretto
Due condomini hanno impugnato una delibera assembleare che addebitava loro una spesa. Il Giudice di Pace ha rigettato la domanda. I condomini hanno quindi proposto ricorso direttamente in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. Il principio stabilito è che contro la sentenza equitativa del giudice di pace l'unico rimedio ordinario è l'appello a motivi limitati davanti al Tribunale, e non il ricorso diretto in Cassazione, trattandosi di una pronuncia di primo grado. I ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese legali del condominio.
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