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Cessione di sostanze stupefacenti: il ricorso inutile costa caro

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due soggetti condannati per detenzione e cessione di sostanze stupefacenti, nello specifico cocaina. I ricorrenti contestavano la ricostruzione dei fatti, chiedendo la riqualificazione del reato in un’ipotesi più lieve o in favoreggiamento, oltre a una riduzione della pena. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi di ricorso riproducevano genericamente le stesse questioni già respinte dalla Corte d’Appello, senza contestare concretamente le motivazioni della sentenza impugnata. Di conseguenza, i ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, con condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle ammende.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 36271 Anno 2023
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Pubblicato il 15 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

La condanna per la cessione di sostanze stupefacenti

La vicenda nasce dall’arresto e dalla successiva condanna di due persone per il reato di detenzione e cessione di sostanze stupefacenti, in particolare cocaina. Il Tribunale di primo grado ha ritenuto i due soggetti responsabili dei fatti commessi nel maggio del duemilaquattordici. La Corte di Appello ha poi confermato integralmente questa decisione, respingendo le richieste della difesa. I due condannati hanno quindi deciso di presentare ricorso davanti alla Corte di Cassazione. La difesa ha cercato di smontare l’impianto accusatorio contestando la validità delle prove raccolte e chiedendo una riduzione della pena applicata dai giudici di merito.

Le contestazioni sollevate dalla difesa

I ricorrenti hanno presentato quattro motivi principali per contestare la sentenza di condanna. Il primo motivo riguardava la valutazione delle prove. Secondo la difesa, i giudici si erano basati su una dichiarazione confessoria non valida e su una chiamata di correo (l’accusa mossa da un coimputato) non attendibile. Inoltre, la difesa sosteneva che mancasse la prova dell’intenzione colpevole dei due soggetti. Con il secondo motivo, i ricorrenti chiedevano di qualificare il fatto come reato di lieve entità. Questa qualificazione avrebbe permesso di ottenere una pena molto più bassa. Il terzo motivo riguardava specificamente la posizione della donna. La difesa chiedeva di trasformare l’accusa di spaccio in quella meno grave di favoreggiamento personale (l’aiuto fornito a qualcuno per eludere le investigazioni). Infine, l’ultimo motivo contestava l’eccessiva severità della pena applicata. La difesa riteneva che i giudici non avessero applicato la massima riduzione possibile per le attenuanti generiche (le circostanze che permettono di diminuire la pena in base al comportamento dell’imputato).

Le motivazioni sulla cessione di sostanze stupefacenti

I giudici della Corte di Cassazione hanno analizzato dettagliatamente i motivi del ricorso e li hanno dichiarati del tutto inammissibili (privi dei requisiti legali per essere esaminati). La Suprema Corte ha spiegato che i ricorrenti si sono limitati a ripetere le stesse identiche lamentele già presentate durante il processo di appello. La Corte di Appello aveva già risposto a queste obiezioni in modo chiaro, logico e completo. La legge stabilisce che il ricorso in Cassazione non può essere una semplice ripetizione dei motivi di appello. Il ricorrente ha l’obbligo di confrontarsi direttamente con le spiegazioni fornite dai giudici di secondo grado e di spiegare perché quelle specifiche spiegazioni siano errate. Nel caso in esame, i due imputati hanno ignorato le motivazioni della sentenza d’appello e hanno riproposto le vecchie tesi difensive. Questo comportamento rende il ricorso non specifico e, di conseguenza, giuridicamente inammissibile. I giudici hanno confermato che la ricostruzione dei fatti e la responsabilità per la cessione di sostanze stupefacenti erano state accertate in modo corretto e insindacabile.

Le conclusioni sulla cessione di sostanze stupefacenti

La decisione della Corte di Cassazione mette un punto fermo sulla vicenda giudiziaria. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili a causa della loro genericità e della mancanza di un vero confronto con la sentenza impugnata. Questa inammissibilità comporta conseguenze severe per i due ricorrenti. Oltre alla conferma definitiva della condanna penale per la cessione di sostanze stupefacenti, i giudici hanno applicato l’articolo seicentosedici del codice di procedura penale. Questa norma prevede che la parte che propone un ricorso inammissibile debba pagare le spese del procedimento. Inoltre, se l’inammissibilità è causata da colpa del ricorrente, il giudice deve condannarlo a pagare una somma di denaro in favore della Cassa delle ammende (un fondo pubblico gestito dal Ministero della Giustizia). Nel caso specifico, i giudici hanno quantificato questa sanzione in tremila euro per ciascuno dei due ricorrenti. Questa decisione evidenzia l’importanza di formulare i ricorsi in modo preciso e mirato, evitando di riproporre argomenti già ampiamente superati nei precedenti gradi di giudizio.

Cosa succede se si propone un ricorso in Cassazione uguale ai motivi d’appello?
Il ricorso viene dichiarato inammissibile perché la legge impone di contestare in modo specifico le motivazioni fornite dal giudice d’appello, non di ripetere semplicemente le vecchie tesi difensive.

Quali sono le conseguenze finanziarie di un ricorso dichiarato inammissibile?
Il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende, che in questo caso è stata stabilita in tremila euro.

È possibile ottenere la derubricazione del reato di spaccio in favoreggiamento?
La derubricazione è esclusa se i giudici accertano la partecipazione attiva alla detenzione e alla cessione della sostanza, rendendo la condotta incompatibile con il semplice aiuto a terzi.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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