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Arresti Domiciliari — Anno 2023

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172 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Arresti Domiciliari

Provvedimenti

Lavoro o reato di evasione: la deviazione che costa la condanna
Un soggetto sottoposto agli arresti domiciliari, autorizzato ad assentarsi esclusivamente per lavorare presso un'azienda agricola a partire dalle ore 06:30, è stato sorpreso alle ore 06:05 alla guida della propria auto su un percorso più lungo e non autorizzato. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione, rigettando il ricorso del difensore. I giudici hanno chiarito che l'allontanamento anticipato e la scelta di un tragitto non ottimale, non giustificati da reali esigenze lavorative presso la sede autorizzata, integrano pienamente la condotta illecita. Anche la contestazione della recidiva è stata ritenuta corretta a causa dei gravi precedenti penali del soggetto, mentre le attenuanti generiche sono state applicate solo in regime di equivalenza.
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Revoca degli arresti domiciliari: no al confronto con i complici
Un uomo, condannato in primo grado per associazione a delinquere e reati tributari legati al contrabbando di alcolici, ha richiesto la revoca degli arresti domiciliari. La difesa sosteneva che la condanna parziale e la scarcerazione di alcuni coimputati costituissero elementi nuovi idonei a far venir meno le esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla revoca degli arresti domiciliari deve basarsi esclusivamente sulla posizione del singolo imputato, senza alcun automatismo legato al trattamento dei coimputati. Inoltre, la gravità delle condotte e il rischio di reiterazione escludono l'attenuazione della misura, nonostante lo stato di incensuratezza formale del soggetto.
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Diritto di presenziare all’udienza: arresti e doveri
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per furto ed estorsione. L'Imputato, che si trovava agli arresti domiciliari, lamentava la violazione del proprio diritto di presenziare all'udienza di appello. I giudici hanno chiarito che il detenuto ha il diritto di partecipare al giudizio camerale d'appello solo se manifesta tempestivamente la propria volontà di comparire. Nel caso specifico, L'Imputato era già stato autorizzato a presentarsi in udienza senza scorta, ma non ha mai comunicato l'intenzione di partecipare, né il suo difensore ha richiesto rinvii. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e inflitto una sanzione pecuniaria per la manifesta infondatezza del ricorso.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per l’indagato
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo indagato per spaccio di sostanze stupefacenti, respingendo la richiesta di sostituzione con gli arresti domiciliari. La difesa sosteneva l'assenza di esigenze cautelari, evidenziando l'esito negativo della perquisizione domiciliare, la revoca di una precedente dichiarazione di pericolosità sociale e lo status di lavoratore autonomo dell'indagato. I giudici hanno ritenuto legittima la custodia cautelare in carcere a causa dei gravi indizi di colpevolezza, dei precedenti specifici e dei contatti stabili con reti criminali dedite al narcotraffico. La Corte ha chiarito che l'esito negativo della perquisizione e la qualifica di imprenditore non escludono il concreto pericolo di reiterazione del reato, confermando l'adeguatezza della misura carceraria.
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Evasione dagli arresti domiciliari: incastrato dalle foto social
Un uomo, sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari, si è allontanato dalla propria abitazione per partecipare a festeggiamenti familiari. La polizia giudiziaria ha accertato l'assenza tramite ripetuti controlli e analizzando le foto pubblicate sul profilo social dell'indagato. L'uomo ha inoltre rilasciato dichiarazioni spontanee che confermavano l'allontanamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, confermando la validità delle prove raccolte, comprese le immagini social e le dichiarazioni spontanee utilizzabili nel rito abbreviato. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria per il reato di evasione dagli arresti domiciliari.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no a casa non idonea
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova al servizio sociale a causa dell'inidoneità del domicilio proposto. Presso la stessa abitazione, infatti, un altro soggetto si trovava agli arresti domiciliari per reati legati agli stupefacenti. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata attesa della relazione dell'ufficio di esecuzione penale esterna. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: il ricorrente non ha contestato la reale motivazione del diniego, ossia la pericolosità della convivenza con un soggetto sottoposto a misura cautelare. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Pericolo di recidiva: lavoro onesto non cancella lo spaccio
La Corte di Cassazione ha confermato la misura degli arresti domiciliari per un uomo accusato di concorso nello spaccio di quasi un chilo di hashish. L'indagato sosteneva che, a distanza di anni dal fatto, non vi fosse un reale pericolo di recidiva, evidenziando la sua regolare attività lavorativa e una telefonata che dimostrava la volontà di allontanarsi dal giro. I giudici hanno però respinto il ricorso. La Cassazione ha chiarito che il lavoro regolare non esclude la dedizione allo spaccio e che i contatti documentati con la criminalità organizzata locale, proseguiti nel tempo, dimostrano la persistenza della sua pericolosità sociale. Di conseguenza, la misura cautelare è stata ritenuta legittima e necessaria.
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Evasione dagli arresti domiciliari: bastano 20 metri per la pena
L'Imputato, sottoposto alla misura degli arresti domiciliari, si è allontanato ripetutamente dalla propria abitazione per brevi distanze, venendo ripreso da una telecamera installata sulla pubblica via per un'altra indagine. Condannato nei primi due gradi di giudizio, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'inutilizzabilità delle riprese e l'offensività minima del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna per il reato di evasione dagli arresti domiciliari. I giudici hanno chiarito che le videoriprese in luoghi pubblici non violano il domicilio e sono pienamente utilizzabili come prove atipiche. Inoltre, qualsiasi allontanamento non autorizzato, anche di soli venti metri, configura il reato, escludendo la particolare tenuità del fatto a causa della reiterazione delle condotte.
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Spaccio in casa: quando serve la custodia cautelare in carcere
Un uomo, trovato in possesso di circa 410 grammi di cocaina suddivisa in dosi e bilancini di precisione nella propria abitazione, ha impugnato il provvedimento con cui il Tribunale ha sostituito gli arresti domiciliari con la custodia cautelare in carcere. Il Tribunale ha ritenuto insufficiente il controllo elettronico (braccialetto), considerando la casa un noto centro di spaccio e l'indagato privo di lavoro e con precedenti specifici. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'indagato. I giudici hanno chiarito che l'obbligo di autonoma valutazione dei gravi indizi non si applica al giudice dell'appello cautelare e che il pericolo di recidiva giustifica la custodia cautelare in carcere, poiché l'attività di spaccio può proseguire anche tra le mura domestiche eludendo i controlli. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Arresti domiciliari revocati: sopravvenuta carenza di interesse
Il Tribunale di Genova aveva confermato la misura degli arresti domiciliari per l'Indagato, accusato di spaccio di lieve entità. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che tale misura non potesse essere applicata poiché la pena finale prevista sarebbe stata inferiore a tre anni. Tuttavia, prima della decisione della Cassazione, il giudice ha sostituito gli arresti domiciliari con l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse. Poiché il venir meno dell'interesse non è dipeso da una colpa dell'Indagato, la Corte non lo ha condannato al pagamento delle spese processuali.
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Spaccio di lieve entità: no ai benefici se c’è stabilità
Il Tribunale di Napoli ha confermato la custodia in carcere per L'Indagato, trovato in possesso di hashish, marijuana e cocaina nella propria abitazione mentre era già agli arresti domiciliari per reati analoghi. La difesa ha richiesto la riqualificazione del fatto come spaccio di lieve entità, contestando la valutazione delle modalità dell'azione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non si può applicare lo spaccio di lieve entità se il soggetto agisce in modo stabile e non occasionale, coordinandosi con terzi e violando la misura cautelare in corso. L'Indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Evasione dai domiciliari: no alla particolare tenuità del fatto
Un uomo sottoposto agli arresti domiciliari si è allontanato dalla propria abitazione senza autorizzazione. La Corte d'Appello ha escluso l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto a causa della gravità della condotta, stimando l'assenza in circa tre ore. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che l'allontanamento fosse durato solo quarantacinque minuti e chiedendo il riconoscimento della tenuità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla gravità del fatto spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: negati i domiciliari all’omicida
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'Imputato, accusato di omicidio volontario. L'evento era nato da una violenta lite per una cessione di stupefacenti, durante la quale l'Imputato aveva colpito mortalmente la Vittima con un coltello. La difesa chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari e il braccialetto elettronico, sostenendo la presenza di elementi nuovi, come l'assenza di pericolo di fuga e una presunta aggressione subita. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che le esigenze di prevenzione speciale rimangono elevatissime. La gravità del fatto, l'uso di un'arma e la determinazione dell'Imputato rendono inadeguata qualsiasi misura diversa dalla prigione, confermando la correttezza della decisione del Tribunale del Riesame.
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Esigenze cautelari: risarcire il danno non evita i domiciliari
L'Indagato, accusato di furto in appartamento aggravato, ha impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che ripristinava la misura degli arresti domiciliari al posto del piu blando obbligo di dimora. La difesa ha contestato la sussistenza e l'attualita delle esigenze cautelari, valorizzando l'avvenuto risarcimento del danno. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il risarcimento del danno e irrilevante per attenuare le esigenze cautelari, rilevando solo come attenuante in un eventuale processo. Inoltre, la gravita del furto (compiuto forzando infissi in ferro insieme a complici) e la presenza di un precedente specifico giustificano ampiamente il pericolo di recidiva e la necessita della custodia domiciliare per garantire un controllo efficace sugli spostamenti del soggetto.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: uso personale o spaccio?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per la detenzione di sostanze stupefacenti. L'Imputato, mentre si trovava agli arresti domiciliari, ha consegnato spontaneamente alle forze dell'ordine 144 grammi di hashish, suddivisi in dosi. La difesa sosteneva che la droga fosse destinata all'uso personale e ha richiesto la riqualificazione del reato in fatto di lieve entità. I giudici hanno respinto la tesi difensiva. La quantità elevata, pari a oltre mille dosi medie, il confezionamento in involucri e la facilità di approvvigionamento durante la detenzione domiciliare dimostrano l'attività di spaccio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna a due anni e venti giorni di reclusione, oltre a una multa di oltre seimila euro, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese processuali.
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Evasione dagli arresti domiciliari: il rientro spontaneo non salva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per minaccia aggravata ed evasione dagli arresti domiciliari. Il soggetto si era allontanato temporaneamente dalla propria abitazione per poi farvi rientro spontaneamente. La difesa sosteneva che il rientro volontario escludesse il reato o consentisse l'applicazione di un'attenuante. I giudici hanno invece stabilito che l'allontanamento non autorizzato consuma immediatamente il reato, indipendentemente dalla durata dell'assenza o dal successivo rientro a casa. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Evasione dagli arresti domiciliari: dal permesso medico al furto
Un uomo sottoposto alla misura degli arresti domiciliari, con autorizzazione a uscire solo per recarsi presso una struttura medica in una specifica fascia oraria, è stato sorpreso dalle forze dell'ordine su un percorso totalmente diverso mentre tentava di svaligiare un'auto in sosta. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentato furto e per il reato di evasione dagli arresti domiciliari. I giudici hanno chiarito che la deviazione dal tragitto autorizzato per commettere un nuovo reato non rappresenta una semplice violazione formale delle prescrizioni, ma una vera e propria violazione strutturale della misura cautelare. Di conseguenza, il ricorso dell'imputato è stato dichiarato inammissibile, confermando la sua colpevolezza e condannandolo anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sopravvenuta carenza di interesse: niente spese se rinunci
Un indagato, sottoposto alla misura degli arresti domiciliari, chiedeva l'autorizzazione ad allontanarsi dal proprio domicilio per svolgere attività lavorativa, lamentando uno stato di indigenza. Il Tribunale di Reggio Calabria respingeva la richiesta. L'indagato proponeva quindi ricorso per cassazione. Nelle more del giudizio, l'indagato veniva scarcerato e presentava formale rinuncia al ricorso. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse. I giudici hanno chiarito che la rinuncia dovuta alla scarcerazione esclude la condanna alle spese processuali o alla cassa delle ammende, poiché non si configura una reale soccombenza del ricorrente.
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Autorizzazione al lavoro ai domiciliari: l’ISEE non basta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato, sottoposto agli arresti domiciliari, che chiedeva l'autorizzazione al lavoro per asserito stato di indigenza. Il ricorrente aveva allegato solo un'attestazione ISEE di circa diecimila euro, senza dimostrare lo stato di disoccupazione dei familiari conviventi (moglie e figlio) né specificare l'origine di tale reddito. I giudici hanno chiarito che l'autorizzazione al lavoro rappresenta una misura eccezionale. Pertanto, la sussistenza di un reale stato di povertà deve essere valutata con estremo rigore e supportata da prove documentali complete. Di conseguenza, l'indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: violare gli orari costa tremila euro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il Reato di evasione nei confronti di un soggetto sottoposto alla misura degli arresti domiciliari. Il destinatario della misura si era allontanato volontariamente dalla propria abitazione in un orario non consentito dalle prescrizioni del giudice. Il ricorrente ha contestato la violazione della legge penale, ma la Suprema Corte ha ritenuto il ricorso manifestamente infondato e quindi inammissibile. L'allontanamento volontario, anche se temporaneo, integra pienamente la condotta punita dalla legge. Di conseguenza, il soggetto è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende, confermando definitivamente la sua responsabilità penale.
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