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Ammenda — Anno 2023

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342 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Ammenda

Provvedimenti

Conversione del ricorso in appello: la Cassazione corregge la via
Il Giudice per le indagini preliminari ha condannato L'Imputato per la violazione delle misure di contenimento Covid-19 alla pena dell'arresto, sostituita con una sanzione pecuniaria (ammenda). L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione lamentando violazioni di legge. La Corte di Cassazione ha rilevato che, trattandosi di una condanna a una pena esclusivamente pecuniaria per una contravvenzione, il mezzo di impugnazione corretto non è il ricorso di legittimità, bensì l'appello. Di conseguenza, la Suprema Corte ha disposto la conversione del ricorso in appello e ha trasmesso gli atti alla Corte di appello territorialmente competente per la decisione nel merito, garantendo così la prosecuzione del giudizio nel grado corretto.
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Qualifica di rifiuto: perché la buona fede non evita la multa
Il Tribunale condannava l'Imputato a un'ammenda di 5.000 euro per l'abbandono incontrollato di materiali sul terreno. L'Imputato proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo che tali materiali fossero sottoprodotti destinati al riutilizzo e non rifiuti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la qualifica di rifiuto si basa su dati oggettivi, come lo stato di abbandono alla rinfusa esposto alle intemperie. Inoltre, spetta interamente all'imputato l'onere di provare che un materiale sia un sottoprodotto. Questa prova richiede una documentazione tecnica specifica e non può basarsi su una semplice testimonianza. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Particolare tenuità del fatto negata a chi reitera il reato
Il Cittadino è stato condannato a un'ammenda di 800 euro per porto abusivo di oggetti atti ad offendere. Ha proposto ricorso lamentando la mancata applicazione della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, sostenendo la propria buona fede e l'assenza di pericolo per terzi. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che l'imputato ha reiterato la medesima condotta illecita nell'arco di soli dieci giorni e presenta un precedente penale specifico. Tali elementi escludono il carattere occasionale del comportamento, rendendo legittimo il diniego del beneficio. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Molestia telefonica: la Cassazione conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna condannata per il reato di molestia telefonica (art. 660 c.p.). Il Tribunale l'aveva condannata a 100 euro di ammenda per aver inviato continui messaggi ed effettuato numerose telefonate alle vittime. La ricorrente sosteneva l'assenza degli elementi del reato, ma la Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito. Questi ultimi avevano accertato la responsabilità basandosi sul numero e sul tono delle comunicazioni, oltre che sulle testimonianze delle persone offese. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e la ricorrente dovrà pagare anche tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Molestia telefonica: condanna confermata e multa da 3000 euro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato dal Tribunale di Grosseto per il reato di molestia telefonica. La condanna originaria prevedeva un'ammenda di duecentocinquanta euro a causa di numerosissime telefonate di disturbo. La difesa lamentava un vizio di motivazione nella valutazione delle prove. Tuttavia, la Suprema Corte ha confermato che i giudici di merito hanno deciso sulla base di prove solide, inclusi i tabulati telefonici e le testimonianze della persona offesa e di un testimone. Il ricorso è stato ritenuto un tentativo inammissibile di richiedere una nuova valutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. Di conseguenza, il soggetto è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Molestia o disturbo alle persone: condanna per approccio stradale
Il Tribunale ha condannato un uomo alla pena di trecento euro di ammenda per il reato di molestia o disturbo alle persone, per aver avvicinato una donna in strada rivolgendole frasi inopportune e toccandole la spalla e il braccio. Il difensore dell'imputato ha proposto appello, convertito d'ufficio in ricorso per cassazione data l'inappellabilità della condanna alla sola ammenda. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché il difensore non era abilitato al patrocinio presso le giurisdizioni superiori. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Autorizzazione alle emissioni in atmosfera: tre capannoni o uno?
Un allevatore di suini è stato condannato a un'ammenda di 2.000 euro per aver gestito tre capannoni senza la necessaria autorizzazione alle emissioni in atmosfera. L'imputato sosteneva che i tre capannoni fossero indipendenti e che nessuno di essi, singolarmente, superasse la soglia di capi di bestiame che fa scattare l'obbligo di legge. La Corte di Cassazione ha invece confermato la condanna, stabilendo che i capannoni costituiscono un unico stabilimento produttivo. L'unitarietà è dimostrata dalla gestione facente capo a un solo soggetto, dall'uso di un unico registro di stalla e dalla sequenzialità dei codici identificativi ASL. Di conseguenza, il numero totale dei suini va sommato, rendendo obbligatoria l'autorizzazione. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese e di 3.000 euro alla Cassa delle Ammende.
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Molestia o disturbo alle persone: ricorso inutile costa 3000 euro
Il Tribunale di Trieste ha condannato una cittadina alla pena di 500 euro di ammenda per il reato di molestia o disturbo alle persone. L'imputata ha proposto ricorso, chiedendo una nuova valutazione delle prove e ulteriori indagini. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile perché generico e volto unicamente a ottenere una rilettura dei fatti già logicamente analizzati dal giudice di merito. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Molestia o disturbo alle persone: ricorso inutile costa 3000€
Un cittadino, condannato dal Tribunale di Cassino a un'ammenda di 200 euro per il reato di molestia o disturbo alle persone, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando vizi di motivazione e violazioni di legge. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che l'imputato si è limitato a riproporre le stesse difese già esaminate e respinte nel merito dal tribunale, senza contestare in modo specifico la sentenza impugnata. Poiché la Cassazione non può rivalutare i fatti storici ma solo verificare la correttezza giuridica della decisione, il ricorso è stato respinto. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Ricorso per cassazione inammissibile: errore di forma e condanna
Il Tribunale condanna L'Imputato alla pena dell'ammenda. Il difensore propone appello, ma la Corte d'Appello lo trasmette alla Corte di Cassazione poiché la sentenza originaria non è appellabile per legge. La Suprema Corte dichiara il ricorso per cassazione inammissibile. L'atto difensivo, infatti, presenta la struttura tipica di un appello e propone esclusivamente questioni di merito sulla ricostruzione dei fatti e sulla responsabilità penale, estranee al giudizio di legittimità. Inoltre, le contestazioni sulla misura della pena e la richiesta di circostanze attenuanti generiche risultano del tutto prive di elementi di fatto specifici. Di conseguenza, la Cassazione respinge il ricorso e condanna L'Imputato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Impugnazione tardiva: il ricorso fuori tempo costa carissimo
Il Tribunale ha condannato Il Ricorrente a una pena pecuniaria di 4.500 euro. Il difensore ha presentato appello contro la sentenza, ma l'atto è stato trasmesso alla Corte di Cassazione poiché la decisione originaria non era appellabile. La Suprema Corte ha rilevato che l'atto di impugnazione è stato depositato tramite posta elettronica certificata ben oltre il termine di trenta giorni previsto dalla legge. Di conseguenza, i giudici hanno dichiarato l'inammissibilità del ricorso per impugnazione tardiva, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Alimenti in cattivo stato di conservazione: condanna e ricorso ko
Il Tribunale ha condannato l'esercente commerciale a un'ammenda di 2.000 euro per il reato di detenzione di alimenti in cattivo stato di conservazione. La difesa ha proposto appello sollevando questioni di merito e contestando il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto. Poiché la sentenza era inappellabile, l'atto è stato trasmesso alla Corte di Cassazione. I giudici di legittimità hanno dichiarato inammissibile il ricorso. La Cassazione ha chiarito che l'impugnazione riproduceva solo critiche di fatto, estranee al giudizio di legittimità. Inoltre, il diniego della causa di non punibilità è stato ritenuto corretto e ben motivato sulla base della gravità della condotta e dell'intensità del dolo. L'esercente perde la causa e viene condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Firma del difensore non cassazionista: multa da 300 a 3000 euro
Il Tribunale aveva condannato un cittadino a un'ammenda di 300 euro per molestie. La difesa ha presentato appello, ma l'atto è stato trasmesso alla Corte di Cassazione poiché la sentenza originale prevedeva solo una pena pecuniaria ed era quindi inappellabile. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile a causa della firma del difensore non cassazionista. Infatti, l'avvocato che ha sottoscritto l'atto non era iscritto all'albo speciale richiesto per il patrocinio davanti alla Cassazione. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Rifiuto di fornire le proprie generalità: ricorso respinto
Il Tribunale di Palermo ha condannato un cittadino a una pena pecuniaria per il reato di rifiuto di fornire le proprie generalità a degli agenti di polizia. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione contestando la decisione e richiedendo l'applicazione delle attenuanti generiche e della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la particolare tenuità del fatto richiede accertamenti pratici e non può essere richiesta direttamente in sede di legittimità. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Porto abusivo di coltello: condanna annullata per raccolta verdura
Un cittadino viene condannato dal Tribunale a 1.000 euro di ammenda per il porto abusivo di coltello, dopo che le forze dell'ordine trovano due coltelli a serramanico nella sua auto e nel suo gilet da caccia. L'uomo si difende spiegando che si trovava in campagna con amici per raccogliere verdure selvatiche, ma il giudice di primo grado ignora questa giustificazione, condannandolo con una motivazione sbrigativa. Il cittadino propone ricorso direttamente in Cassazione. La Suprema Corte accoglie il ricorso: il giudice di merito non può limitarsi a formule generiche, ma deve valutare attentamente se la spiegazione fornita dall'imputato sia credibile e idonea a escludere il reato. La condanna viene quindi annullata con rinvio per un nuovo processo.
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Inammissibilità ricorso Cassazione: condanna e spese extra
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso di un imputato condannato per un reato contravvenzionale. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti e l'affidabilità delle prove, come un etilometro. I giudici hanno stabilito che queste critiche non sono ammesse nel giudizio di legittimità, che serve solo a controllare la corretta applicazione della legge, non a rivalutare le prove. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e l'imputato è stato condannato a pagare ulteriori spese e una sanzione pecuniaria. La Corte ha solo corretto un termine tecnico della pena, da 'multa' ad 'ammenda'.
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Tetto in zona sismica: condanna anche con l’appello del PM
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un'ammenda per tre proprietarie che avevano eseguito lavori di rifacimento del tetto senza depositare il progetto. Il caso è particolare perché lo stesso Pubblico Ministero aveva fatto ricorso chiedendo l'assoluzione, sulla base di perizie tecniche che definivano l'intervento irrilevante. La Corte ha stabilito un principio fondamentale: qualsiasi intervento edilizio che vada oltre la manutenzione ordinaria, se eseguito durante lavori in zona sismica, richiede obbligatoriamente il deposito preventivo del progetto redatto da un professionista. La sicurezza pubblica prevale su qualsiasi valutazione tecnica di parte. La condanna è stata quindi resa definitiva.
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Responsabilità Datore di Lavoro: Condanna Sì, Ma Pena da Rifare
La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità del datore di lavoro per gravi violazioni della sicurezza in un cantiere edile, dove mancavano i parapetti sui ponteggi. I giudici hanno stabilito che il rischio per i lavoratori era troppo alto per considerare il fatto di 'particolare tenuità' e quindi non punibile. Tuttavia, la Corte ha annullato la parte della sentenza relativa alla pena. Il giudice precedente non aveva spiegato adeguatamente perché aveva negato le attenuanti generiche, nonostante l'imprenditore avesse poi messo in sicurezza il cantiere. Il caso torna quindi in tribunale per ricalcolare la sanzione, che potrebbe essere ridotta.
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Ricorso inammissibile: condanna confermata per errore formale
Una persona, condannata in primo grado per il reato di rifiuto di fornire le proprie generalità, ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione. La Corte ha però dichiarato il ricorso inammissibile. Il motivo non riguarda il merito della questione, ma un vizio di forma insuperabile: il ricorso era stato firmato da un avvocato non iscritto all'albo speciale dei difensori abilitati al patrocinio in Cassazione. Questa mancanza di legittimazione del difensore ha reso l'atto nullo fin dall'origine, comportando la conferma della condanna e l'obbligo per l'imputata di pagare le spese processuali e una somma alla cassa delle ammende.
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Permanenza Illegale: Matrimonio non Cancella la Condanna Penale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 10.000 euro di ammenda per un cittadino straniero accusato di permanenza illegale dello straniero. L'imputato aveva tentato di giustificare la sua posizione sostenendo di aver successivamente regolarizzato il suo status sposando una cittadina italiana e ottenendo un permesso di soggiorno provvisorio. La Corte ha stabilito un principio chiaro: la regolarizzazione successiva non cancella il reato già commesso. La permanenza illegale dello straniero si configura nel momento in cui si soggiorna senza titolo, e fatti successivi come il matrimonio non possono avere un effetto retroattivo per giustificare l'illecito passato. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e la condanna è diventata definitiva.
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