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Artifici E Raggiri

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285 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Soldi per le tasse non versati: non è inadempimento, è truffa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un professionista che, dopo aver ricevuto denaro da un cliente per il pagamento di tasse automobilistiche, non ha mai effettuato il versamento. Secondo i giudici, tale condotta non è un semplice inadempimento civile, ma integra una vera e propria truffa per omesso pagamento tasse. L'inganno consiste nella falsa rappresentazione della realtà, inducendo la vittima in errore e procurandosi un profitto ingiusto. La Corte ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso del professionista, rendendo la condanna definitiva e condannandolo al pagamento delle spese processuali.
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Professore con P. IVA: è Truffa aggravata, no al doppio processo
Un professore universitario a tempo pieno viene condannato per truffa aggravata ai danni dello Stato. Egli aveva omesso di comunicare all'Ateneo di svolgere anche la libera professione, percependo così indebitamente un'indennità aggiuntiva. La Cassazione ha confermato la condanna, respingendo la tesi della difesa basata sulla violazione del principio del 'ne bis in idem' (divieto di doppio processo). I giudici hanno stabilito che il procedimento penale, che punisce la frode, e quello contabile, che mira al recupero delle somme, hanno finalità diverse e possono coesistere. La condotta fraudolenta e l'indebita percezione sono due illeciti distinti, uno penale e l'altro erariale.
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Truffa e nessun pentimento: no al diniego attenuanti generiche
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per truffa. L'imputato, dopo aver ricevuto il pagamento per della merce, non l'aveva mai consegnata né aveva restituito il denaro, rendendosi irreperibile. La Corte ha confermato la decisione dei giudici precedenti riguardo il diniego delle attenuanti generiche. Tale decisione si basa su elementi chiari: i precedenti penali dell'imputato, la totale assenza di pentimento o di offerte di risarcimento alla vittima e la mancanza di qualsiasi elemento positivo da valutare a suo favore. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e l'uomo è stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Frode da 277Mln sui bonus edilizi: non bugia ma truffa aggravata
Un gruppo criminale ha creato un complesso schema per ottenere 277 milioni di euro in falsi crediti d'imposta legati ai bonus edilizi e locazioni dell'era Covid. I tribunali di merito avevano qualificato il fatto come semplice 'indebita percezione', un reato minore, sostenendo che l'Agenzia delle Entrate non fosse stata realmente ingannata data l'assenza di controlli preventivi. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che si tratta di **truffa aggravata bonus edilizi**. La Corte ha chiarito che non si deve guardare solo alla dichiarazione finale, ma all'intera 'macchinazione truffaldina' (uso di prestanome, società fittizie) creata per ingannare lo Stato. L'organizzazione complessa, e non la semplice bugia, qualifica il reato come truffa aggravata. Il caso è stato rinviato per un nuovo giudizio.
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Truffa e promessa di lavoro: il termine per la querela è decisivo
Un uomo viene condannato per truffa dopo aver incassato denaro da una donna con la falsa promessa di un'assunzione. L'imputato si difende sostenendo che la denuncia sia stata presentata fuori tempo massimo. La Corte di Cassazione respinge il ricorso e chiarisce un principio fondamentale: il termine per la querela di tre mesi non decorre dal semplice sospetto, ma solo dal momento in cui la vittima ha la conoscenza piena, certa e completa del reato. L'incertezza su tale momento gioca sempre a favore della vittima. La condanna per truffa è quindi confermata.
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Truffa con assegno estero: non è insolvenza, condanna certa
La Corte di Cassazione ha confermato una condanna per Truffa a carico di un soggetto che aveva acquistato beni utilizzando il nome di una società già fallita e pagando con un assegno di una banca estera. L'imputato sosteneva si trattasse del reato meno grave di insolvenza fraudolenta. I giudici hanno respinto questa tesi, dichiarando il ricorso inammissibile. Hanno stabilito che l'uso del nome di un'azienda fallita e di un assegno estero non sono una semplice omissione, ma veri e propri 'artifici e raggiri' che integrano il reato di Truffa. La condanna è quindi diventata definitiva.
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Truffa aggravata: condanna per danno da 85.000€, niente sconti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due persone responsabili di truffa ai danni di una vittima. Gli imputati, tramite inganni, avevano causato un danno economico di quasi 85.000 euro. La Corte ha ritenuto provati gli 'artifici e raggiri' e ha confermato la sussistenza della truffa aggravata da danno patrimoniale, data l'ingente somma. I giudici hanno respinto la richiesta di sconti di pena (attenuanti generiche) e della sospensione condizionale, sottolineando l'elevata capacità criminale e la mancanza di pentimento degli imputati. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili e i colpevoli condannati a pagare le spese processuali.
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Truffa: chi denuncia? La vittima o chi paga? La Cassazione decide
Un uomo viene condannato per truffa dopo aver venduto false pietre preziose. L'imputato si difende sostenendo che la querela non è valida: a presentarla è stata la persona ingannata, ma a pagare materialmente è stata sua figlia. La Cassazione respinge questa tesi, chiarendo la regola sulla legittimazione alla querela per truffa. Il diritto di sporgere querela spetta sia a chi subisce l'inganno sia a chi subisce il danno economico. In questo caso, i giudici hanno accertato che la persona ingannata era anche quella che ha effettivamente subito la perdita, poiché il denaro della figlia era solo un prestito. La condanna è quindi confermata.
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Truffa online: condannato per aver usato email e telefono falsi
Un venditore viene condannato in via definitiva per truffa online. Aveva pubblicato un annuncio su una piattaforma di e-commerce utilizzando contatti falsi, come email e numero di telefono, per ingannare un acquirente. La vittima, tratta in inganno dall'apparente serietà del venditore, ha effettuato il pagamento senza mai ricevere il prodotto. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'uso di riferimenti finti costituisce pienamente gli 'artifici e raggiri' previsti dal reato di truffa, in quanto tale condotta è finalizzata a creare un falso senso di sicurezza nell'acquirente. L'appello del venditore è stato quindi respinto.
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Truffa e Falso Grossolano: Condanna Anche con Inganni Semplici
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa a carico di due persone. Gli imputati sostenevano che l'inganno fosse un 'falso grossolano', cioè troppo evidente per essere credibile. La Corte ha respinto questa tesi, stabilendo un principio chiave: nella truffa, l'efficacia del raggiro va valutata in base al risultato. Se la vittima è stata ingannata, il reato sussiste anche con trucchi non sofisticati. È stata inoltre confermata la complicità di chi ha ricevuto i soldi sul proprio conto corrente. La Corte ha negato la non punibilità per 'particolare tenuità del fatto' a causa della gravità della condotta, basata sull'abuso di fiducia e l'uso di documenti falsi.
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Peculato su tessere carburante: condanna per il gestore infedele
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per peculato su tessere carburante a carico di un dipendente pubblico. L'imputato era l'unico gestore delle carte carburante di un Ente Pubblico e ne aveva l'uso esclusivo tramite password. Approfittando di questa posizione, si è appropriato indebitamente di carburante. Per nascondere l'illecito, ha poi creato una falsa documentazione. La difesa sosteneva si trattasse di truffa, ma la Corte ha chiarito che gli inganni sono serviti solo a occultare l'appropriazione già avvenuta, configurando quindi il reato di peculato. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile e la condanna è diventata definitiva.
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Truffa online: usa PostePay altrui per incassare e sparisce
La Corte di Cassazione conferma la condanna per truffa online a carico di due complici. Un uomo aveva utilizzato i dati della carta prepagata e il codice fiscale di una donna per concludere una vendita su internet. Una volta ricevuto il pagamento dall'acquirente, i due si sono resi irreperibili senza consegnare la merce. I giudici hanno stabilito che fornire le credenziali di un'altra persona e poi sparire costituisce un inganno (artificio e raggiro) sufficiente a integrare il reato. La successiva denuncia di smarrimento della carta da parte della donna è stata ritenuta irrilevante e un mero tentativo di dissimulare la propria responsabilità. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili e i due condannati a pagare le spese processuali.
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Truffa e assegno falso: l’appello generico non evita la condanna
Un uomo, condannato per tentata truffa aggravata per aver cercato di incassare un assegno contraffatto ottenuto con l'inganno, ha presentato appello. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici precedenti, stabilendo la definitiva inammissibilità dell'appello. Il motivo è la mancanza di specificità: l'imputato si era limitato a ripetere le stesse argomentazioni già respinte in primo grado, senza muovere una critica puntuale e motivata alla sentenza di condanna. La sentenza ribadisce un principio fondamentale: un appello generico, che non dialoga criticamente con la decisione impugnata, è destinato a essere dichiarato inammissibile.
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Circostanze attenuanti negate: truffatore con precedenti perde
Una persona condannata per truffa ha presentato ricorso in Cassazione per ottenere una riduzione della pena tramite il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Corte ha respinto la richiesta, giudicandola inammissibile. La decisione si basa su due elementi chiave: la natura stessa del reato, commesso con astuzia ai danni di una vittima svantaggiata dalla scarsa conoscenza della lingua, e i precedenti penali dell'imputato per reati contro il patrimonio. La sentenza stabilisce che questi fattori negativi sono sufficienti a giustificare il diniego di qualsiasi sconto di pena, rendendo inutile l'appello.
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Truffa online: vende fumetti diversi e sparisce, condanna certa
Un venditore è stato condannato per truffa online dopo aver spedito a un acquirente dei fumetti diversi e di qualità inferiore rispetto a quelli promessi nell'annuncio. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, ritenendo che gli 'artifici e raggiri' fossero provati non solo dalla merce non conforme, ma anche dal comportamento successivo del venditore. Quest'ultimo, infatti, si era reso irreperibile e aveva cambiato nome utente sulla piattaforma di vendita dopo le lamentele. I giudici hanno dichiarato il suo ricorso inammissibile, negandogli anche le attenuanti generiche a causa di un precedente penale e della mancata offerta di risarcimento alla vittima.
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Truffa auto: Venditore non paga se manca l’ingiusto profitto
Un venditore di una concessionaria gestisce la vendita di un'auto, ma il veicolo non viene mai consegnato all'acquirente dopo il pagamento. Sebbene il reato di truffa fosse prescritto, il venditore era stato condannato a risarcire il danno. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo un principio chiave sull'ingiusto profitto nella truffa. Per affermare la responsabilità civile del venditore non basta provare che abbia condotto la trattativa. È necessario dimostrare che abbia ottenuto un vantaggio personale e diretto, ad esempio incassando gli assegni. In assenza di tale prova, la condanna al risarcimento è illegittima.
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Inammissibilità ricorso in Cassazione: condanna per truffa definita
Una persona, già condannata per truffa e appropriazione indebita per aver ingannato una vittima e essersi impossessata dei suoi assegni, ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione. La Corte ha però dichiarato l'inammissibilità del ricorso in Cassazione. La motivazione è chiara: l'imputato non ha contestato errori di diritto, ma ha chiesto ai giudici di riesaminare i fatti e le prove, un'attività che non rientra nei poteri della Cassazione. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e l'imputato è stato condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Tentata Truffa: Falso Rappresentante Condannato, Niente Sconti
Un uomo è stato condannato per tentata truffa dopo essersi finto rappresentante di un'azienda per ingannare la vittima e ottenere un profitto. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, respingendo il suo ricorso. I giudici hanno ritenuto che la sua condotta ingannevole fosse idonea a costituire il reato. Inoltre, hanno negato sia le attenuanti generiche, a causa dei suoi numerosi precedenti penali, sia la non punibilità per particolare tenuità del fatto, data la gravità della condotta e l'elevato valore del potenziale danno. L'appello è stato quindi dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione.
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Truffa: l’appello sbagliato rende la condanna definitiva
Un imputato, condannato per truffa, presenta ricorso alla Corte di Cassazione. I giudici, però, dichiarano il ricorso inammissibile. La ragione principale è un errore strategico: la difesa ha sollevato per la prima volta in Cassazione un argomento (la mancanza di 'artifici e raggiri') che non aveva discusso nel precedente grado di appello. Questa sentenza ribadisce un principio fondamentale della procedura penale, ovvero l'inammissibilità del ricorso per cassazione quando si introducono questioni nuove. Di conseguenza, la condanna per truffa è diventata definitiva e l'imputato è stato condannato a pagare le spese processuali e una multa.
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Assegni su Conto Chiuso: Debito o Truffa Contrattuale?
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa contrattuale a carico di due acquirenti che avevano pagato della merce con assegni post-datati. Il problema non era la semplice mancanza di fondi, ma il fatto che gli assegni provenissero da un conto corrente chiuso molto tempo prima della transazione. Secondo i giudici, questo non rappresenta un mero inadempimento civile dovuto a difficoltà economiche, ma un vero e proprio raggiro. L'uso di assegni da un conto inesistente dimostra il 'dolo iniziale', cioè l'intenzione di ingannare il venditore fin dall'inizio per ottenere la merce senza pagarla. Di conseguenza, l'inadempimento si trasforma nel reato di truffa contrattuale e la condanna penale diventa definitiva.
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