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Coltivazione Domestica

38 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

La coltivazione di un numero minimo di piante di stupefacenti in casa, con tecniche rudimentali e destinata a produrre una quantità modesta di sostanza per uso esclusivamente personale. Se ricorrono queste condizioni, non è considerata reato.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Coltivazione di stupefacenti: solo 7 piante ma l’orto e reato
Il Tribunale del Riesame ha confermato l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per un soggetto accusato di coltivazione di stupefacenti. La difesa sosteneva che la coltivazione di sette piante di marijuana fosse destinata all'uso personale e quindi priva di rilevanza penale come coltivazione domestica. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'attivita non puo considerarsi domestica poiche avveniva in un campo aperto con l'ausilio di un sistema di irrigazione e fertilizzanti. Tali modalita configurano una coltivazione tecnico-agraria finalizzata a massimizzare la produzione, escludendo l'esclusivo uso personale e confermando la rilevanza penale della condotta.
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Coltivazione di stupefacenti: uso personale o reato?
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di coltivazione di stupefacenti nei confronti di un uomo che coltivava ventiquattro piante di marijuana nel giardino di una casa abbandonata. La difesa contestava le modalità di campionamento eseguite dalla ASL su soli sei esemplari e sosteneva l'uso personale della piantagione. I giudici hanno stabilito che il campionamento per tipologia omogenea è corretto e che i risultati possono essere estesi all'intero gruppo. Inoltre, la Suprema Corte ha escluso la scriminante della coltivazione domestica di minime dimensioni, poiché il raccolto avrebbe consentito di ricavare ben 946 dosi singole di principio attivo. Tale quantità supera ampiamente la soglia dell'uso personale, rendendo la condotta penalmente rilevante. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Coltivazione di stupefacenti: l’uso personale cede alle piante giganti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di coltivazione di stupefacenti a carico di un uomo sorpreso in un'area recintata con 18 piante di canapa indiana mature e 10 piantine ancora in vasetto. La difesa sosteneva che le piante mature non fossero sue e che quelle in vasetto fossero destinate all'uso personale. I giudici hanno respinto la tesi, chiarendo che la coltivazione di 18 piante mature con infiorescenze non può considerarsi domestica o per uso personale, data la quantità e la capacità drogante. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Coltivazione di stupefacenti: la serra in casa costa la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per la coltivazione di stupefacenti. L'uomo deteneva cinque piante di cannabis e oltre trenta grammi di marijuana in essiccazione all'interno di un armadio attrezzato con lampade e fertilizzanti, oltre a bilancini di precisione. La difesa sosteneva l'uso esclusivamente personale e la natura domestica della coltivazione. Tuttavia, i giudici hanno confermato la rilevanza penale della condotta. L'attrezzatura professionale utilizzata e il quantitativo di dosi ricavabili, pari a circa 350, escludono la tesi del consumo personale, configurando un potenziale spaccio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha respinto la richiesta di applicazione della particolare tenuità del fatto, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Coltivazione domestica di stupefacenti: condanna per il bilancino
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione e coltivazione di sostanze stupefacenti. L'imputato sosteneva che la sua attività rientrasse nella coltivazione domestica di stupefacenti, priva di offensività penale. Tuttavia, i giudici hanno confermato la condanna evidenziando elementi incompatibili con l'uso esclusivamente personale: l'elevato numero di dosi ricavabili dalla marijuana sequestrata, il rinvenimento di strumenti per la pesatura di precisione e la presenza di sostanza già tritata e pronta per lo smercio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato la tesi difensiva, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Coltivazione di stupefacenti: da uso domestico a reato penale
La Corte di Cassazione ha confermato le misure cautelari dell'obbligo di dimora e di presentazione alla polizia giudiziaria per un uomo accusato di coltivazione di stupefacenti e resistenza a pubblico ufficiale. L'indagato era stato sorpreso a irrigare 44 piante di marijuana, alte tra i 50 e i 100 centimetri, all'interno di un casolare abbandonato. La difesa sosteneva la natura domestica e l'uso personale della piantagione, oltre all'assenza di violenza fisica contro gli agenti. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che il numero di piante, l'uso di fertilizzanti e l'irrigazione costante escludono l'uso personale. Inoltre, le gravi minacce rivolte alle forze dell'ordine integrano pienamente il reato di resistenza. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Coltivazione di stupefacenti: tre piante e scatta la condanna
Un uomo viene condannato per la detenzione di oltre 62 grammi di marijuana e per la coltivazione di tre piante di canapa. L'imputato ricorre in Cassazione, sostenendo che la coltivazione di sole tre piante non costituisca reato per mancanza di offensività e per destinazione all'uso personale. La Suprema Corte rigetta il ricorso. I giudici chiariscono che la coltivazione di stupefacenti in ambito domestico non è punibile solo se di minime dimensioni e destinata all'uso esclusivo del coltivatore. Nel caso specifico, il possesso contemporaneo di un significativo quantitativo di droga già essiccata smentisce l'uso esclusivamente personale, facendo presumere la destinazione della sostanza anche a terzi. La condanna viene quindi confermata.
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Coltivazione di cannabis: da uso terapeutico a reato penale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di coltivazione di cannabis. L'imputato sosteneva che la coltivazione avesse una destinazione esclusivamente terapeutica e domestica. Tuttavia, i giudici hanno confermato la natura professionale dell'attività, evidenziando l'utilizzo di una strumentazione idonea e la capacità di produrre cospicui quantitativi di sostanza con un elevato principio attivo. La Suprema Corte ha inoltre confermato il diniego della sospensione condizionale della pena a causa di precedenti condanne che superavano i limiti di legge. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Coltivazione domestica di stupefacenti: quando la serra è reato
Il Coltivatore ha impugnato la condanna per detenzione e coltivazione di marijuana sul balcone di casa. La difesa sosteneva si trattasse di coltivazione domestica di stupefacenti per uso personale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, evidenziando che la presenza di una serra riscaldata e dotata di termometro esclude la natura rudimentale dell'attività. Inoltre, i controlli medici del Serd hanno dimostrato che l'imputato non assumeva sostanze da oltre dieci anni, smentendo l'ipotesi del consumo personale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Coltivazione di stupefacenti: uso terapeutico o reato?
Un uomo è stato condannato per la coltivazione di stupefacenti dopo il ritrovamento nella sua abitazione di 29 piante di marijuana e attrezzature professionali (tende ventilate, umidificatori e bilancino). La difesa sosteneva l'uso terapeutico personale e la natura domestica dell'attività. La Cassazione ha confermato la responsabilità penale, precisando che il numero di piante e la strumentazione avanzata escludono la coltivazione domestica non punibile, a prescindere dall'intento terapeutico. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso limitatamente alla mancata valutazione del beneficio della non menzione della condanna, annullando la sentenza sul punto con rinvio alla Corte d'appello.
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Coltivazione domestica: condannati per spaccio per 3 piante
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio di due persone trovate in possesso di una notevole quantità di marijuana e di tre piante di cannabis. La difesa sosteneva l'uso personale, ma i giudici hanno respinto questa tesi. La sentenza chiarisce che la **coltivazione domestica di stupefacenti** non è punibile solo se minima e rudimentale. In questo caso, l'uso di attrezzatura professionale (serra, lampade) e l'enorme quantitativo di principio attivo ricavabile (oltre 1100 dosi totali) sono stati considerati indizi inequivocabili della destinazione della droga al mercato illegale, escludendo così l'ipotesi dell'uso personale. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile e la condanna è diventata definitiva.
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Coltivazione di stupefacenti: 236 piante non sono uso personale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due persone per la coltivazione di 236 piante di cannabis. Gli imputati sostenevano si trattasse di uso personale, ma i giudici hanno respinto questa tesi. La sentenza chiarisce che una piantagione di tali dimensioni, con un sistema di irrigazione e un potenziale di oltre 26.000 dosi, non può essere considerata 'domestica'. Il principio stabilito è che la coltivazione di stupefacenti è reato quando, per modalità e quantità, supera i limiti minimi dell'uso personale ed è potenzialmente destinata al mercato. La condanna a due anni e quattro mesi di reclusione è quindi definitiva.
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Serra per droga in casa: non è coltivazione domestica, condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un individuo per coltivazione di droga. L'imputato aveva allestito una serra in casa, ma sosteneva si trattasse di una semplice coltivazione domestica di stupefacenti per uso personale. I giudici hanno respinto questa tesi, dichiarando il ricorso inammissibile. La Corte ha stabilito che un'attività organizzata, come una serra, e un quantitativo di sostanza destinato alla vendita sono elementi che escludono la natura 'domestica' della coltivazione, configurando invece il reato di produzione e spaccio. L'imputato ha perso e la sua condanna è diventata definitiva.
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Coltivazione domestica di cannabis: assolto per 3 piante
La Corte di Cassazione ha annullato la condanna di un uomo per la coltivazione di tre piante di cannabis. I giudici hanno stabilito che la coltivazione domestica di cannabis non costituisce reato quando le tecniche sono rudimentali, il numero di piante è minimo e il prodotto è destinato esclusivamente all'uso personale. In questo caso, mancavano prove di un inserimento nel mercato illegale e la condotta è stata ritenuta 'inoffensiva', cioè incapace di ledere la salute pubblica. La Corte ha quindi concluso che 'il fatto non sussiste', assolvendo l'imputato in via definitiva.
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Coltivazione domestica: i limiti della non punibilità
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un caso di coltivazione domestica di marijuana, rigettando il ricorso dell'imputata. Nonostante la difesa sostenesse l'inoffensività della condotta per via delle modalità rudimentali, i giudici hanno rilevato che il numero di dosi ricavabili (33 in totale) superava la soglia massima prevista per l'uso personale. La sentenza ribadisce che la coltivazione domestica è lecita solo se minima, priva di indici di spaccio e con una produttività modestissima, parametri non riscontrati nel caso in esame.
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Coltivazione domestica: i limiti della non punibilità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per la coltivazione di undici piante di marijuana sul proprio terrazzo. La difesa sosteneva la tesi della coltivazione domestica non punibile, finalizzata all'uso personale. Tuttavia, i giudici hanno confermato che il numero di piante, la loro altezza e la presenza di ulteriori vasi pronti per nuove colture escludono la natura rudimentale e minima dell'attività. La decisione ribadisce che la coltivazione domestica richiede uno scarso numero di piante e un quantitativo di stupefacente ricavabile modestissimo, requisiti non soddisfatti nel caso di specie.
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Coltivazione domestica stupefacenti: i limiti legali
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un imputato condannato per coltivazione di sostanze stupefacenti. La Corte ha stabilito che la quantità di sostanza e di principio attivo rinvenuta era tale da escludere la fattispecie della coltivazione domestica stupefacenti per uso personale, confermando così le sentenze di merito. Il ricorso è stato ritenuto generico e manifestamente infondato.
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Coltivazione domestica: quando è reato per la Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 44463/2023, ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per la coltivazione di 14 piante di cannabis e la detenzione di 60 grammi di sostanza. La Corte ha stabilito che la presenza di una serra attrezzata, un numero significativo di piante mature e l'assenza di prova di tossicodipendenza sono indici sufficienti a qualificare la condotta come finalizzata allo spaccio, escludendo l'ipotesi di una coltivazione domestica per uso esclusivamente personale.
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Coltivazione domestica: quando è reato? Cassazione
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per detenzione e coltivazione di marijuana. La Corte ha stabilito che la coltivazione domestica non era per uso personale, basandosi su indizi come il numero di piante e la presenza di fertilizzanti. Questi elementi, secondo i giudici, indicavano una finalità di commercializzazione, rendendo il ricorso una mera richiesta di rivalutazione dei fatti, non consentita in sede di legittimità.
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Coltivazione domestica: quando non è reato? Cassazione
Un individuo era stato condannato per aver coltivato sei piante di cannabis in casa. La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza, stabilendo che la coltivazione domestica, se condotta con metodi rudimentali, per un uso strettamente personale e senza indizi di spaccio, non costituisce reato in quanto la condotta è considerata inoffensiva.
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