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Clausola Risolutiva Espressa

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251 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Inadempimento grave: quando scatta la risoluzione
Un tribunale ha dichiarato la risoluzione di un contratto di locazione commerciale per inadempimento grave del conduttore. La sentenza chiarisce che il mancato o ritardato pagamento di canoni e oneri condominiali, anche se parzialmente sanato in corso di causa, costituisce un inadempimento grave che giustifica la terminazione del rapporto e l'ordine di sfratto. La corte ha inoltre respinto l'eccezione di compensazione sollevata dal conduttore, non ritenendo il suo credito certo, liquido ed esigibile.
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Clausola risolutiva espressa: i limiti della buona fede
La Corte di Cassazione analizza un caso di mutuo fondiario, stabilendo che l'attivazione di una clausola risolutiva espressa da parte di una banca deve rispettare il principio di buona fede. Se il presupposto che giustifica la risoluzione viene meno per iniziativa del debitore, l'azione della banca può essere considerata illegittima. Tuttavia, ciò non esonera il debitore dal pagare le rate successive; un eventuale rifiuto del creditore deve essere contrastato con gli strumenti formali previsti dalla legge, come l'offerta reale, per non incorrere in inadempimento.
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Clausola risolutiva espressa: legittimo il recesso?
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del recesso immediato da un contratto di agenzia a causa del mancato raggiungimento degli obiettivi di vendita (budget) da parte dell'agente. La decisione si fonda sulla validità della clausola risolutiva espressa inserita nel contratto, che trasforma l'obbligazione dell'agente da obbligazione di mezzi a obbligazione di risultato. Di conseguenza, spetta all'agente dimostrare che l'inadempimento non è a lui imputabile.
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Contratto di franchising: obblighi e buona fede
Una società affiliata ha risolto unilateralmente il proprio contratto di franchising, accusando l'affiliante di concorrenza sleale per l'apertura di nuovi punti vendita. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, ritenendo illegittima la risoluzione dell'affiliato e configurandola come un grave inadempimento. La sentenza chiarisce i limiti dell'obbligo di buona fede in assenza di una clausola di esclusiva territoriale, sottolineando l'importanza della chiara pattuizione contrattuale.
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Cessione del credito: diritti del cessionario e clausole
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9479/2024, ha chiarito importanti aspetti sulla cessione del credito. Nel caso esaminato, una società debitrice si opponeva al precetto di un nuovo creditore (cessionario), sostenendo che il debito originario fosse stato estinto da una transazione e che, in ogni caso, il nuovo creditore non potesse avvalersi della clausola risolutiva espressa contenuta in tale accordo. La Corte ha respinto il ricorso, stabilendo che la transazione in questione era conservativa e non novativa, quindi non aveva estinto il rapporto originario. Di conseguenza, con l'inadempimento del debitore, il debito originario è tornato esigibile. Fondamentalmente, la Corte ha affermato che la cessione del credito trasferisce al cessionario non solo il diritto alla prestazione, ma anche tutti i diritti accessori, inclusa la facoltà di avvalersi della clausola risolutiva espressa, in quanto strumento di tutela del credito stesso.
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Eccezioni terzo acquirente: la Cassazione chiarisce
Una società aveva acquistato un immobile ipotecato prima che il creditore avviasse un'azione legale contro il debitore originario. La Corte di Cassazione ha confermato che, in base al principio delle eccezioni del terzo acquirente, il nuovo proprietario può opporsi all'esecuzione forzata sollevando difese ormai precluse al debitore. La sentenza sottolinea che la trascrizione dell'acquisto anteriore all'azione giudiziaria è il fattore decisivo, rendendo irrilevante la buona fede dell'acquirente ai fini dell'applicazione dell'art. 2859 c.c.
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Sospensione del processo: quando non è necessaria
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 9189/2024, ha stabilito che non sussiste un rapporto di pregiudizialità tra una causa per la risoluzione di un contratto di affitto d'azienda per inadempimento e un'altra causa per il rilascio della stessa azienda per scadenza del termine. Di conseguenza, è illegittima la sospensione del processo avviato per finita locazione in attesa della definizione di quello per inadempimento. La Corte ha chiarito che le due domande sono autonome e non vi è rischio di giudicati contrastanti, accogliendo il ricorso e disponendo la prosecuzione del giudizio sospeso.
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Sospensione facoltativa processo: motivazione
La Corte di Cassazione ha annullato un'ordinanza di sospensione facoltativa del processo, stabilendo che il giudice deve fornire una motivazione esplicita e non tautologica sulle ragioni per cui non intende riconoscere l'autorità della sentenza di primo grado della causa pregiudicante, anche se appellata. Una motivazione carente rende illegittimo il provvedimento di sospensione, imponendo la prosecuzione del giudizio.
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Prestazioni accessorie: guida alla corretta IVA
Una società di costruzioni e l'Agenzia delle Entrate erano in disputa sulla corretta aliquota IVA per gli acconti "prima casa", la deducibilità di un costo e l'IVA sulle opere di urbanizzazione. La Cassazione ha chiarito che per la "prima casa", l'atto definitivo è decisivo per l'IVA agevolata. Ha inoltre affermato che un costo è deducibile se inerente all'attività, anche se esistevano alternative. Infine, ha stabilito che servizi come le opere di urbanizzazione hanno una propria aliquota IVA e non sono sempre considerate prestazioni accessorie.
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Clausola risolutiva espressa: guida e analisi
Una società di ristorazione, conduttrice di un immobile, ometteva di pagare il primo canone di locazione. Sostenendo che il contratto si fosse risolto automaticamente per la presenza di un termine essenziale, si opponeva al decreto ingiuntivo per i canoni successivi. La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 8038/2024, ha chiarito che la clausola che prevede la risoluzione immediata in caso di mancato pagamento va interpretata come una clausola risolutiva espressa (art. 1456 c.c.) e non come un termine essenziale (art. 1457 c.c.). Di conseguenza, la risoluzione non è automatica ma richiede una dichiarazione della parte adempiente, che in questo caso non era avvenuta. La Corte ha quindi rigettato le pretese della società conduttrice, confermando il suo obbligo di pagamento.
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Clausola risolutiva espressa: quando è valida?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 7908/2024, ha chiarito i limiti di applicabilità della clausola risolutiva espressa in un contratto di franchising. Il caso riguardava un affiliato che aveva tentato di risolvere il contratto a causa dell'apertura di nuovi punti vendita da parte dell'affiliante nella stessa zona. La Corte ha respinto il ricorso dell'affiliato, stabilendo che la sua comunicazione di risoluzione non era valida e che, in assenza di un patto di esclusiva, l'operato dell'affiliante non costituiva un grave inadempimento né una violazione della buona fede. Di conseguenza, l'abbandono della rete da parte dell'affiliato è stato considerato un inadempimento contrattuale, con conseguente condanna al risarcimento del danno.
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Clausola risolutiva espressa: chi può invocarla?
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza d'appello che confermava la risoluzione di un contratto di franchising da parte dell'affiliato. Il caso verteva sull'uso di una clausola risolutiva espressa che, secondo la Corte, non era stata correttamente analizzata dai giudici di merito per verificare se fosse effettivamente a disposizione dell'affiliato. La Cassazione ha stabilito che il giudice d'appello non può limitarsi a confermare la decisione precedente senza un'analisi autonoma dei motivi di ricorso, soprattutto quando si contesta la titolarità di un diritto, come quello di invocare la clausola risolutiva espressa. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Canoni non riscossi: quando si pagano le tasse?
Un contribuente ha impugnato un avviso di accertamento per canoni non riscossi da una locazione non abitativa, sostenendo la risoluzione del contratto per inadempimento dell'inquilino. La Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il reddito va dichiarato fino alla risoluzione formale del contratto e condannando il ricorrente per abuso del processo.
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Clausola risolutiva espressa: comunicazione tardiva?
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di una cooperativa agricola contro la revoca di un finanziamento. La decisione si fonda sulla violazione dell'obbligo di comunicazione immediata delle difficoltà progettuali, inadempimento che ha legittimato l'attivazione della clausola risolutiva espressa prevista nel contratto, a prescindere dall'avvenuto completamento finale dell'opera.
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Clausola risolutiva: quando è valida e opera?
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di risoluzione di un contratto preliminare di compravendita immobiliare. La sentenza chiarisce che, in presenza di una clausola risolutiva espressa, la risoluzione del contratto avviene automaticamente a seguito dell'inadempimento e della dichiarazione della parte di volersene avvalere, senza che il giudice possa valutare la gravità dell'inadempimento stesso. La Corte ha inoltre respinto le accuse di usura relative all'aumento del prezzo e ha dichiarato inammissibili le censure relative a una decisione non definitiva del giudice d'appello.
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Eccezione di prescrizione: quando è tardiva in appello
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un acquirente di un fondo agricolo, confermando che l'eccezione di prescrizione del diritto del venditore di risolvere il contratto è inammissibile se sollevata per la prima volta in appello. La sentenza ribadisce la natura non agraria di una controversia su una compravendita con patto di riservato dominio.
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Appropriazione indebita: quando scatta il reato
La Corte di Cassazione conferma la condanna per appropriazione indebita nei confronti di un'imputata che non aveva restituito un bene dopo la risoluzione di un contratto. La sentenza chiarisce i requisiti dell'elemento soggettivo del reato, distinguendolo dal mero inadempimento civile, e affronta importanti questioni procedurali sulla conversione del ricorso per cassazione in appello.
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Sequestro di prevenzione: improcedibile la causa civile
La Corte di Cassazione ha stabilito che una domanda di condanna al pagamento contro una società diventa improcedibile se, durante il processo, la società viene sottoposta a sequestro di prevenzione. A seguito di un contratto preliminare di compravendita non andato a buon fine, gli acquirenti avevano citato in giudizio la società costruttrice per la restituzione di un ingente acconto. Mentre la causa era in appello, la società è stata oggetto di un sequestro ai sensi della normativa antimafia. La Suprema Corte ha chiarito che, in questi casi, il credito deve essere accertato esclusivamente nell'ambito della procedura concorsuale che si apre davanti al giudice penale, rendendo la parallela azione civile improcedibile.
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Clausola risolutiva espressa: quando non è valida?
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 710/2024, ha stabilito che un committente non può legittimamente avvalersi di una clausola risolutiva espressa per inadempimento dell'appaltatore se ha contribuito a causare il ritardo e se la risoluzione viene comunicata prima che sia maturato il periodo di ritardo minimo previsto dal contratto. Nel caso esaminato, il committente aveva ritardato la finalizzazione di un contratto di leasing necessario all'appaltatore e aveva poi concesso una proroga, rendendo illegittima la successiva e prematura attivazione della clausola.
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Clausola risolutiva espressa: quando è valida?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un mutuatario contro la risoluzione del contratto di mutuo attivata dalla banca. La risoluzione non era dovuta a rate non pagate, ma all'attivazione di una clausola risolutiva espressa a seguito del pignoramento dell'immobile ipotecato. La Corte ha ritenuto il ricorso proceduralmente viziato, confermando la legittimità di tali clausole che tutelano la garanzia del credito.
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