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Circostanza Attenuante — Anno 2022

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283 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Circostanza Attenuante

Provvedimenti

Furto con destrezza: condanna per il furto alla vittima distratta
Una donna è stata condannata per furto con destrezza per aver sfilato il portafoglio dalla giacca della vittima mentre questa scendeva con fatica da un'auto. L'imputata ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la sussistenza dell'aggravante della destrezza e lamentando un presunto calcolo errato basato sulla recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che l'azione fulminea, approfittando della temporanea distrazione e difficoltà fisica della vittima, configura pienamente il furto con destrezza. Inoltre, la recidiva era già stata esclusa nel calcolo della pena in appello. L'imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso per cassazione: prove sfocate e condanna per furto
Un uomo, condannato per furto, ha proposto ricorso per cassazione contestando l'identificazione della sua persona tramite fotogrammi sfocati e invocando la particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la valutazione delle prove non può essere ridiscussa nel giudizio di legittimità, poiché spetta solo ai giudici di merito. Inoltre, la richiesta di considerare il fatto come un furto di lieve entità è stata ritenuta troppo generica e non formulata correttamente sotto il profilo procedurale. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso per cassazione tardivo: il ritardo blinda la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per furto pluriaggravato. Il motivo principale della decisione risiede nella presentazione di un ricorso per cassazione tardivo. La sentenza d'appello era stata depositata nei termini, facendo decorrere il periodo di quarantacinque giorni per l'impugnazione, scaduto ad aprile 2020. Il ricorrente ha invece depositato l'atto solo a giugno 2020. La Suprema Corte ha inoltre chiarito che il reato non era prescritto, poiché il termine massimo di prescrizione sarebbe scaduto solo nel 2022, e ha respinto la richiesta di attenuanti poiché già valutata nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna alle spese e al pagamento di una sanzione pecuniaria.
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Furto in abitazione: la Cassazione nega ogni sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di furto in abitazione. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti e il mancato riconoscimento delle attenuanti per la lieve entità del danno. Inoltre, chiedeva l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, proponendo di riqualificare il reato in danneggiamento. I giudici hanno respinto le richieste: i primi motivi di ricorso erano generici e ripetitivi, mentre la particolare tenuità del fatto è inapplicabile al furto in abitazione a causa dei limiti di pena previsti dalla legge. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: condanne definitive
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due soggetti per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti. Il primo imputato contestava un presunto errore nel calcolo della pena per continuazione, ma il ricorso è risultato infondato poiché la Corte d'appello aveva in realtà ridotto l'aumento di pena rispetto al primo grado. Il secondo imputato lamentava la mancata concessione dell'attenuante per la collaborazione, richiedendo però una nuova valutazione dei fatti preclusa in sede di legittimità. La Suprema Corte ha quindi sancito l'Inammissibilità del ricorso per cassazione per entrambi i ricorrenti, condannandoli al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro ciascuno a favore della Cassa delle Ammende.
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Divieto di reformatio in peius: pena ridotta ma ricorso respinto
L'Imputato, condannato per tentato furto aggravato, ricorre in Cassazione lamentando la violazione del divieto di reformatio in peius. Sostiene che la Corte d'Appello, pur avendo escluso un'aggravante, abbia ricalcolato la pena partendo da una base non corretta e non abbia concesso l'attenuante della speciale tenuità per il furto di una torcia, un braccialetto e un euro. La Suprema Corte rigetta il ricorso: il divieto di reformatio in peius non è violato poiché la pena finale inflitta in appello è inferiore a quella di primo grado e la pena-base non è stata aumentata. Inoltre, la richiesta di attenuante è stata ritenuta troppo generica. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale: no a prove inutili
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per minaccia, violenza privata e lesioni personali. L'uomo aveva reagito violentemente contro un gruppo di ragazzi che bloccavano il suo garage. La difesa lamentava il mancato accoglimento della richiesta di acquisizione della registrazione di una telefonata al 112, invocando la rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, ritenendo superflua la prova richiesta. Anche se la telefonata avesse confermato il blocco del garage, ciò non avrebbe giustificato le condotte violente dell'imputato, già mitigate dall'attenuante della provocazione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reato di evasione: finto malore smentito dalla moglie
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di evasione. L'imputato sosteneva di essersi allontanato dal domicilio per recarsi al pronto soccorso, esibendo un certificato medico. Tuttavia, le indagini hanno rivelato che l'orario di ingresso era stato falsificato su richiesta dello stesso imputato, il quale si era invece recato sotto casa della moglie per insultarla. La Suprema Corte ha confermato la condanna, escludendo anche l'attenuante della costituzione spontanea, poiché l'uomo era semplicemente rientrato a casa anziché presentarsi in carcere. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Specificità dei motivi di appello: prosciutti e vizi di forma
L'Imputato è stato condannato per tentato furto di due prosciutti in un supermercato, dopo aver rimosso le placche antitaccheggio. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile il suo ricorso per difetto di specificità. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando che l'appello conteneva contestazioni precise sulla mancata concessione di una circostanza attenuante. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, rilevando una contraddizione insanabile: i giudici d'appello hanno dichiarato l'inammissibilità per mancanza di specificità dei motivi di appello, ma poi hanno risposto nel merito delle contestazioni. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Spaccio e applicazione della recidiva: la Cassazione nega sconti
L'Imputato è stato condannato per spaccio di sostanze stupefacenti di lieve entità. La Corte d'Appello ha confermato la pena, disponendo l'aumento per la recidiva. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione, contestando il mancato riconoscimento di un'attenuante e l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La richiesta sull'attenuante non era stata presentata in appello, rendendola non proponibile. Riguardo all'applicazione della recidiva, i giudici hanno ritenuto corretta la decisione: i numerosi precedenti penali dell'uomo, tra cui uno recente e specifico, dimostrano la sua stabile dedizione al traffico di droga e la sua elevata pericolosità sociale. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Circostanza attenuante del lucro: niente sconto con 450 euro
L'Imputato, condannato per spaccio di lieve entità, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione della circostanza attenuante del lucro di speciale tenuità e l'eccessività della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la circostanza attenuante del lucro richiede che sia il guadagno sia l'evento pericoloso siano minimi. Nel caso specifico, il sequestro di 450 euro esclude la speciale tenuità del profitto. Inoltre, la determinazione della pena è stata ritenuta corretta e adeguatamente motivata. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: sconti di pena ma addio al ricorso
L'Imputato, condannato in primo grado per reati di droga, ha concordato in appello una pena ridotta a tre anni e otto mesi di reclusione. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione su una circostanza attenuante. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di concordato in appello, l'imputato rinuncia ai motivi di gravame originari. Di conseguenza, il ricorso per cassazione è limitato esclusivamente ai vizi sulla formazione della volontà delle parti, al consenso del Procuratore generale o alla difformità della decisione del giudice rispetto all'accordo. Non è possibile contestare la motivazione sulla responsabilità o sulla misura della pena concordata. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Attenuante del risarcimento del danno: restituire non basta
L'Autore del furto sottrae una bicicletta da un cortile condominiale. Fermato dalle forze dell'ordine, indica il luogo del furto permettendo la restituzione del mezzo al proprietario. Successivamente, richiede l'applicazione dell'attenuante del risarcimento del danno. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso. I giudici chiariscono che, sebbene la restituzione tramite polizia attivata dalle indicazioni del reo sia considerata volontaria, l'attenuante del risarcimento del danno richiede la riparazione integrale di tutti i danni. Nel caso di specie, la restituzione della sola bicicletta copre il danno patrimoniale ma non risarcisce il danno morale subito dalla vittima. Di conseguenza, senza l'offerta di un ristoro anche per il danno non patrimoniale, il beneficio di legge non può essere concesso.
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Furto di energia elettrica: pagare la bolletta non evita la condanna
Il caso riguarda un utente condannato per il furto di energia elettrica commesso tramite la manomissione del contatore per alterare i consumi. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della circostanza attenuante del risarcimento del danno, avendo pagato all'ente erogatore l'importo dei consumi evasi per ottenere un nuovo allaccio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che il semplice pagamento del debito pregresso non equivale a un risarcimento integrale. Per beneficiare dell'attenuante, è necessaria la riparazione di ogni effetto dannoso, inclusi interessi e spese di ripristino del contatore, non potendosi desumere l'integrale ristoro dalla sola mancata costituzione di parte civile dell'ente danneggiato. L'imputato perde la causa e viene condannato alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Abuso edilizio: la demolizione spontanea non cancella il reato
Quattro proprietari sono stati condannati per abuso edilizio. Due di essi avevano demolito spontaneamente le opere abusive e ottenuto una sanatoria parziale per le parti residue, chiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto, dell'attenuante del risarcimento del danno e la conversione della pena detentiva in pecuniaria. La Corte di Cassazione ha stabilito che la demolizione spontanea e la sanatoria parziale non estinguono il reato di abuso edilizio, né integrano la particolare tenuità. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso di due proprietari limitatamente alla mancata concessione dell'attenuante della riparazione del danno (poiché la demolizione elimina le conseguenze del reato, escludendo i costi di accertamento dello Stato) e alla negata conversione della pena detentiva in pecuniaria, rinviando la decisione alla Corte d'appello di Perugia.
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Ricettazione di lieve entità: no allo sconto sulla prescrizione
L'Imputato è stato condannato per il reato di ricettazione di alcuni gioielli. La Corte d'Appello ha applicato la circostanza attenuante speciale della ricettazione di lieve entità. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il reato fosse ormai estinto per prescrizione, calcolando il tempo sulla base della pena ridotta dall'attenuante. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la ricettazione di lieve entità non è un reato autonomo, ma una semplice attenuante. Di conseguenza, il tempo necessario per la prescrizione deve essere calcolato sulla pena base del reato principale, senza considerare la riduzione. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricettazione di speciale tenuità: quando la recidiva è illegale
L'Imputato è stato condannato per due episodi di ricettazione. Il giudice di primo grado ha riconosciuto la circostanza attenuante della ricettazione di speciale tenuità, ma ha applicato un aumento di pena per la recidiva senza effettuare il necessario bilanciamento tra le circostanze. La Corte d'Appello ha confermato la condanna riducendo solo parzialmente l'aumento. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato, stabilendo che la ricettazione di speciale tenuità non è un reato autonomo ma un'attenuante che deve entrare nel giudizio di comparazione con le aggravanti. Di conseguenza, l'applicazione diretta dell'aumento per la recidiva ha reso la pena illegale per eccesso. La Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza limitatamente all'aumento per la recidiva, rideterminando la pena finale in sette mesi di reclusione e trecento euro di multa.
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Ricettazione di lieve entità: pena ridotta nonostante la recidiva
L'Imputato veniva condannato per i reati di ricettazione e detenzione per la vendita di oggetti contraffatti. I giudici di merito applicavano la recidiva pluriqualificata e, contemporaneamente, riconoscevano la ricettazione di lieve entità. Tuttavia, aumentavano la pena per la recidiva senza effettuare il necessario giudizio di bilanciamento tra le circostanze. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato, stabilendo che la ricettazione di lieve entità è una circostanza attenuante e può prevalere sulla recidiva. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza limitatamente al trattamento sanzionatorio, eliminando l'aumento di pena illegittimo e rideterminando la sanzione finale in cinque mesi e dieci giorni di reclusione, oltre a 267,00 euro di multa.
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Furto aggravato: il pagamento elettronico costa caro ai ladri
Due complici spintonano la vittima dopo che questa ha pagato un abbonamento a teatro con il bancomat, rubandole il portafogli. Successivamente, utilizzano la carta per prelevare mille euro. La Corte d'Appello li condanna per furto aggravato e indebito utilizzo di carte di credito. Gli imputati ricorrono in Cassazione, sostenendo che l'aggravante del furto commesso subito dopo aver fruito di servizi bancari non si applichi ai pagamenti elettronici (POS), ma solo ai prelievi di contanti. La Suprema Corte rigetta i ricorsi, confermando che la tutela si estende a tutti i servizi finanziari, inclusi i pagamenti elettronici. Di conseguenza, i ricorsi sono dichiarati inammissibili e i condannati dovranno pagare le spese processuali.
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Rinuncia al ricorso: rinunciare al giudizio non cancella le spese
Il caso riguarda un uomo condannato per furto aggravato che aveva presentato ricorso in Cassazione per ottenere uno sconto di pena. Prima della decisione, l'uomo ha presentato una formale rinuncia al ricorso, firmata di suo pugno e autenticata dal proprio difensore. La Corte di Cassazione ha preso atto di questa scelta e ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per sopravvenuta rinuncia. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di una somma di cinquecento euro a favore della Cassa delle Ammende.
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