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Cessione Di Ramo D'Azienda

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260 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Licenziamento collettivo: stop ai criteri se l’azienda chiude
Una lavoratrice ha impugnato il licenziamento collettivo intimato dall'azienda a seguito della cessazione totale dell'attività per perdite economiche. La ricorrente lamentava la violazione dei criteri di scelta e la mancata comunicazione dei motivi individuali del recesso, oltre a contestare una precedente cessione di ramo d'azienda. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del provvedimento. I giudici hanno chiarito che, in caso di chiusura totale dell'azienda con licenziamento di tutto il personale, i criteri di scelta diventano irrilevanti. Inoltre, l'obbligo di motivazione individuale non sussiste nel licenziamento collettivo, essendo sufficiente l'informativa alle rappresentanze sindacali. Infine, la lavoratrice non poteva rivendicare il trasferimento nel ramo d'azienda ceduto, poiché operava in una sede geografica diversa da quella interessata dalla cessione.
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Agevolazioni fiscali agricoltura: sì anche con cessione d’azienda
L'Amministrazione Finanziaria ha revocato le agevolazioni fiscali agricoltura applicate alla compravendita di un ramo aziendale destinato all'allevamento, sostenendo che i benefici per l'acquisto di terreni agricoli non spettassero se inseriti in un trasferimento d'azienda complessivo. La Società Agricola e la Società Cooperativa hanno impugnato l'atto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, confermando che le agevolazioni fiscali agricoltura spettano anche quando il terreno agricolo viene trasferito all'interno di una cessione di ramo d'azienda, purché nel contratto sia indicato un prezzo distinto e separato per il terreno rispetto agli altri beni.
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Cessione di ramo d’azienda: i debiti fiscali passano all’acquirente
L'Agenzia delle Entrate ha contestato la decisione che limitava la responsabilità di una società acquirente per i debiti fiscali del venditore. La vicenda nasce dalla cessione di ramo d'azienda. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'acquirente risponde dei debiti tributari pregressi, a meno che non dimostri l'estraneità del debito al ramo acquistato. Questa prova non può basarsi su semplici stime o studi di settore. L'acquirente deve presentare i libri contabili e il certificato ufficiale dei carichi pendenti rilasciato dal Fisco. La Cassazione ha quindi accolto il ricorso dell'amministrazione finanziaria, annullando la sentenza favorevole alla società e ordinando un nuovo giudizio.
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Cessione di ramo d’azienda: scontro tra fisco e società
Una società di telecomunicazioni ha impugnato l'avviso di liquidazione con cui l'Agenzia delle Entrate richiedeva l'imposta di registro. Il fisco aveva riqualificato una serie di operazioni societarie collegate come un'unica cessione di ramo d'azienda. I giudici di merito hanno confermato la legittimità del recupero d'imposta, ritenendo sussistente un collegamento funzionale tra i beni trasferiti. La società ha proposto ricorso in Cassazione contestando la riqualificazione e la violazione del contraddittorio. Rilevata la pendenza di un altro giudizio connesso promosso da un'altra società contro lo stesso avviso, la Suprema Corte ha disposto il rinvio a nuovo ruolo della causa per consentire la trattazione congiunta dei ricorsi.
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Cessione di ramo d’azienda: legittimo il trasferimento “leggero”
Un gruppo di dipendenti di una banca, addetti al settore del recupero crediti in sofferenza, ha impugnato la cessione di ramo d'azienda con cui erano stati trasferiti a una società esterna di gestione crediti. I lavoratori sostenevano che il reparto ceduto fosse privo di autonomia organizzativa e preesistenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori, confermando la legittimità dell'operazione. I giudici hanno chiarito che la cessione di ramo d'azienda è valida anche quando riguarda una struttura "dematerializzata" o "leggera", ossia priva di rilevanti beni materiali ma caratterizzata da un gruppo di lavoratori dotati di uno specifico ed elevato know-how professionale. Di conseguenza, il trasferimento dei dipendenti è pienamente legittimo e non sussiste alcun obbligo per la banca di riassumerli.
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Cessione di ramo d’azienda: quando l’autonomia è finta
I Lavoratori hanno impugnato il trasferimento del loro rapporto di lavoro, avvenuto a seguito di un accordo tra la Società Cedente e la Società Cessionaria. La Corte d'Appello ha dichiarato inefficace tale trasferimento per mancanza dei requisiti della cessione di ramo d'azienda, ordinando il ripristino dei rapporti di lavoro originari. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando i ricorsi delle due società. I giudici hanno stabilito che la cessione di ramo d'azienda richiede la preesistenza di un'autonomia funzionale del ramo ceduto, che non può essere creato artificialmente al momento del trasferimento. Inoltre, i termini di decadenza introdotti successivamente non si applicano retroattivamente alle cessioni avvenute prima dell'entrata in vigore della riforma. Di conseguenza, i ricorsi delle aziende sono stati respinti e i lavoratori hanno ottenuto il diritto a tornare alle dipendenze del datore di lavoro originario.
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Verbale di conciliazione: la firma cancella la causa di lavoro
Una lavoratrice, impiegata come informatore scientifico, ha contestato la cessione del proprio ramo d'azienda da parte della società datrice di lavoro a un'altra impresa, ritenendola fittizia. Tuttavia, la dipendente aveva precedentemente firmato un verbale di conciliazione in sede sindacale. Con questo accordo, a fronte di una somma di denaro, la lavoratrice rinunciava a qualsiasi futura pretesa verso la società cedente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della lavoratrice. I giudici hanno stabilito che il verbale di conciliazione firmato in sede protetta è pienamente valido e inoppugnabile. Questo accordo preclude definitivamente la possibilità di contestare la cessione del ramo d'azienda o di richiedere il reintegro nel posto di lavoro originario. Vince l'azienda datrice di lavoro, che non deve riassumere la dipendente né risarcirla.
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Cessione di ramo d’azienda: sì all’imposta, ma sanzioni ridotte
L'Amministrazione Finanziaria ha riqualificato la vendita e il noleggio di autocarri tra due imprese come una cessione di ramo d'azienda, recuperando a tassazione l'IVA detratta dalla Società Acquirente. La Corte di Cassazione ha confermato questa riqualificazione, stabilendo che il passaggio di beni idonei a proseguire l'attività di trasporto configura un trasferimento aziendale soggetto a imposta di registro e non a IVA. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso limitatamente alle sanzioni, stabilendo l'applicazione retroattiva del principio del favor rei grazie alle riforme più favorevoli entrate in vigore successivamente. La causa è stata rinviata al giudice di secondo grado per ricalcolare le sanzioni applicabili.
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Cessione di ramo d’azienda: sì al risarcimento delle differenze
A seguito della dichiarata nullità di una cessione di ramo d'azienda, alcune lavoratrici hanno ottenuto il ripristino del rapporto di lavoro con la società cedente. Successivamente, hanno richiesto il pagamento delle differenze economiche tra quanto percepito presso la società cessionaria e quanto avrebbero ricevuto se fossero rimaste alle dipendenze della società originaria, tra cui buoni pasto e premi. La Corte d'Appello ha accolto la domanda qualificandola come risarcimento del danno. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che il giudice può qualificare autonomamente la domanda senza violare i limiti della richiesta, purché i fatti materiali restino gli stessi. Le lavoratrici hanno quindi diritto al risarcimento delle differenze retributive.
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Cessione di ramo d’azienda: valido il pignoramento
Il Debitore ha proposto opposizione contro il pignoramento immobiliare avviato dall'Impresa Assicuratrice, contestando la titolarità del credito. Secondo il Debitore, il credito derivante da una vecchia controversia di lavoro non rientrava nell'accordo di cessione di ramo d'azienda tra la vecchia compagnia assicurativa e la nuova. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi del Debitore. I giudici hanno stabilito che l'interpretazione dei contratti spetta esclusivamente ai giudici di merito e che la cessione di ramo d'azienda comprendeva legittimamente anche il credito contestato, confermando la piena validità dell'esecuzione forzata.
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Cessione di ramo d’azienda: stipendi dovuti senza riammissione
Una lavoratrice ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro l'azienda originaria per il pagamento delle retribuzioni dovute dopo l'annullamento giudiziale della cessione di ramo d'azienda. L'azienda non l'aveva riammessa in servizio nonostante la decisione dei giudici. La Corte d'Appello ha confermato il diritto della lavoratrice a ricevere gli stipendi e non un semplice risarcimento. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione ma, prima della decisione, ha depositato un atto di rinuncia formale accettato dalla lavoratrice. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato l'estinzione del processo, compensando le spese di giudizio tra le parti come concordato.
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Cessione di ramo d’azienda: l’azienda paga anche se non riassume
Un lavoratore ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro il datore di lavoro originario per il pagamento degli stipendi arretrati. La richiesta nasceva dalla mancata riammissione in servizio dopo che il giudice aveva annullato la cessione di ramo d'azienda verso un'altra società. La Corte d'Appello ha confermato che il datore originario, una volta costituito in mora, deve pagare le retribuzioni e non un semplice risarcimento, anche se il dipendente ha continuato a lavorare temporaneamente per l'acquirente. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione ma ha poi depositato una formale rinuncia, accettata dal lavoratore. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato l'estinzione del processo, confermando l'obbligo di pagamento a carico dell'azienda.
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Cessione di ramo d’azienda: quando l’IVA diventa indetraibile
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a una società di autotrasporti la detrazione dell'IVA su operazioni di acquisto e locazione di autocarri. Secondo il fisco, l'operazione non consisteva in singole vendite, ma in una vera e propria cessione di ramo d'azienda, soggetta all'imposta di registro e non all'IVA. La Corte di Cassazione ha confermato questa interpretazione, rigettando il ricorso della società. I giudici hanno stabilito che il trasferimento di un insieme organizzato di beni idoneo a proseguire l'attività d'impresa configura una cessione di ramo d'azienda. Di conseguenza, l'IVA non era dovuta e la relativa detrazione operata dalla società acquirente è stata considerata indebita. La società ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio.
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Cessione di ramo d’azienda: risarcimento solo con messa in mora
Un lavoratore ha contestato la cessione di ramo d'azienda della propria società, ottenendo dal giudice la dichiarazione di illegittimità del trasferimento. Successivamente, ha richiesto all'azienda cedente il risarcimento del danno per le differenze retributive relative al periodo precedente alla sentenza. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, ritenendo non necessaria la formale offerta della prestazione lavorativa. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'azienda, stabilendo che per il periodo antecedente alla pronuncia giudiziale il risarcimento spetta solo se il dipendente ha provveduto a costituire in mora il datore di lavoro originario, offrendo formalmente le proprie energie lavorative. La sentenza d'appello è stata quindi cassata con rinvio.
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Cessione di ramo d’azienda: niente danni senza messa in mora
Un lavoratore, trasferito a un'altra società a seguito di una cessione di ramo d'azienda poi dichiarata illegittima, ha chiesto all'azienda cedente il risarcimento dei danni per il periodo precedente alla sentenza di annullamento. La Corte di Cassazione ha stabilito che, per quel periodo, il rapporto di lavoro rimane sospeso. Di conseguenza, il dipendente non ha diritto automatico al risarcimento se non ha prima offerto formalmente le proprie prestazioni lavorative all'originario datore di lavoro, mettendolo in mora. La Cassazione ha quindi accolto il ricorso dell'azienda, annullando la decisione precedente che aveva concesso il risarcimento in modo automatico.
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Cessione di ramo d’azienda: stipendi dovuti senza riassunzione
Una lavoratrice ha ottenuto l'accertamento dell'illegittimità della cessione di ramo d'azienda effettuata dalla sua ex società datrice di lavoro. Dopo aver costituito in mora l'azienda, ha richiesto il pagamento delle retribuzioni maturate tramite decreto ingiuntivo, confermato in appello. I giudici hanno stabilito che, una volta messa in mora l'azienda, questa deve pagare gli stipendi reali (natura retributiva) e non un mero risarcimento, anche se la lavoratrice ha continuato a lavorare temporaneamente per l'impresa acquirente. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione ma ha successivamente depositato formale rinuncia al ricorso, accettata dalla lavoratrice. La Suprema Corte ha quindi dichiarato l'estinzione del giudizio con compensazione delle spese di lite.
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Cessione di ramo d’azienda nulla: stipendi dovuti senza riassunzione
Il caso nasce dall'annullamento giudiziale della cessione di ramo d'azienda da un'azienda cedente a un'altra. Il Lavoratore, non riammesso in servizio dall'azienda originaria nonostante l'annullamento, ha ottenuto un decreto ingiuntivo per le retribuzioni non pagate. I giudici di merito hanno stabilito che, dopo la messa in mora, l'azienda originaria deve pagare gli stipendi e non un semplice risarcimento, anche se il dipendente ha continuato a lavorare per l'impresa cessionaria. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione ma ha successivamente rinunciato. La Suprema Corte ha dichiarato estinto il processo per rinuncia accettata.
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Cessione di ramo d’azienda: scontro sulle retribuzioni e rinuncia
Un lavoratore ha contestato la cessione di ramo d'azienda ritenendola illegittima. Il Tribunale ha ordinato il ripristino del rapporto di lavoro con l'azienda cedente. Il lavoratore ha poi ottenuto un decreto ingiuntivo per le retribuzioni maturate dopo la sentenza, nonostante avesse continuato a lavorare in via provvisoria per la società cessionaria. La Corte d'Appello ha confermato il diritto del lavoratore a ricevere le retribuzioni dall'azienda cedente costituita in mora. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione ma, prima della decisione, ha depositato formale rinuncia al ricorso, accettata dal lavoratore. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo con compensazione delle spese.
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Cessione di ramo d’azienda: banca perde e reintegra i dipendenti
La Corte d'Appello ha dichiarato nulla la cessione di ramo d'azienda stipulata tra una banca e una società di servizi, ritenendo illegittimo il conseguente trasferimento dei dipendenti. Di conseguenza, ha ordinato alla banca la reintegra dei lavoratori. La banca ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando l'errata valutazione dei presupposti di autonomia della struttura ceduta. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che stabilire se sussistano i requisiti per la cessione di ramo d'azienda spetta esclusivamente al giudice di merito. La Cassazione non può riesaminare i fatti se la motivazione della sentenza impugnata è logica e coerente. La banca perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Cessione di ramo d’azienda: il tempo non sana il trasferimento nullo
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità della cessione di ramo d'azienda effettuata da una grande società di telecomunicazioni a favore di un'impresa di servizi. I giudici hanno stabilito che il ramo ceduto non possedeva la necessaria autonomia funzionale preesistente al trasferimento. Di conseguenza, il rapporto di lavoro di due dipendenti deve essere ripristinato presso la società originaria, non potendosi configurare un loro consenso tacito al trasferimento per il solo decorso del tempo. La Corte ha inoltre accolto il ricorso di altri due lavoratori, inizialmente dipendenti di una controllata poi incorporata dalla capogruppo, rinviando la causa alla Corte d'Appello affinché valuti correttamente la sostanza delle loro domande di reintegrazione.
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