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Clausola Risolutiva Espressa

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251 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Riacquisto area industriale: la delibera è sufficiente
La Corte di Cassazione stabilisce che nel contesto del riacquisto di aree industriali disciplinato da normative speciali, la delibera di revoca emessa dall'ente pubblico (consorzio) è sufficiente a ritrasferire la proprietà del bene, senza la necessità di un formale decreto di esproprio. Questa procedura, di natura pubblicistica, prevale sulle ordinarie regole civilistiche, rendendo inefficace il pignoramento successivo da parte di un creditore dell'acquirente inadempiente.
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Clausola risolutiva espressa: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato la risoluzione di un contratto di leasing immobiliare per inadempimento. La controversia verteva sulla validità di una clausola risolutiva espressa, contestata dalla società utilizzatrice perché ritenuta generica. La Corte ha stabilito che la clausola era sufficientemente specifica e che la sua applicazione prevale sulla valutazione legale della gravità dell'inadempimento prevista dalla L. 124/2017, poiché la volontà delle parti è sovrana. Rigettati anche i motivi relativi alla mancata conversione del rito processuale e al presunto omesso esame del diritto di riscatto, considerato estinto con la risoluzione del contratto.
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Patto di retrovendita nel leasing: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato la validità di un patto di retrovendita a carico del fornitore di un bene in leasing. In caso di inadempimento dell'utilizzatore, il fornitore era obbligato a riacquistare il bene dalla società di leasing. La Corte ha rigettato il ricorso del fornitore, stabilendo che tale accordo non costituisce una clausola vessatoria che necessita di specifica approvazione scritta e che la valutazione del giudice di merito sulla volontà contrattuale delle parti è insindacabile in sede di legittimità, se correttamente motivata.
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Onere della prova nel leasing: chi deve provare cosa?
Una società utilizzatrice di un immobile in leasing non pagava i canoni. La società concedente ha chiesto la risoluzione del contratto e la restituzione del bene. L'utilizzatrice si è opposta, lamentando l'assenza del piano di ammortamento. La Cassazione ha respinto il ricorso, chiarendo che l'onere della prova del pagamento spetta sempre al debitore (l'utilizzatore), mentre il creditore deve solo dimostrare l'esistenza del contratto. L'assenza di un piano di ammortamento separato non è risultata decisiva.
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Prescrizione del credito: quando inizia a decorrere?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 25376/2024, ha chiarito un punto cruciale sulla prescrizione del credito derivante da un contratto di mutuo. Un fideiussore si era opposto a un decreto ingiuntivo sostenendo che il credito fosse prescritto, calcolando il termine dalla prima rata non pagata. La Corte ha respinto questa tesi, stabilendo che la prescrizione del credito per l'intero importo decorre non dal semplice inadempimento, ma dal momento in cui il creditore manifesta formalmente la volontà di risolvere il contratto, ad esempio con la notifica di un atto di precetto. Solo da quel momento il debito diventa interamente esigibile e il termine decennale inizia a decorrere.
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Risoluzione del contratto: effetti irrevocabili
Una società di leasing risolve un contratto per il furto del veicolo. Dopo il ritrovamento del bene, tenta di annullare la prima risoluzione per attivarne una seconda per inadempimento. La Corte di Cassazione stabilisce l'irrevocabilità degli effetti della prima risoluzione del contratto, accogliendo il ricorso dell'utilizzatore e affermando che una volta terminato, il contratto non può essere unilateralmente riattivato.
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Ricorso agenzia inammissibile: le regole della Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'agente contro la società preponente. Il caso riguarda la legittimità del recesso per giusta causa a seguito del mancato raggiungimento degli obiettivi di fatturato. La Suprema Corte ha respinto il ricorso non nel merito, ma per vizi formali e procedurali, sottolineando come un ricorso agenzia inammissibile derivi da una errata formulazione dei motivi, che tentavano di ottenere una nuova valutazione dei fatti, non consentita in sede di legittimità.
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Imposta di registro decreto ingiuntivo: quando è fissa?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 22856/2024, chiarisce il regime fiscale applicabile all'imposta di registro su un decreto ingiuntivo. Se il decreto serve solo a recuperare somme dovute a seguito di un contratto già risolto per una clausola risolutiva espressa, si applica l'imposta proporzionale e non quella fissa. La Corte sottolinea che il decreto ingiuntivo in questo caso ha natura di condanna al pagamento e non di atto che risolve il contratto, giustificando così l'imposta proporzionale.
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Giudizio di rinvio: poteri e limiti del giudice
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 30683/2024, chiarisce l'ampiezza dei poteri del giudice nel giudizio di rinvio. In una complessa lite familiare su un accordo transattivo, la Corte ha stabilito che il giudice di rinvio ha piena libertà di riesaminare i fatti, incluso il comportamento della parte che si lamenta dell'inadempimento, non essendo vincolato dalle precedenti valutazioni di merito annullate. La decisione sottolinea che l'accertamento dell'inadempimento non può prescindere dalla valutazione delle sue cause, anche se imputabili al creditore stesso.
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Soglia di fallibilità e debito leasing: la Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 20671/2024, ha stabilito che per la verifica della soglia di fallibilità, un debito derivante da un contratto di leasing risolto prima del fallimento non può essere conteggiato per intero. Il giudice deve calcolare l'effettivo debito residuo, tenendo conto del ricavato dalla vendita del bene, prima di poter dichiarare il fallimento di un imprenditore. La Corte ha rinviato il caso alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Clausola risolutiva espressa e buona fede: il caso
Una società immobiliare ha citato in giudizio una promissaria acquirente per la risoluzione di un contratto preliminare, invocando una clausola risolutiva espressa per la mancata stipula del rogito. La Corte di Cassazione, confermando la decisione d'appello, ha respinto il ricorso. Ha stabilito che, anche in presenza di una clausola risolutiva espressa, il giudice deve valutare il comportamento delle parti secondo il principio di buona fede. La risoluzione non è automatica se la condotta della parte inadempiente, nel contesto generale del rapporto, appare conforme a tale principio.
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Clausola risolutiva espressa: risoluzione automatica
Una società vendeva un immobile con riserva di proprietà. L'acquirente non pagava diverse rate, così il venditore ha invocato la clausola risolutiva espressa presente nel contratto. Il Tribunale ha dichiarato il contratto risolto di diritto, ordinando la restituzione dell'immobile. Ha inoltre stabilito un equo compenso per l'uso del bene, superiore alle rate versate, condannando l'acquirente al pagamento della differenza.
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Clausola risolutiva espressa: la buona fede prevale
Un lavoratore, dopo aver stipulato una transazione con il datore di lavoro, ha tollerato un lieve ritardo nel pagamento di una rata, accettando le successive. Dopo essere stato licenziato per altre ragioni, ha tentato di invocare la clausola risolutiva espressa prevista nell'accordo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il comportamento del lavoratore costituiva una rinuncia tacita all'uso della clausola, in applicazione del principio di buona fede e correttezza contrattuale. Il licenziamento è stato inoltre ritenuto legittimo.
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Clausola risolutiva espressa: prevale sul recesso?
La Corte di Cassazione ha stabilito che un curatore fallimentare, pur avendo esercitato il recesso da un contratto di affitto d'azienda, può legittimamente eccepire l'inadempimento della controparte avvalendosi di una clausola risolutiva espressa. Tale eccezione, se fondata, prevale sul recesso e fa venir meno il diritto all'indennizzo della controparte. La Corte ha cassato la decisione del tribunale che aveva erroneamente escluso questa possibilità, non tenendo conto che l'eccezione di risoluzione era stata sollevata nel corso del giudizio di merito. L'uso della clausola risolutiva espressa non richiede un atto stragiudiziale preventivo e può essere manifestato anche in via di difesa processuale.
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Associazione in partecipazione: risoluzione e limiti
La Corte di Cassazione analizza un caso di risoluzione di un contratto di associazione in partecipazione per inadempimento reciproco. Una società culturale e una di gestione stazioni si accusavano a vicenda di violazioni contrattuali. La Corte ha confermato la risoluzione per l'inadempimento più grave della società associante, ma ha respinto le richieste di risarcimento della società associata per mancanza di prove concrete del danno. La sentenza chiarisce i limiti dell'effetto retroattivo della risoluzione e l'onere della prova per i danni.
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Ricorso per Cassazione: quando è inammissibile
Una società conduttrice, dopo una condanna al rilascio di un immobile commerciale, ha presentato un ricorso per cassazione. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile perché la parte ricorrente non ha trascritto né localizzato adeguatamente i documenti e le clausole contrattuali su cui si basavano le sue lamentele. Questa omissione ha violato il principio di specificità, impedendo alla Corte di valutare il merito della questione.
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Danno da occupazione: la prova del danno è essenziale
Un ente pubblico immobiliare ha citato in giudizio un ente locale per il risarcimento del danno da occupazione illegittima di un immobile. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta, stabilendo che il danno da occupazione non è automatico ('in re ipsa'). Il proprietario ha l'onere di allegare e provare il concreto pregiudizio economico subito, dimostrando come avrebbe potuto utilizzare proficuamente il bene se ne avesse avuto la disponibilità.
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Project financing giurisdizione: chi decide sui contratti
Un'ordinanza della Cassazione sul tema della project financing giurisdizione stabilisce che le controversie per inadempimento del contratto stipulato a valle dell'aggiudicazione, inclusa la richiesta di risoluzione e risarcimento, rientrano nella competenza del giudice ordinario e non di quello amministrativo. Il caso riguardava la riqualificazione di un'area comunale.
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Leasing immobiliare: diritti in caso di vizi
La Corte di Cassazione interviene su un caso di leasing immobiliare, stabilendo principi chiave sui diritti dell'utilizzatore. Una società aveva contestato il contratto per vizi dell'immobile (altezza inferiore e mancanza di agibilità) e per un canone basato su un valore di acquisto gonfiato. La Corte ha respinto le censure sul calcolo del canone, ma ha accolto quelle relative ai vizi, affermando che un giudice non può negare una consulenza tecnica e poi rigettare la domanda per mancanza di prova. Ha inoltre stabilito che la risoluzione del contratto per inadempimento non è automatica se questo è giustificato da vizi del bene.
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Caparra confirmatoria e risoluzione: si può chiedere?
La Corte di Cassazione ha stabilito che la parte adempiente in un contratto preliminare può chiedere il doppio della caparra confirmatoria anche se il contratto si è già risolto di diritto per inadempimento della controparte. I giudici hanno chiarito che la domanda di recesso per ottenere la caparra non è incompatibile con la constatazione della risoluzione, purché non si chieda anche il risarcimento del danno ulteriore. Questa decisione corregge l'orientamento dei giudici di merito, che avevano erroneamente dichiarato inammissibili le domande ritenendole cumulative e incompatibili.
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