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Caparra Confirmatoria — Anno 2022

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82 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Caparra Confirmatoria

Provvedimenti

Mancato saldo del prezzo ed eccezione di inadempimento
Un acquirente ha citato in giudizio il venditore di un puledro chiedendo la risoluzione del contratto e il risarcimento dei danni. L'acquirente lamentava la mancata consegna dei documenti necessari alla trascrizione della vendita, fatto che gli aveva impedito di rivendere l'animale a un terzo, costringendolo a restituire il doppio della caparra ricevuta. Il venditore ha opposto l'eccezione di inadempimento, evidenziando che l'acquirente aveva versato soltanto mille euro a fronte di un prezzo stabilito di diecimila euro. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della domanda risarcitoria avanzata dall'acquirente. I giudici hanno stabilito che il mancato pagamento del saldo del prezzo costituisce un'infrazione contrattuale più grave rispetto alla mancata consegna dei documenti di passaggio, legittimando il rifiuto del venditore.
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Inadempimento del contratto preliminare e difformità catastale
Una promissaria acquirente stipula un accordo per comprare due unità abitative catastalmente distinte. Il promittente venditore offre invece il trasferimento di un unico immobile accorpato. La donna agisce in giudizio per far dichiarare l'inadempimento del contratto preliminare e ottenere il doppio della caparra. La Corte d'Appello respinge la richiesta sostenendo che la compratrice non ha provato i costi per ripristinare il frazionamento. La Corte di Cassazione ribalta la decisione e accoglie il ricorso dell'acquirente. I giudici supremi chiariscono che l'onere di dimostrare la corretta esecuzione della prestazione o l'impossibilità oggettiva spetta al debitore venditore. Inoltre, comprare due unità indipendenti assicura un interesse economico e funzionale maggiore rispetto a un immobile unico, configurando un inadempimento grave.
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Risoluzione del contratto preliminare e perdita della caparra
Un promissario acquirente e un promittente venditore stipulano una compravendita immobiliare. A seguito di divergenze sul prezzo finale e sulle finiture, l'acquirente rifiuta di recarsi dal notaio per il rogito. Entrambi agiscono in giudizio chiedendo la risoluzione del contratto preliminare. La Corte d'Appello addebita l'inadempimento all'acquirente e consente al venditore di trattenere la caparra confirmatoria, sebbene quest'ultimo avesse domandato la risoluzione giudiziale unita al risarcimento integrale dei danni. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'acquirente su questo punto: chi domanda la risoluzione giudiziale ordinaria e il risarcimento dei danni effettivi non può trattenere automaticamente la caparra confirmatoria, ma deve provare l'esistenza e l'ammontare esatto del danno subito.
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Caparra confirmatoria nel preliminare: recupero senza recesso
Una venditrice e un acquirente stipulano un accordo per la vendita di un terreno. Il testo contrattuale prevede il versamento di una somma quale caparra confirmatoria nel preliminare prima del rogito notarile definitivo. L'acquirente omette il pagamento dell'importo pattuito. La venditrice ricorre al decreto ingiuntivo per riscuotere coattivamente la quota scaduta. La Corte d'Appello revoca l'ingiunzione, ritenendo che la mancata consegna iniziale impedisca ogni pretesa legata alla caparra. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della venditrice. La Suprema Corte stabilisce che le parti possono legittimamente concordare una caparra a versamento differito. Il promittente venditore può agire in giudizio per pretendere l'esatto adempimento del pagamento intermedio, senza dover necessariamente recedere dal contratto.
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Vendita di cosa altrui: chi non compra perde il doppio
La controversia riguarda un preliminare di vendita di cosa altrui relativo a terreni agricoli concessi in leasing al promittente venditore. Il promittente venditore si era impegnato ad acquistare personalmente i beni dalla società proprietaria per poi trasferirli alla promissaria acquirente. Nonostante la diffida formale e la convocazione davanti al notaio, il venditore non si è presentato, ammettendo la mancanza di fondi per riscattare il leasing. La promissaria acquirente ha esercitato il recesso contrattuale, chiedendo la restituzione del doppio della caparra confirmatoria versata. Il promittente venditore ha contestato presunti inadempimenti della controparte legati a trattative di rinegoziazione del prezzo. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso del venditore, confermando la piena legittimità del recesso per grave e colpevole inadempimento del promittente venditore.
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Caparra confirmatoria imposta di registro su immobile estero
Una società stipula un preliminare e un atto integrativo per la compravendita di un immobile situato all'estero, versando una rilevante somma a titolo di anticipo. L'Agenzia delle Entrate emette un avviso di liquidazione applicando l'aliquota proporzionale dello 0,50% sulle somme anticipate. La società contesta la pretesa, sostenendo l'applicazione della sola imposta fissa dato che l'atto definitivo per beni esteri sconta un'imposta fissa non compensabile. I giudici tributari accolgono il ricorso della contribuente. La Corte di Cassazione conferma la decisione: per la caparra confirmatoria imposta di registro proporzionale non è applicabile se il contratto definitivo sconta la misura fissa, poiché la caparra funge da mero acconto sul prezzo e l'imposizione proporzionale genererebbe una doppia tassazione non recuperabile. Il Fisco perde il ricorso ed è condannato a rifondere le spese di lite.
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Tassazione caparra confirmatoria: Fisco sconfitto in Cassazione
L'Amministrazione Finanziaria ha richiesto l'imposta di registro proporzionale dello 0,50% su una caparra confirmatoria di 500.000 euro inserita in un contratto preliminare per la vendita di un immobile situato all'estero. La società contribuente ha contestato l'avviso di liquidazione, poiché il contratto definitivo estero sconta l'imposta fissa e non consente lo scomputo del tributo proporzionale. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del Fisco. La Suprema Corte ha chiarito che la tassazione caparra confirmatoria segue il regime del contratto definitivo quando la somma costituisce mero anticipo del corrispettivo. Di conseguenza, l'atto sconta la sola imposta fissa.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: lite estinta e niente spese
Due società stipulavano un contratto preliminare per la cessione di un ramo d'azienda legato a un impianto di carburanti. La promissaria acquirente versava una caparra di centomila euro. In seguito, la venditrice chiedeva il saldo del prezzo mediante decreto ingiuntivo, mentre l'acquirente eccepiva la mancanza delle autorizzazioni amministrative e chiedeva la risoluzione contrattuale. I giudici di merito disponevano il trasferimento dell'azienda subordinandolo al saldo del prezzo. L'acquirente proponeva infine impugnazione davanti alla Suprema Corte. Nelle more del procedimento, la società ricorrente ha depositato formale atto di rinuncia al ricorso per cassazione, accettato dalla controparte. I giudici di legittimità hanno pertanto dichiarato l'estinzione del processo senza liquidare le spese di lite e senza addebitare il raddoppio del contributo unificato.
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Caparra confirmatoria nel preliminare: chi recede perde la somma
L'Acquirente e la Venditrice stipulano un primo accordo preliminare per la vendita di un immobile, poi risolto consensualmente concordando il reimpiego della somma versata per un nuovo testo negoziale. Successivamente, l'Acquirente recede dal rapporto contestando inadempimenti e richiede la restituzione della somma o il doppio dell'importo. La Venditrice eccepisce l'illegittimità del recesso altrui e chiede di trattenere la somma. I giudici di merito accertano che la Venditrice non era inadempiente e che il recesso dell'Acquirente era ingiustificato. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso dell'Acquirente inammissibile e conferma definitivamente il diritto della Venditrice a trattenere la caparra confirmatoria nel preliminare, condannando il ricorrente alle spese legali.
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Risoluzione del contratto preliminare: lite sulle spese e stop
La vicenda nasce dalla controversia tra una promittente venditrice e i promissari acquirenti in merito alla risoluzione del contratto preliminare di compravendita immobiliare. I giudici di merito hanno escluso l'inadempimento della venditrice, valutando però negativamente il suo recesso e compensando le spese legali. La proprietaria ha quindi impugnato la decisione contestando l'errata qualificazione del recesso e la mancata condanna alle spese della controparte. Tuttavia, durante il procedimento davanti alla Corte di Cassazione, la ricorrente ha notificato un formale atto di rinuncia. I giudici di legittimità hanno preso atto dell'abbandono della causa, dichiarando l'estinzione del processo ed esonerando la parte dal raddoppio del contributo unificato.
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Caparra confirmatoria: niente rimborso senza inadempimento
L'Acquirente firma una proposta per comprare un immobile e versa una caparra confirmatoria. Successivamente scopre nei registri pubblici una trascrizione riguardante una causa ereditaria. Ritenendo il bene gravato da un rischio legale, l'Acquirente chiede la risoluzione del contratto e il doppio della somma versata. I Venditori dimostrano che la trascrizione era stata avviata da loro stessi ed era stata già respinta con sentenza definitiva. La Corte di Cassazione conferma l'assenza di inadempimento grave dei venditori. Poiché la vendita rimane valida, l'Acquirente perde il diritto alla restituzione della caparra confirmatoria e viene condannata a pagare le spese legali.
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Doppio della caparra confirmatoria: niente rimborso senza prove
Una società promissaria acquirente ha chiesto l'ammissione al passivo del fallimento di un'impresa costruttrice per ottenere il doppio della caparra confirmatoria versata per l'acquisto di un immobile in costruzione, lamentando l'inadempimento del venditore. Il Tribunale ha respinto la domanda per mancanza di prove sull'inadempimento e per una precedente rinuncia al credito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società acquirente, confermando che la valutazione delle prove spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità. Di conseguenza, l'acquirente perde definitivamente il diritto al rimborso e viene condannato al pagamento delle spese.
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Iscrizione ipotecaria illegittima: il fisco deve risarcire
Il Contribuente subisce un'iscrizione ipotecaria illegittima da parte dell'Agente della Riscossione per un debito inferiore ai limiti minimi di legge. A causa di questo vincolo, non riesce a vendere un immobile ed è costretto a restituire il doppio della caparra confirmatoria all'acquirente. La Corte d'Appello nega inizialmente il risarcimento dei danni, ma la Corte di Cassazione accoglie il ricorso del Contribuente. I giudici stabiliscono che l'ipoteca esattoriale è un atto preordinato all'espropriazione e non può essere iscritta sotto le soglie minime stabilite dalla legge per il pignoramento. La sentenza d'appello viene cassata con rinvio per una nuova valutazione del danno.
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Recesso dal contratto preliminare: pignoramento e doppia caparra
Il caso riguarda la vendita di un immobile in cui il venditore ha taciuto l'esistenza di un pignoramento gravante sul bene, dichiarandolo falsamente libero da vincoli nel compromesso. Scoperto l'inganno, l'acquirente ha esercitato il recesso dal contratto preliminare pretendendo il doppio della caparra confirmatoria versata. Il venditore ha contestato la legittimità del recesso, ritenendolo prematuro rispetto alla scadenza fissata per il rogito definitivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del venditore, confermando che nascondere un pignoramento costituisce un grave inadempimento contrattuale. L'acquirente ha il diritto di recedere immediatamente senza dover attendere il termine finale o concedere proroghe per la cancellazione del gravame. Il promissario acquirente ottiene così definitivamente il doppio della caparra.
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Caparra confirmatoria: l’assegno senza data non blocca la vendita
Un Acquirente e una Venditrice firmano un contratto preliminare per l'acquisto di un immobile. L'Acquirente consegna un assegno senza data di 80.000 euro a titolo di caparra confirmatoria, con l'accordo che la data sarebbe stata inserita in seguito. La Venditrice riceve anche un acconto in contanti per estinguere le ipoteche sulla casa, ma poi si rifiuta di firmare il contratto definitivo. La Venditrice sostiene che l'assegno senza data sia nullo e che l'Acquirente sia inadempiente. La Corte di Cassazione respinge il ricorso della Venditrice. I giudici chiariscono che l'assegno senza data vale come promessa di pagamento e che la mancata riscossione è imputabile solo alla Venditrice, che ha violato il dovere di correttezza. Il trasferimento della proprietà all'Acquirente è confermato, dietro pagamento del saldo.
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Contratto preliminare di vendita di cosa altrui: resa la caparra
L'Azienda Acquirente stipula un contratto preliminare di vendita di cosa altrui con l'Azienda Venditrice per l'acquisto di un immobile, versando una caparra confirmatoria. L'Azienda Venditrice, non essendo proprietaria del bene, si impegna a procurarne l'acquisto da un Terzo Proprietario entro un termine stabilito. Alla scadenza del termine, l'Azienda Venditrice non trasferisce l'immobile. L'Azienda Acquirente recede dal contratto e chiede la restituzione della caparra. Successivamente, l'Azienda Acquirente acquista l'immobile direttamente dal Terzo Proprietario. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'Azienda Venditrice, confermando che l'inadempimento di quest'ultima si è perfezionato alla scadenza del termine pattuito. Il successivo acquisto diretto da parte dell'acquirente non sana l'inadempimento del venditore, che è quindi obbligato a restituire la caparra ricevuta.
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Termine breve per il ricorso in Cassazione: addio alla caparra
Una promittente acquirente ha ottenuto la risoluzione di un contratto preliminare di vendita e la restituzione della caparra confirmatoria a causa dell'avveramento di una condizione risolutiva. La promittente venditrice ha impugnato la decisione, sostenendo che la condizione fosse impossibile fin dall'inizio. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La venditrice ha infatti notificato il ricorso oltre il termine breve per il ricorso in Cassazione di sessanta giorni, decorrente dalla regolare notifica della sentenza d'appello effettuata tramite PEC dall'acquirente. Di conseguenza, la Suprema Corte non ha potuto esaminare il merito della questione, confermando la perdita della caparra e condannando la ricorrente al pagamento delle spese di giudizio.
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Truffa contrattuale: niente carcere ma risarcimento dovuto
Due venditori hanno incassato una caparra di 7.500 euro per la vendita di un immobile, rassicurando l'acquirente sulla regolarità urbanistica. L'acquirente ha poi scoperto la mancanza del certificato di abitabilità e ha chiesto la restituzione della caparra o il documento. I venditori hanno invece trattenuto i soldi. La Corte di Cassazione ha confermato la sussistenza del reato di truffa contrattuale. Anche se la condanna penale è stata annullata per prescrizione (decorso del tempo massimo), i venditori sono stati comunque condannati in via definitiva a risarcire i danni e a pagare le spese legali alla vittima, poiché la querela era stata presentata tempestivamente entro tre mesi dal momento in cui l'inganno è diventato definitivo.
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Senza certificato di agibilità il venditore perde la caparra
L'Acquirente stipula un contratto preliminare per l'acquisto di un immobile residenziale, versando una caparra confirmatoria. Il Venditore non regolarizza la situazione urbanistica e non ottiene il certificato di agibilità entro il termine stabilito per il rogito. L'Acquirente esercita quindi il recesso, pretendendo la restituzione del doppio della caparra. La Corte di Cassazione conferma la decisione dei giudici di merito, stabilendo che la vendita di un immobile privo del certificato di agibilità configura un'ipotesi di consegna di "aliud pro alio" (qualcosa di completamente diverso). Di conseguenza, il recesso dell'Acquirente è pienamente legittimo e il Venditore è condannato a restituire il doppio della caparra ricevuta.
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Recesso dal contratto preliminare: pignoramento batte buona fede
I Promissari Acquirenti di un appartamento hanno esercitato il recesso dal contratto preliminare dopo aver scoperto che sul terreno dell'edificio gravava un pignoramento. La Corte d'Appello ha accertato il grave inadempimento dei Promittenti Venditori, condannandoli a restituire il doppio della caparra confirmatoria. I venditori si sono difesi sostenendo di non essere a conoscenza del pignoramento al momento della firma, ma i giudici hanno interpretato letteralmente il contratto: l'uso del verbo al futuro "sarà" riferito alla libertà da pesi dimostrava la loro consapevolezza del problema. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei venditori, confermando la decisione d'appello. L'interpretazione del contratto spetta infatti al giudice di merito se logica e coerente.
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