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Concordato Preventivo — Anno 2022

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148 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Concordato Preventivo

Provvedimenti

Bancarotta fraudolenta: contratto inefficace e reato prescritto
La Corte di Cassazione ha annullato una condanna per bancarotta fraudolenta patrimoniale. L'Amministratore era stato accusato di aver distratto beni di un'azienda fallita a favore di un'altra società, tramite un contratto di affitto di ramo d'azienda. Questo contratto era però subordinato a una condizione sospensiva (l'omologazione di un concordato preventivo) che non si era mai verificata, rendendolo inefficace. Nonostante la Corte d'Appello avesse ritenuto irrilevante l'inefficacia del contratto, la Cassazione ha dichiarato il reato estinto per prescrizione, ponendo fine al procedimento.
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Bancarotta Fraudolenta: Amministratore e Partner Condannati, Pena Ridotta
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un Amministratore di fatto e della sua Partner, condannati per bancarotta fraudolenta e reati tributari. L'Amministratore aveva distratto ingenti somme e falsificato il bilancio di una clinica privata in crisi, mentre la Partner aveva contribuito alle operazioni distrattive. La sentenza ha confermato le condanne, ribadendo che il decreto di ammissione al concordato preventivo equipara la dichiarazione di fallimento ai fini della bancarotta fraudolenta. La Cassazione ha però annullato la sentenza limitatamente al calcolo della pena, riducendo le condanne per entrambi gli imputati.
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Omesso Versamento IVA: Concordato Preventivo non Scudo Penale
Un legale rappresentante ha omesso il versamento dell'IVA per oltre 250.000 euro. La società aveva poi avviato una procedura di concordato preventivo, successivamente dichiarata inammissibile. La difesa ha sostenuto che il concordato dovesse escludere la responsabilità per l'omesso versamento IVA o, in alternativa, che il fatto fosse di particolare tenuità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, affermando che la mera presentazione della domanda di concordato preventivo non impedisce il pagamento dei debiti tributari scaduti dopo tale presentazione, e che la particolare tenuità del fatto non si applica data la gravità complessiva della condotta.
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Crisi e Omesso versamento IVA: la Cassazione condanna l’Imprenditrice
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un'imprenditrice per il reato di omesso versamento IVA, pari a oltre 634.000 euro. L'imprenditrice aveva sostenuto che la mancata erogazione fosse dovuta a una crisi di liquidità e alla necessità di pagare dipendenti e fornitori. La Suprema Corte ha ribadito che per l'omesso versamento IVA basta il dolo generico, ovvero la consapevolezza di non versare l'imposta dovuta. Una crisi economica non esclude il dolo se non si dimostra che la scelta di non pagare il fisco non fu una decisione imprenditoriale e che furono adottate tutte le misure possibili per reperire le risorse. Inoltre, le eccezioni di nullità processuale sono state ritenute infondate o sanate per mancata tempestiva contestazione. Il ricorso è stato rigettato.
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Bancarotta Riparata: Restituzione Salva dal Fallimento Fraudolento?
Un'Imprenditrice è stata condannata per bancarotta fraudolenta patrimoniale, accusata di aver spostato denaro dell'Azienda sui suoi conti personali e quelli della figlia prima del fallimento. La difesa ha sostenuto la tesi della bancarotta riparata, affermando che le somme erano state restituite integralmente prima della dichiarazione di fallimento. La Corte d'Appello ha confermato la condanna, riducendo solo le pene accessorie. La Cassazione ha annullato la sentenza, ritenendo che la Corte d'Appello non avesse valutato adeguatamente la prova della restituzione. Il caso tornerà in Appello per un nuovo esame sulla bancarotta riparata.
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Omesso versamento IVA: la Cassazione annulla la condanna
La Corte d'Appello condannava due amministratori aziendali per il reato di omesso versamento IVA relativo all'anno 2012, per oltre seicentomila euro. I vertici societari contestavano la decisione evidenziando una gravissima crisi finanziaria causata dal mancato incasso del 64% dei crediti commerciali verso clienti insolventi e dall'accesso al concordato preventivo. La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi escludendo che fossero manifestamente infondati. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'aumento di un terzo dei termini di prescrizione non si applica al reato contestato. Rilevato il decorso del tempo massimo previsto dalla legge, la Corte ha annullato la condanna senza rinvio dichiarando l'estinzione del reato per intervenuta prescrizione.
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Crisi aziendale e omesso versamento IVA: la Cassazione rigetta il ricorso
Un rappresentante legale è stato condannato per omesso versamento IVA, pari a oltre due milioni di euro. La sua difesa si basava su una grave crisi di liquidità dell'azienda, sostenendo l'inesigibilità della condotta. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha stabilito che la crisi non era imprevedibile e che l'azienda aveva comunque significative risorse e ricevuto finanziamenti. L'Amministratore ha scelto di utilizzare i fondi IVA per la continuità aziendale, dimostrando il dolo generico. La sentenza conferma la condanna e l'obbligo di pagare le spese processuali, ribadendo che la crisi economica non giustifica l'omesso versamento IVA se non è oggettivamente insuperabile.
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Sanzioni tributarie nel concordato preventivo: la Cassazione
Una società impugna la cartella esattoriale con cui l'Agenzia delle Entrate richiede il pagamento di sanzioni per l'omesso versamento dell'accisa sull'energia elettrica. L'impresa sostiene di essere esente dalle penalità per assenza di colpa soggettiva, avendo presentato domanda di ammissione al pre-concordato fallimentare. Sia i giudici tributari di merito che la Corte di Cassazione respingono le tesi della contribuente. La Suprema Corte stabilisce che l'accesso a una procedura concorsuale non impedisce all'erario di irrogare le penalità amministrative per debiti fiscali maturati prima del dissesto. L'apertura della crisi d'impresa non cancella la violazione commessa quando la società operava ordinariamente sul mercato. Pertanto, la disciplina sulle sanzioni tributarie nel concordato preventivo conferma la piena legittimità dei carichi sanzionatori, i quali concorrono alla liquidazione concorsuale.
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Omesso versamento accise: concordato e sanzioni
La Corte di Cassazione conferma la piena legittimità delle sanzioni fiscali a carico di una società per l'omesso versamento accise sull'energia elettrica, nonostante la successiva ammissione al concordato preventivo. L'impresa contestava l'addebito sostenendo che la crisi aziendale escludesse la colpevolezza e lamentando una presunta duplicazione tra la sanzione tributaria e l'indennità di mora prevista dalla disciplina delle accise. I giudici hanno chiarito che l'accesso alla procedura concorsuale non estingue le sanzioni per infrazioni commesse quando il debitore operava in piena autonomia patrimoniale. Inoltre, l'indennità di mora ha natura risarcitoria e si cumula validamente con la sanzione per ritardato pagamento senza violare alcun divieto di duplicazione. La società perde integralmente il ricorso.
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Prescrizione del credito nel concordato: la Cassazione
Una società cessionaria di crediti bancari chiedeva l'ammissione al passivo del fallimento di una società debitrice. Il giudice delegato e il Tribunale respingevano la richiesta per decorso del tempo, ritenendo estinto il debito. La creditrice impugnava la decisione in Cassazione. Gli Ermellini hanno ribaltato la pronuncia, stabilendo che la prescrizione del credito nel concordato rimane bloccata finché il credito resta temporaneamente inesigibile durante l'esecuzione del piano concordatario omologato.
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Tentativo di mercato di voto: il rifiuto esclude il reato
L'amministratore delegato di una società creditrice propose al garante di una ditta debitrice di versare un milione di euro dilazionato in cambio del voto favorevole al piano di concordato preventivo. L'interlocutore rifiutò ogni accordo, registrò i colloqui e denunciò l'accaduto alle autorità. La Corte d'Appello condannò il dirigente per tentato reato fallimentare. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio perché il fatto non sussiste. I giudici hanno stabilito che il reato di mercato di voto richiede una struttura bilaterale. La semplice offerta rifiutata sul nascere costituisce mera istigazione non accolta e non integra il tentativo di mercato di voto.
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Compenso del professionista attestatore negato nel fallimento
Due professionisti hanno richiesto l'ammissione al passivo del fallimento di una società per ottenere il saldo del proprio compenso del professionista attestatore, relativo alle perizie redatte per un concordato preventivo non andato a buon fine. I tecnici ritenevano che la quantificazione economica inserita nel piano di concordato costituisse un accordo vincolante per la procedura fallimentare. Il Tribunale e la Corte di Cassazione hanno respinto la richiesta. I giudici hanno stabilito che l'indicazione dei costi nel piano non equivale a un autonomo contratto opponibile al fallimento, poiché l'efficacia dell'offerta dipende dall'omologazione finale. In mancanza di una formale convenzione scritta preventiva, il giudice determina l'onorario tramite i parametri tariffari ministeriali. I professionisti non ottengono ulteriori somme oltre agli acconti già riscossi.
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Prededuzione crediti professionali: tutela anche senza data certa
Un avvocato ha chiesto l'ammissione al passivo fallimentare per i compensi maturati prima e durante il concordato preventivo di una società. I giudici di merito hanno negato la prededuzione e l'ammissione al passivo per mancanza di data certa della convenzione d'incarico e per presunta assenza di utilità concreta per la procedura. La Suprema Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del legale. La Corte ha stabilito che la prededuzione crediti professionali deve essere valutata con un giudizio preventivo sulla funzionalità dell'incarico rispetto alla conservazione del patrimonio aziendale, non sull'esito finale della lite. Inoltre, anche in assenza di scrittura con data certa, il giudice deve liquidare i compensi spettanti applicando i parametri forensi tabellari.
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Prededucibilità compenso liquidatore: curatela sconfitta
Un liquidatore giudiziale di un concordato preventivo ha chiesto l'ammissione al passivo del successivo fallimento per ottenere il pagamento del proprio compenso residuo in prededuzione. La curatela fallimentare ha contestato il diritto, adducendo presunte inadempienze del professionista nella gestione e vendita dei beni e nella mancata promozione di azioni di responsabilità. Il Tribunale ha accolto la richiesta del professionista e la Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione. I giudici hanno stabilito che la prededucibilità compenso liquidatore sussiste perché l'attività svolta nella fase concordataria è funzionale alla conservazione del patrimonio e all'interesse dell'intera massa dei creditori, anche se sopravviene il fallimento senza la preventiva risoluzione del concordato.
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Riconoscimento di debito nel concordato: vale senza autorizzazione
Un professionista difende con successo una società in concordato preventivo su incarico del liquidatore giudiziale, recuperando ingenti somme da una banca. Il liquidatore sottoscrive una scrittura privata in cui riconosce l'onorario maturato per l'attività svolta. Successivamente subentra un nuovo liquidatore e il Tribunale rifiuta di liquidare l'importo concordato, sostenendo che l'impegno necessitasse della preventiva autorizzazione del giudice delegato. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del professionista, stabilendo il valore vincolante del riconoscimento di debito nel concordato. Il liquidatore nominato per la cessione dei beni possiede pieni poteri di gestione per i debiti sorti dopo l'omologazione e non ha bisogno di autorizzazioni giudiziali per attestare i compensi dovuti ai collaboratori.
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Risoluzione del concordato preventivo per crollo dell’attivo
Una società in liquidazione otteneva l'omologa del concordato preventivo, programmando il rimborso dei debiti con la vendita di un immobile. La vendita a un valore nettamente inferiore alle stime e l'incasso trattenuto dall'istituto di leasing rendevano impossibile pagare i creditori chirografari e riducevano del 30% i crediti dei lavoratori. Su richiesta degli ex dipendenti, i giudici dichiaravano la risoluzione del concordato preventivo per il venir meno dello scopo concreto del piano. La Corte di Cassazione conferma la decisione: la risoluzione del concordato preventivo scatta quando il piano non può più realizzare la sua funzione economica, a prescindere dall'assenza di colpa della società debitrice.
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Cartella di pagamento in concordato preventivo: limiti e regole
Una società cooperativa ha impugnato una cartella emessa dal Fisco durante una procedura concorsuale per debiti IVA anteriori. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'apertura del concordato non impedisce la notifica di una cartella di pagamento in concordato preventivo, né l'irrogazione di sanzioni piene e aggio di riscossione. La notifica del ruolo non costituisce avvio dell'azione esecutiva vietata dalla legge concorsuale, ma rappresenta un atto preliminare necessario per accertare il credito e farlo partecipare al riparto. Tuttavia, i giudici hanno accolto le ragioni della debitrice per omessa motivazione del calcolo degli interessi, imponendo all'Amministrazione finanziaria di specificare sempre la base normativa e la data di decorrenza degli accessori richiesti.
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Cartella di pagamento e concordato preventivo: notifica valida
L'Agenzia delle Entrate ha notificato una cartella per sanzioni a una società già ammessa a procedura concorsuale. L'impresa ha impugnato l'atto sostenendo la violazione del divieto di azioni esecutive individuali. I giudici di merito hanno annullato la cartella esattoriale. La Corte di Cassazione ha ribaltato le decisioni precedenti e ha accolto il ricorso del Fisco. La Suprema Corte ha chiarito i principi su cartella di pagamento e concordato preventivo. La notifica della cartella non costituisce l'inizio dell'azione esecutiva vera e propria, la quale prende avvio unicamente con il pignoramento. Di conseguenza, l'amministrazione finanziaria può notificare validamente l'atto per formalizzare il credito ed evitare decadenze.
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Omesso versamento IVA e crisi d’impresa: quando scatta il reato
L'amministratore straniero di una società subisce una condanna per il reato di omesso versamento IVA e mancato versamento delle ritenute certificate. Il manager ricorre in Cassazione lamentando la mancata traduzione degli atti processuali, la grave crisi finanziaria aziendale e la pendenza di un concordato preventivo. La Corte di Cassazione respinge le censure sulla traduzione e sulla crisi aziendale, confermando che le difficoltà di cassa non giustificano il mancato versamento dell'imposta già riscossa. Tuttavia, i giudici accolgono parzialmente il ricorso disponendo un nuovo giudizio per il reato di omesso versamento delle ritenute, poiché serve la prova specifica dell'avvenuto rilascio delle certificazioni ai lavoratori secondo la recente giurisprudenza costituzionale.
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Asta e usucapione abbreviata: acquisto valido dopo 10 anni
Un coerede accettava con beneficio di inventario la quota di un capannone e successivamente registrava una rinuncia all'eredità. Gli organi di un concordato preventivo mettevano in vendita l'intero bene, ritenendo la rinuncia efficace. Un'acquirente comprava l'immobile all'asta. Dopo oltre dieci anni, il coerede rivendicava la proprietà di metà del capannone, sostenendo la nullità della propria rinuncia. Gli aventi causa dell'acquirente opponevano l'acquisto per usucapione abbreviata. La Suprema Corte ha confermato la validità dell'usucapione abbreviata: l'affidamento generato dagli organi della procedura fallimentare esclude la colpa grave dell'acquirente, consolidando l'acquisto decennale in buona fede.
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