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Cessione Di Sostanze Stupefacenti

23 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Condotta che consiste nel vendere, offrire, consegnare o trasferire droghe a terzi, comunemente nota come 'spaccio'.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Cessione di sostanze stupefacenti: ricorso respinto in Cassazione
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per cessione di sostanze stupefacenti. L'accusa si basava su intercettazioni telefoniche dal linguaggio in codice, sul tracciamento GPS dell'auto dell'acquirente e sul successivo sequestro della droga. Il ricorrente ha contestato la ricostruzione dei fatti, la mancata concessione delle attenuanti generiche e l'applicazione della recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che le prove raccolte dimostrano con certezza la responsabilità dell'uomo. Le valutazioni sulle attenuanti e sulla recidiva appartengono al giudice di merito e risultano ampiamente motivate. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali insieme a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Cessione di sostanze stupefacenti: ricorso inammissibile
L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per il reato di cessione di sostanze stupefacenti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché l'imputato si è limitato a reiterare i motivi già respinti nei precedenti gradi di giudizio, chiedendo una nuova valutazione delle prove. La Corte ha ribadito che la ricostruzione dei fatti spetta esclusivamente ai giudici di merito. Essendo la motivazione della sentenza d'appello esente da difetti logici, la Cassazione ha confermato la condanna e ha disposto il pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Cessione di sostanze stupefacenti: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a sei mesi di reclusione e mille euro di multa inflitta a un imputato per la cessione di sostanze stupefacenti di lieve entità. L'uomo aveva venduto 0,72 grammi di cocaina a un acquirente. Un ufficiale di polizia giudiziaria aveva assistito all'ingresso dell'acquirente nello stabile e aveva riconosciuto la voce dell'imputato durante la transazione illecita. La perquisizione domiciliare avvenuta ore dopo aveva dato esito negativo, ma i giudici hanno ritenuto il fatto pienamente provato dal successivo sequestro della droga addosso all'acquirente. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché l'imputato richiedeva una rivalutazione delle prove non consentita in sede di legittimità. Il ricorrente deve versare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Cessione di sostanze stupefacenti: condanna confermata
Un uomo agli arresti domiciliari organizzava la spedizione di hashish a un compagno ancora detenuto tramite corriere. Il carico veniva intercettato e sequestrato prima della consegna. La Corte d'Appello condannava l'imputato a due anni di reclusione per cessione di sostanze stupefacenti. L'uomo ricorreva in Cassazione lamentando il mancato rinvio dell'udienza per impedimento del difensore, l'assenza di dolo e chiedendo di derubricare il fatto a mero tentativo. La Suprema Corte ha confermato la condanna, dichiarando il ricorso inammissibile e disponendo il pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Cessione di sostanze stupefacenti: tra prove e rinvio
Due imputati hanno subito una condanna per plurimi episodi di cessione di sostanze stupefacenti, gestiti tramite un intermediario che operava in un ristorante. I difensori hanno contestato la ricostruzione indiziaria fondata su intercettazioni, l'esclusione della lieve entità e l'applicazione della recidiva. La Corte di Cassazione ha confermato l'impianto generale dell'accusa e la piena validità probatoria degli schemi emersi dalle indagini. Tuttavia, i giudici hanno rilevato un omesso esame difensivo in merito a una singola contestazione. La Suprema Corte ha quindi annullato con rinvio la sentenza limitatamente a quell'episodio, rendendo definitiva la condanna per tutti gli altri reati contestati.
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Cessione di sostanze stupefacenti: ricorso inammissibile
L'imputato subisce una condanna per il reato di cessione di sostanze stupefacenti di lieve entità alla pena di otto mesi di reclusione e ottocento euro di multa. Il condannato impugna la decisione davanti alla Corte di Cassazione, invocando l'uso personale e la conseguente irrilevanza penale della condotta. I Supremi Giudici dichiarano il ricorso inammissibile e manifestamente infondato, poiché l'interessato non aveva mai contestato l'effettiva cessione della sostanza nel corso del giudizio di secondo grado. Di conseguenza, la Suprema Corte conferma integralmente la condanna e infligge al ricorrente il pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro a favore della cassa delle ammende.
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Cessione di sostanze stupefacenti: non regge l’uso di gruppo
L'imputato è stato sorpreso dalle forze dell'ordine mentre cedeva sostanza stupefacente a un acquirente in cambio di denaro contante sulla pubblica via. La difesa ha sostenuto l'esistenza di un preventivo accordo per un consumo comune, invocando la fattispecie dell'uso di gruppo per evitare la condanna. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso e ha confermato la condanna per cessione di sostanze stupefacenti. I giudici hanno chiarito che le mere dichiarazioni ritrattate e le congetture difensive non superano la flagranza dello scambio materiale di droga contro contanti. La Corte ha condannato l'imputato alle spese legali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Cessione di sostanze stupefacenti: tra uso personale e condanna
Un imputato ha impugnato la sentenza di secondo grado sostenendo l'uso personale della droga e contestando l'applicazione della recidiva. I giudici hanno invece confermato la cessione di sostanze stupefacenti verso una terza persona e l'illecita detenzione di quattro flaconi di metadone. Il ricorrente aveva commesso il fatto mentre si trovava già sottoposto a una misura cautelare per reati analoghi e con numerosi precedenti specifici. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile per genericità e mera riproposizione di questioni già respinte. Il condannato deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Cessione di sostanze stupefacenti: rigettato il ricorso
Un imputato è stato condannato a sei anni di reclusione e ventimila euro di multa per continuata cessione di sostanze stupefacenti (cocaina e hashish) in concorso con altri soggetti. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo la natura marginale del ruolo dell'imputato, la mancata concessione delle attenuanti generiche e l'eccessività della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la piena responsabilità penale: l'attività di spaccio si è protratta per quasi due anni con centinaia di cessioni documentate da testimonianze, foto e tabulati telefonici. Il ricorrente è stato condannato alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Cessione di sostanze stupefacenti: basta la parola dell’acquirente
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per il reato di cessione di sostanze stupefacenti. La ricorrente contestava l'attendibilità delle dichiarazioni dell'acquirente e di un testimone, lamentando anche la mancata concessione delle attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione sulla credibilità dei testimoni spetta esclusivamente al giudice di merito e che le loro dichiarazioni non necessitano di riscontri esterni se coerenti. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e l'imputata è stata condannata al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Cessione di sostanze stupefacenti: condanna anzich uso personale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato contro la condanna per cessione di sostanze stupefacenti. L'imputato chiedeva l'applicazione delle sanzioni amministrative previste per l'uso personale. I giudici hanno chiarito che il ricorso si limitava a contestare la ricostruzione dei fatti operata nei gradi precedenti, senza evidenziare reali vizi di legittimit. Inoltre, la richiesta di applicare la disciplina dell'uso personale stata ritenuta manifestamente infondata, poich l'attivit accertata consisteva in una vera e propria cessione di sostanze stupefacenti a terzi, condotta che esclude la natura esclusivamente personale del consumo. Di conseguenza, il ricorrente stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Cessione di sostanze stupefacenti: no al ricorso in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di cessione di sostanze stupefacenti. L'imputato chiedeva una nuova valutazione dei fatti, già accertati nei precedenti gradi di giudizio attraverso una testimonianza attendibile e una consulenza tecnica del Pubblico Ministero, accettata dalla stessa difesa. La Suprema Corte ha ribadito che il giudizio di legittimità non può riesaminare il merito delle prove se la motivazione dei giudici precedenti è logica e corretta. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Cessione di sostanze stupefacenti: fermata la vendita ai minori
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per cessione di sostanze stupefacenti. L'imputato chiedeva la riqualificazione del reato nel fatto di lieve entità e la sostituzione della pena con il lavoro di pubblica utilità. I giudici hanno respinto le richieste evidenziando la gravità della condotta, caratterizzata dalla vendita di droga a minorenni e da quantitativi significativi. Inoltre, la presenza di precedenti penali specifici e la mancata formulazione della richiesta di lavoro sostitutivo nei precedenti gradi di giudizio hanno precluso ogni beneficio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna penale e ha sanzionato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Cessione di sostanze stupefacenti: il ricorso inutile costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due soggetti condannati per detenzione e cessione di sostanze stupefacenti, nello specifico cocaina. I ricorrenti contestavano la ricostruzione dei fatti, chiedendo la riqualificazione del reato in un'ipotesi più lieve o in favoreggiamento, oltre a una riduzione della pena. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi di ricorso riproducevano genericamente le stesse questioni già respinte dalla Corte d'Appello, senza contestare concretamente le motivazioni della sentenza impugnata. Di conseguenza, i ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, con condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle ammende.
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Cessione di sostanze stupefacenti: l’alibi del lavoro non regge
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione e cessione di sostanze stupefacenti. L'imputato sosteneva che la droga fosse per uso personale e contestava la ricostruzione di uno specifico episodio di spaccio, ritenendo insufficienti le intercettazioni. I giudici di merito hanno invece valorizzato un solido quadro indiziario: la brevità dell'incontro con l'acquirente (subito dopo trovato in possesso di droga), l'uso di un linguaggio in codice ("bibite" per indicare lo stupefacente) e il timore espresso dall'imputato di essere sorvegliato dalle forze dell'ordine. La Cassazione ha ribadito che la valutazione delle prove spetta al giudice di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità, confermando la condanna e infliggendo una sanzione pecuniaria.
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Cessione di sostanze stupefacenti: farmaco o droga in strada?
Un uomo è stato condannato per la cessione di sostanze stupefacenti dopo essere stato sorpreso a vendere due blister di Rivotril, un farmaco contenente sostanze psicotrope, al prezzo di cinque euro. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo la mancanza dell'elemento soggettivo, poiché riteneva il farmaco un semplice stabilizzatore dell'umore facilmente reperibile. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la responsabilità penale basandosi sul verbale di arresto in flagranza e sulle dichiarazioni dell'acquirente. La Cassazione ha ribadito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Cessione di sostanze stupefacenti: reato anche senza consegna
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di diversi soggetti condannati per traffico di droga. Il caso principale riguarda Il Primo Spacciatore, che contestava la condanna per una compravendita di droga non andata a buon fine per scarsa qualità della merce. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il reato di cessione di sostanze stupefacenti si consuma con il semplice accordo tra le parti, senza che sia necessaria la consegna materiale della sostanza. La Corte ha invece accolto parzialmente il ricorso del Fornitore Calabrese solo sulla recidiva, poiché erano decorsi più di cinque anni dal passaggio in giudicato della precedente condanna. Gli altri ricorsi sono stati dichiarati inammissibili.
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Cessione di sostanze stupefacenti: intercettazioni contro difesa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un uomo condannato per cessione di sostanze stupefacenti. L'imputato contestava l'utilizzo delle intercettazioni telefoniche e dei pedinamenti come prove della sua colpevolezza. I giudici di legittimità hanno ribadito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di cassazione se la motivazione della sentenza d'appello è logica e coerente. Di conseguenza, la condanna a due anni e otto mesi di reclusione è stata confermata, con l'aggiunta della condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Cessione di sostanze stupefacenti: intercettazioni inchiodano
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi proposti da due imputati contro la sentenza d'appello che li condannava per i reati di illecita detenzione e cessione di sostanze stupefacenti. I giudici hanno confermato la validità del quadro probatorio, evidenziando come le intercettazioni telefoniche dimostrassero in modo inequivocabile il collegamento tra la droga trovata in possesso degli acquirenti e la precedente attività di spaccio degli imputati. La Suprema Corte ha inoltre respinto la richiesta di concessione delle attenuanti generiche, giudicandola priva di elementi concreti di valutazione. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Cessione di sostanze stupefacenti: condannata anche per cortesia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna condannata a sei mesi di reclusione per cessione di sostanze stupefacenti. L'imputata sosteneva che la consegna della droga fosse avvenuta per mera cortesia personale e chiedeva le attenuanti generiche. I giudici hanno chiarito che anche la cessione gratuita o di cortesia costituisce reato. Inoltre, la Cassazione ha confermato il diniego delle attenuanti generiche e della sospensione condizionale della pena a causa dei precedenti penali specifici della ricorrente. Di conseguenza, l'imputata perde il ricorso e viene condannata a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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