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Artifici E Raggiri

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285 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Truffa contrattuale online: condannato chi incassa e non spedisce
Un venditore ha messo in vendita un orologio su un sito internet, incassando l'acconto dall'acquirente senza mai consegnare l'oggetto né restituire la somma. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa contrattuale. I giudici hanno chiarito che pubblicare un annuncio online ingannevole a un prezzo conveniente, senza la reale intenzione di spedire la merce, integra gli estremi degli artifici e raggiri. Inoltre, spetta all'imputato dimostrare la reale disponibilità del bene e non all'accusa provarne l'assenza. Il ricorso del venditore è stato dichiarato inammissibile, escludendo anche la particolare tenuità del fatto a causa della serialità dei suoi comportamenti, emersa persino durante un tentativo di truffa ai danni di un agente di polizia.
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Reato di truffa: finto curatore condannato dalla Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa a carico di un soggetto che aveva promesso in vendita un macchinario mai consegnato, trattenendo il denaro. Per convincere la vittima, l'uomo si era falsamente presentato come un curatore fallimentare incaricato dal Tribunale. La difesa sosteneva si trattasse di un semplice inadempimento contrattuale e contestava un vizio formale nella notifica del processo. I giudici hanno chiarito che l'uso di false qualifiche professionali costituisce un vero e proprio inganno penale, superando il confine del mero illecito civile. Inoltre, l'omesso avviso sulla contumacia non comporta la nullità dell'atto. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Artifici e raggiri: il documento vero non esclude la truffa
L'Imputata è stata condannata per ricettazione e truffa per aver pagato un acquisto con un assegno contraffatto di oltre seimila euro. La difesa sosteneva si trattasse di un semplice inadempimento contrattuale, poiché la donna aveva fornito i propri documenti reali, escludendo così gli artifici e raggiri. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che mostrare il proprio documento d'identità reale può servire proprio a rassicurare la vittima, integrando gli artifici e raggiri necessari per la truffa. Inoltre, il ricorso è stato giudicato generico perché ripeteva le stesse obiezioni dell'appello senza contestare la sentenza di secondo grado. L'Imputata perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa online: la condanna resta anche se l’imputato è all’estero
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di truffa online. L'imputato aveva pubblicato un falso annuncio a condizioni vantaggiose, incassato il denaro su una carta prepagata e si era reso irreperibile bloccando il contatto telefonico della vittima. La difesa lamentava la mancata sospensione del processo a causa della detenzione all'estero dell'imputato e l'insussistenza degli elementi del reato. La Suprema Corte ha chiarito che, in assenza di una richiesta di partecipazione all'udienza scritta, l'impedimento è irrilevante. Inoltre, ha confermato la presenza di artifici e raggiri e la correttezza della pena applicata. L'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Indebita percezione di erogazioni pubbliche: quando non è reato
Un lavoratore socialmente utile era accusato di truffa aggravata per aver percepito sussidi INPS senza svolgere tutte le ore previste. Il Tribunale del riesame ha annullato il sequestro preventivo dei suoi beni, escludendo la truffa per mancanza di inganni e qualificando il fatto come indebita percezione di erogazioni pubbliche. Poiché i singoli sussidi mensili erano inferiori alla soglia di legge di circa quattromila euro, la condotta costituiva solo un illecito amministrativo e non un reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici hanno confermato che le somme mensili non si cumulano per superare la soglia penale, respingendo il tentativo di rivalutare le prove in sede di legittimità.
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Truffa per falso attestato: il finto diploma costa caro
Una lavoratrice è stata condannata per il reato di truffa per aver presentato un finto diploma di operatrice socio-sanitaria per farsi assumere presso alcune strutture assistenziali. La difesa sosteneva che il titolo non fosse un requisito essenziale per l'assunzione e che mancassero gli elementi dell'inganno. La Corte di Cassazione ha invece confermato la condanna, stabilendo che palesare falsamente il possesso di una qualifica professionale specifica integra pienamente gli artifici e raggiri necessari per configurare la truffa per falso attestato, in quanto tale requisito è stato determinante per la stipula del contratto di lavoro. Il ricorso della lavoratrice è stato dichiarato inammissibile.
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Truffa in concorso: promesse di ricchezza e condanna finale
Due soggetti, un intermediario e un carrozziere, hanno convinto una coppia di coniugi ad acquistare auto incidentate, promettendo enormi guadagni con la rivendita in Polonia. Gli imputati hanno nascosto che i veicoli appartenevano a terzi o erano sottoposti a fermo amministrativo, incassando denaro in contanti senza emettere fatture. Il tribunale ha condannato solo l'intermediario, ma la Corte d'appello ha condannato anche il carrozziere. La Cassazione ha confermato la condanna per entrambi per il reato di truffa in concorso. I giudici hanno chiarito che le false promesse di profitto e la dissimulazione dello stato reale dei beni costituiscono veri e propri raggiri, e non un semplice inadempimento contrattuale. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, confermando la responsabilità penale e l'obbligo di risarcimento.
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Finto concessionario e reato di truffa: la Cassazione condanna
Il caso riguarda un finto venditore di auto condannato per il reato di truffa. L'uomo ha incassato un anticipo di 9.000 euro per la vendita di un'autovettura, fingendo di gestire una concessionaria in realtà chiusa da tempo e mostrando un ordine d'acquisto falso. La difesa sosteneva l'assenza di inganno e di dolo, evidenziando un successivo riconoscimento di debito. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che mentire sulla propria attività commerciale e mostrare documenti falsi costituisce un chiaro raggiro. Inoltre, firmare un riconoscimento di debito senza poi pagare rappresenta solo un ulteriore inganno per prendere tempo, non escludendo la responsabilità penale originaria.
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Truffa contrattuale: mostrare il conto pieno e poi svuotarlo
Una donna ha acquistato un'auto pagando con un assegno a vuoto. Per convincere il venditore, ha prima mostrato un conto corrente capiente, ma subito dopo ha svuotato il conto tramite prelievi bancomat prima che l'assegno venisse incassato. La difesa sosteneva si trattasse di un semplice inadempimento civile o di insolvenza fraudolenta. La Corte di Cassazione ha invece confermato la condanna per Truffa contrattuale. I giudici hanno chiarito che mostrare la disponibilità dei fondi per poi farli sparire costituisce quel comportamento ingannevole attivo (artifici e raggiri) che trasforma il mancato pagamento in un vero e proprio reato di truffa. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna della ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa contrattuale o semplice ritardo? La Cassazione decide
Un venditore propone online un telefono cellulare, riceve il pagamento ma non consegna l'oggetto. Il Tribunale lo assolve dall'accusa di truffa perché il venditore possedeva realmente il telefono, avendo fornito foto e codice IMEI. La Procura Generale ricorre in Cassazione, sostenendo che l'uso del proprio conto e telefono non escludesse il reato. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso. I giudici confermano che la mancata consegna, senza inganni iniziali, costituisce un semplice inadempimento civile e non il reato di truffa contrattuale. Il venditore viene quindi definitivamente assolto.
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Sostituzione di persona: condannato l’omonimo che ruba i titoli
Un uomo riceve per errore postale una lettera della banca indirizzata a un omonimo residente nella stessa via, riguardante un investimento di dodicimila euro. Approfittando dell'omonimia, l'uomo richiede il rimborso totale dei titoli fingendosi il reale proprietario. La Corte di Cassazione conferma la condanna per truffa e per il reato di sostituzione di persona. I giudici chiariscono che l'inganno sussiste anche se il colpevole usa il proprio vero nome, poiché si è attribuito la qualità di titolare del rapporto finanziario che non gli spettava. Il ricorso viene dichiarato inammissibile, confermando la responsabilità penale e condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di truffa o semplice debito? La Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per il reato di truffa. La difesa sosteneva che si trattasse di un semplice inadempimento contrattuale di natura civile. Tuttavia, i giudici hanno confermato la responsabilità penale a causa della presenza di chiari artifici e raggiri. Inoltre, la somma di denaro estorta era stata versata direttamente su una carta prepagata intestata all'imputata, la quale non ha fornito alcuna prova credibile circa la cessione della carta a terzi. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna penale e ha sanzionato la ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma a favore della Cassa delle ammende.
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Truffa contrattuale online: incassa sulla carta e sparisce
Il Venditore ha messo in vendita su un social network due telefoni e un tablet. Dopo aver ricevuto il pagamento sulla sua carta prepagata dall'Acquirente, non ha consegnato i beni e si è reso irreperibile. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa contrattuale. I giudici hanno chiarito che pubblicare un annuncio online a un prezzo conveniente, ricevere il denaro e sparire senza spedire la merce configura pienamente il reato. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del Venditore, condannandolo al pagamento delle spese processuali, di una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende e alla rifusione delle spese legali in favore dello Stato, poiché l'Acquirente era ammesso al gratuito patrocinio.
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Reato di truffa: finto pagamento e ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un acquirente condannato per il reato di truffa. L'imputato aveva tentato di acquistare dei beni inducendo in errore la vittima attraverso artifici e raggiri nella fase del pagamento. La Suprema Corte ha confermato la condanna, rilevando che i motivi di ricorso erano generici e ripetitivi. Inoltre, i giudici hanno ribadito che la mancata concessione delle attenuanti generiche e la quantificazione della pena rientrano nella discrezionalità del giudice di merito, purché adeguatamente motivate. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Truffa contrattuale: finto agente condannato in Cassazione
Un uomo è stato condannato per il reato di truffa contrattuale per aver acquistato della merce fingendosi rappresentante di una ditta inesistente, offrendo come garanzia un conto corrente fittizio e pagando con un assegno rimasto insoluto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna inflitta nei gradi precedenti. I giudici hanno chiarito che l'inganno su elementi accessori del contratto, idoneo a carpire il consenso della vittima, configura pienamente il reato. Inoltre, la presenza della recidiva specifica rende il reato procedibile d'ufficio, rendendo del tutto irrilevante la successiva rimessione della querela da parte della persona offesa. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa contrattuale: vendere un garage altrui costa la condanna
Il Venditore ha venduto un garage a un acquirente, incassando il prezzo pattuito. Tuttavia, il Venditore ha nascosto che l'immobile non era di sua proprietà ed era pignorato. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa contrattuale. I giudici hanno chiarito che il reato si configura quando gli inganni iniziali spingono la vittima a firmare un contratto che altrimenti non avrebbe mai accettato. La mancanza di verifiche o di diligenza da parte dell'acquirente non cancella la responsabilità penale del venditore disonesto. Di conseguenza, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Venditore, confermando la condanna a sei mesi di reclusione, la multa e il risarcimento dei danni.
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Truffa contrattuale: vendere case altrui è reato, non civile
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa contrattuale a carico di un venditore. L'imputato aveva offerto in vendita un immobile privo di licenze edilizie e di cui non era proprietario, rilasciando anche una fideiussione falsa. La Suprema Corte ha chiarito che l'inganno iniziale trasforma il semplice inadempimento civile in un reato penale, poiché gli artifici e raggiri hanno viziato il consenso dell'acquirente al momento della firma. Il ricorso del venditore è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese processuali, di una sanzione pecuniaria e del risarcimento dei danni.
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Truffa contrattuale: dal finto controllo alla condanna penale
Due soggetti sono stati condannati per truffa contrattuale aggravata. Un complice si era finto funzionario dell'agenzia regionale per l'ambiente, intimando alla vittima di smaltire d'urgenza del materiale ferroso ritenuto inquinante. I complici hanno così convinto il proprietario a cedere il materiale, prelevandolo senza pagare il prezzo pattuito. La difesa sosteneva si trattasse di un semplice inadempimento civilistico. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che si configura la truffa contrattuale quando gli artifici e raggiri sono posti in essere al momento della stipula del contratto, condizionando la volontà della vittima. Il mancato pagamento successivo rappresenta il compimento del reato e non un mero illecito civile.
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Finto risparmio, vera condanna: la truffa contrattuale è reato
Un finto consulente energetico ha raggirato diversi utenti promettendo risparmi sulle bollette elettriche per conto di una società partner. L'uomo riscuoteva i pagamenti senza mai eseguire i lavori promessi. Condannato nei primi gradi di giudizio, l'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che si trattasse di un semplice inadempimento civile e non di un reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna per truffa contrattuale. I giudici hanno chiarito che il reato si configura quando l'inganno avviene al momento della firma del contratto, spingendo la vittima a un accordo che altrimenti non avrebbe mai accettato. Il successivo mancato adempimento rappresenta solo la conclusione del disegno criminoso, caratterizzato dal dolo iniziale.
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Truffa contrattuale: finti clienti e gioielli rubati con l’inganno
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa contrattuale a carico di un soggetto che si era appropriato di alcuni gioielli. L'imputato aveva contestato la qualificazione del reato, sostenendo che non vi fossero stati inganni. I giudici hanno invece accertato che l'uomo aveva messo in atto artifici e raggiri prima di ricevere i preziosi, inducendo la vittima in errore per farsi consegnare la merce. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la pena calcolata dai giudici di merito in base alla gravità della condotta e ai precedenti penali dell'uomo. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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