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An E Quantum

56 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Termini latini che distinguono due aspetti di una richiesta di risarcimento. L' 'an' si riferisce all'esistenza stessa del diritto al risarcimento (se il danno esiste), mentre il 'quantum' si riferisce alla sua quantità (a quanto ammonta il danno).

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Sequestro antimafia e accertamento tributario: la guida
Un Ente Locale ha emesso due avvisi di accertamento per la tassa sui rifiuti riferiti a un periodo precedente all'applicazione di una misura cautelare. La Società proprietaria degli immobili era stata sottoposta a sequestro antimafia e amministrazione giudiziaria. I giudici d'appello avevano annullato gli atti fiscali, sostenendo che solo il giudice della prevenzione potesse verificare i crediti tributari. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione. I giudici hanno chiarito che il sequestro antimafia e accertamento tributario possono coesistere. La misura di prevenzione non blocca la potestà di accertamento del Comune per i crediti sorti prima del sequestro. La competenza a giudicare la legittimità e l'ammontare delle tasse spetta esclusivamente al giudice tributario, mentre il giudice della prevenzione si limita a verificare il titolo per l'ammissione allo stato passivo.
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Patrocinio a spese dello Stato: il giudice deve chiedere gli atti
Un avvocato ha richiesto la liquidazione dei propri compensi per l'attività svolta in favore di un assistito ammissibile al Patrocinio a spese dello Stato. Il Tribunale ha riconosciuto soltanto un importo minimo base di 1.600 euro. Il giudice ha giustificato il taglio lamentando l'assenza dei verbali delle udienze e delle sentenze negli atti allegati dal difensore. L'avvocato ha fatto ricorso in Cassazione denunciando la mancata integrazione dei documenti da parte del magistrato. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'avvocato. I giudici hanno chiarito che il tribunale ha il preciso dovere di richiedere d'ufficio la documentazione mancante alla cancelleria competente per valutare la reale complessità del lavoro. La Cassazione ha così annullato l'ordinanza rinviando la decisione al Tribunale.
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Contestazione e liquidazione compensi avvocato: perde il cliente
Un Cliente ha contestato la liquidazione compensi avvocato richiesta dal proprio difensore tramite decreto ingiuntivo. Il Cliente sosteneva di non essere stato informato della rinuncia al ricorso della controparte in un precedente giudizio e contestava sia l'effettiva spettanza del compenso sia l'importo richiesto, chiedendo i termini processuali ordinari per le prove. Il Tribunale ha confermato il credito e la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Cliente. I giudici hanno stabilito che tutte le controversie sulla liquidazione compensi avvocato, anche quando si contesta la fondatezza stessa del credito o la responsabilità professionale, devono seguire il rito sommario speciale. Tale procedura non prevede i termini per le memorie istruttorie ordinarie. Di conseguenza, il Cliente è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio e al raddoppio del contributo unificato.
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Patrocinio a spese dello Stato: illegittimo azzerare il compenso
Un avvocato ha prestato la propria attività professionale nell'ambito del patrocinio a spese dello Stato per difendere un cittadino in un procedimento penale. Il Tribunale ha tagliato il compenso richiesto ed escluso totalmente il pagamento per la fase decisoria, motivando la scelta con la semplicità della pratica. Il professionista ha fatto ricorso in Cassazione per contestare la violazione dei minimi tariffari. La Suprema Corte ha accolto il ricorso affermando che la semplicità della causa consente di ridurre il compenso fino ai minimi di legge, ma non permette di azzerare la retribuzione per una fase di lavoro svolta. L'esclusione totale viola la normativa sulle tariffe. La decisione è stata quindi annullata con rinvio per il ricalcolo del compenso.
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Segnalazione illegittima alla Centrale Rischi: il danno si paga
Un'impresa subisce una segnalazione illegittima alla Centrale Rischi da parte di una società finanziaria a seguito della distruzione di un autocarro in un incidente. L'errata iscrizione pregiudica l'immagine commerciale dell'azienda, impedendole di ottenere un nuovo veicolo in leasing per proseguire le proprie attività. Sebbene la presenza del danno sia stata accertata, i giudici di appello negano il risarcimento adducendo l'impossibilità di quantificarne la cifra precisa. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'impresa e afferma un principio fondamentale: quando l'esistenza del pregiudizio è certa, il giudice non può negare la tutela risarcitoria, ma deve determinarne l'ammontare ricorrendo alla liquidazione equitativa. La sentenza viene quindi annullata con rinvio per la corretta quantificazione economica.
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Riduzione IMU per inagibilità: no allo sconto senza dichiarazione
Un'azienda proprietaria di un complesso immobiliare ha impugnato tre avvisi di accertamento IMU per gli anni 2012-2014 emessi da un Comune. L'impresa lamentava il mancato riconoscimento della riduzione dell'imposta per la parziale inagibilità dei fabbricati. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, stabilendo che la riduzione IMU per inagibilità spetta solo se il contribuente presenta la formale dichiarazione entro i termini di legge. Le semplici trattative o interlocuzioni informali con gli uffici comunali per altre finalità, come il rilascio di titoli edilizi, non possono sostituire la denuncia ufficiale. Inoltre, l'effetto di una sentenza favorevole per un anno successivo non si estende retroattivamente agli anni precedenti. L'azienda perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Definizione agevolata cartella di pagamento: sì della Cassazione
Il Contribuente ha impugnato una cartella di pagamento emessa a seguito di un controllo automatizzato sulla dichiarazione dei redditi della moglie. L'Amministrazione Finanziaria ha negato la definizione agevolata cartella di pagamento, sostenendo che l'atto fosse di mera riscossione e non impositivo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Contribuente. I giudici hanno stabilito che la cartella, se costituisce il primo atto con cui il fisco comunica una pretesa tributaria, ha natura impositiva e consente l'accesso alla sanatoria. La sentenza impugnata è stata cassata senza rinvio, dichiarando l'estinzione del giudizio.
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Assegno personale riassorbibile: dipendenti battono il Ministero
Alcuni dipendenti di un ente stradale pubblico, transitati nei ruoli di un Ministero, hanno chiesto il riconoscimento del diritto a conservare il premio di produzione, l'indennità di funzione e l'indennità di rischio. Tali voci dovevano confluire nell'assegno personale riassorbibile per evitare un peggioramento dello stipendio. Il Ministero si è opposto, ritenendo che tali indennità fossero elementi variabili e non computabili. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Ministero, stabilendo che, se un emolumento viene pagato in modo fisso e continuativo, deve essere incluso nell'assegno personale riassorbibile, a prescindere dalla sua formale classificazione contrattuale. Vince il lavoratore, con condanna dell'amministrazione alle spese di giudizio.
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Sequestro antimafia e tributi: il Comune può chiedere l’IMU
Un Comune ha notificato a una società un avviso di accertamento IMU per l'anno 2013. Successivamente, nel 2015, la società è stata sottoposta a sequestro antimafia. La Commissione Tributaria Regionale ha annullato l'atto, ritenendo che ogni decisione spettasse al giudice della prevenzione. Il Comune ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che il sequestro antimafia e tributi possono coesistere: il sequestro non cancella il potere del Comune di accertare le tasse dovute prima della misura. La validità dell'accertamento spetta sempre al giudice tributario, mentre il giudice della prevenzione decide solo sull'ammissione del credito al pagamento. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Principio di non contestazione: pagare non cancella il debito
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di una committente contro il decreto ingiuntivo di oltre 380.000 euro ottenuto dalla curatela fallimentare di un'impresa edile per lavori di appalto. La committente aveva eccepito l'avvenuto pagamento, ma non è riuscita a dimostrare il saldo delle fatture. I giudici hanno chiarito che sollevare l'eccezione di adempimento senza contestare l'esistenza del contratto attiva il principio di non contestazione. Di conseguenza, il credito si considera provato e spetta unicamente al debitore dimostrare i pagamenti. Nel caso specifico, i bonifici prodotti erano privi di causale specifica e non ricollegabili in modo univoco all'appalto, data la presenza di altri rapporti commerciali tra le parti.
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Silenzio rifiuto: quando la domanda generica blocca il rimborso
Un contribuente ha richiesto il rimborso del 60% delle imposte versate tra il 2002 e il 2008. Di fronte al silenzio dell'amministrazione finanziaria, ha fatto ricorso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, stabilendo che per contestare il silenzio rifiuto è indispensabile che l'istanza di rimborso iniziale sia specifica e dettagliata. Non basta una domanda generica per far scattare il silenzio rifiuto impugnabile, poiché il fisco deve poter comprendere chiaramente l'oggetto e l'importo della richiesta. La sentenza è stata annullata con rinvio alla Corte di giustizia tributaria per verificare la specificità della domanda.
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Contributo ricostruzione post-sisma: cittadino vince contro il Comune
Un cittadino, proprietario di un immobile danneggiato dal terremoto del 1980, ha richiesto il contributo ricostruzione post-sisma. A causa dell'inagibilità della sua abitazione, l'uomo ha vissuto con la famiglia in un locale terraneo adibito a deposito, in condizioni di evidente precarietà. Il Comune ha negato l'agevolazione, sostenendo la mancanza dei requisiti di priorità. La Corte d'Appello ha invece accolto la domanda del proprietario, condannando l'ente pubblico al pagamento di oltre 58.000 euro. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del Comune. I giudici hanno chiarito che i regolamenti comunali non possono imporre requisiti aggiuntivi e restrittivi rispetto a quelli previsti dalla legge nazionale per ottenere il beneficio.
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Intimazione di pagamento valida senza allegare la vecchia cartella
La Società Contribuente ha impugnato un'intimazione di pagamento emessa dall'Agente della Riscossione, lamentando la mancanza di motivazione e la mancata allegazione della precedente cartella esattoriale. I giudici di merito avevano accolto il ricorso della società. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato la decisione, accogliendo il ricorso dell'esattore. La Suprema Corte ha stabilito che l'intimazione di pagamento è un atto vincolato redatto secondo un modello ministeriale. Per la sua validità è sufficiente il richiamo preciso agli estremi della cartella di pagamento precedentemente notificata, senza necessità di ulteriore motivazione o di allegare l'atto originario, in quanto il contribuente è già a conoscenza della pretesa tributaria.
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Avviso di intimazione: valido anche senza allegare la cartella
Una società contribuente ha impugnato un avviso di intimazione di pagamento emesso dall'Agente della Riscossione, lamentando la mancanza di motivazione e la mancata allegazione della cartella di pagamento originaria. I giudici di merito hanno accolto il ricorso della società. L'Agente della Riscossione ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che l'avviso di intimazione è un atto vincolato redatto secondo un modello ministeriale. Per la sua validità non occorre una motivazione dettagliata né l'allegazione della cartella originaria, essendo sufficiente il richiamo agli estremi della cartella stessa già notificata, che consente al contribuente di conoscere la pretesa tributaria e difendersi. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Intimazione di pagamento valida anche senza allegare la cartella
L'Agente della Riscossione ha notificato un'intimazione di pagamento a una Società, la quale ha impugnato l'atto lamentando la mancanza di una motivazione dettagliata e la mancata allegazione della precedente cartella esattoriale. I giudici di merito hanno accolto il ricorso della contribuente, annullando l'atto. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato la decisione, accogliendo il ricorso dell'Agente della Riscossione. La Suprema Corte ha stabilito che l'intimazione di pagamento è un atto vincolato conforme a un modello ministeriale. Per la sua validità non serve una motivazione approfondita né l'allegazione della cartella esattoriale già notificata, essendo sufficiente l'indicazione dei suoi estremi identificativi per consentire al contribuente di difendersi.
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Obbligo di motivazione: il Comune non deve smentire le esenzioni
Un'azienda ha impugnato un avviso di accertamento ICI per l'anno 2013, sostenendo di avere diritto a un'esenzione fiscale. La Commissione Tributaria Regionale ha dato ragione all'azienda, ritenendo che il Comune dovesse motivare espressamente il rifiuto dell'esenzione nell'atto. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Comune. I giudici hanno stabilito che l'obbligo di motivazione dell'accertamento è rispettato quando l'atto indica chiaramente gli elementi essenziali della pretesa (se e quanto dovuto). Non spetta al Comune smentire preventivamente le esenzioni nell'avviso, poiché spetta al contribuente dimostrare i fatti che danno diritto all'agevolazione fiscale.
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Motivazione avviso di accertamento: Comune batte contribuente
Una società immobiliare impugna un avviso di accertamento ICI emesso dal Comune, sostenendo di avere diritto a un'esenzione e che l'atto fosse nullo per difetto di motivazione. La CTR accoglie il ricorso della contribuente, ritenendo che il Comune dovesse motivare specificamente il diniego dell'esenzione. La Corte di Cassazione ribalta la decisione, accogliendo il ricorso del Comune. I giudici chiariscono che la motivazione avviso di accertamento è valida se indica gli elementi essenziali della pretesa (an e quantum). Spetta invece al contribuente, che invoca un regime di favore, l'onere di provare i requisiti per l'esenzione. La sentenza impugnata viene cassata con rinvio.
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Esenzione ICI e obbligo di motivazione: la svolta in Cassazione
Il Comune ha emesso un avviso di accertamento per il mancato versamento dell'ICI nei confronti di una Società Contribuente. Quest'ultima riteneva di avere diritto a un'esenzione d'imposta. I giudici di secondo grado avevano annullato l'atto perché privo di una specifica giustificazione sul rifiuto dell'esenzione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Comune. La Corte ha stabilito che l'obbligo di motivazione dell'atto tributario è soddisfatto quando il contribuente conosce gli elementi essenziali della pretesa. Spetta infatti al contribuente, e non all'amministrazione, dimostrare i requisiti per ottenere l'agevolazione fiscale.
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Obbligo di motivazione: Comune contro Azienda sull’esenzione
Una società immobiliare ha impugnato un avviso di accertamento ICI emesso dal Comune, rivendicando il diritto a un'esenzione d'imposta. La Commissione Tributaria Regionale ha inizialmente dato ragione alla società, ritenendo che il Comune dovesse motivare espressamente il mancato riconoscimento dell'agevolazione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Comune. I giudici hanno stabilito che l'obbligo di motivazione dell'accertamento è soddisfatto quando l'atto indica gli elementi essenziali della pretesa tributaria. Spetta infatti al contribuente, e non all'amministrazione, l'onere di provare i fatti che danno diritto a un'esenzione, trattandosi di un regime eccezionale. La sentenza d'appello è stata cassata con rinvio.
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Accertamento tributario e sequestro antimafia: i veri limiti
Il Comune ha emesso due avvisi di accertamento TARI del 2014 nei confronti di una Società, successivamente sottoposta a sequestro antimafia. La Commissione Tributaria Regionale ha annullato gli atti, ritenendo che solo il giudice della prevenzione potesse accertare i crediti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Comune, stabilendo che l'accertamento tributario e sequestro antimafia possono coesistere. La misura di prevenzione non blocca il potere dell'ente impositore di emettere atti impositivi per crediti sorti prima del sequestro. La contestazione sulla legittimità della tassa spetta sempre al giudice tributario, mentre il giudice della prevenzione verifica solo l'ammissione al passivo. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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