LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

LexCEDpedia

Aliunde Perceptum

Pagina 4 di 15

298 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Cessione di ramo d’azienda illegittima: stipendio pieno
Un dipendente ottiene dal tribunale l'accertamento di una cessione di ramo d'azienda illegittima, con ordine di ripristino del rapporto di lavoro presso la società cedente. L'azienda rifiuta di riammetterlo in servizio. Il lavoratore ingiunge quindi il pagamento delle retribuzioni maturate e non percepite. La società propone ricorso sostenendo di poter scalare i guadagni esterni o potenziali del lavoratore tramite la compensazione del danno. La Corte di Cassazione respinge la tesi datoriale: le somme dovute dopo la messa in mora hanno natura retributiva e non risarcitoria. Di conseguenza, il datore di lavoro deve versare l'intero stipendio maturato senza alcuna detrazione di quanto percepito altrove. I giudici accolgono inoltre il ricorso del dipendente sulle spese legali, vietando la compensazione basata sulla semplice serialità della causa.
Continua »
Cessione di ramo d’azienda illegittima: stipendi dovuti
Una società cedente contestava il decreto ingiuntivo emesso a favore di un dipendente per retribuzioni arretrate, nate dopo una cessione di ramo d'azienda illegittima. L'azienda sosteneva che gli accordi transattivi stipulati dal dipendente con la nuova azienda cessionaria e l'incentivo all'esodo dovessero estinguere o ridurre il credito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso aziendale. I giudici hanno chiarito che l'annullamento della cessione crea due vicende distinte: un rapporto di fatto con l'azienda ricevente e la piena continuità giuridica con il datore cedente originario. Di conseguenza, il lavoratore ha pieno diritto a percepire tutte le retribuzioni ordinarie dall'azienda originaria, senza alcuna detrazione.
Continua »
Cessione di ramo d’azienda illegittima: stipendi al lavoratore
Una società cedeva un ramo d'attività trasferendo un dipendente a una nuova impresa. I giudici accertavano la nullità del trasferimento. Il lavoratore chiedeva quindi alla società originaria il pagamento delle retribuzioni maturate durante il periodo di distacco. La società cedente rifiutava il versamento sostenendo che il dipendente avesse stipulato accordi transattivi con la seconda azienda e percepito l'integrazione salariale. La Corte di Cassazione ha confermato i diritti del dipendente e ha respinto il ricorso datoriale. In caso di cessione di ramo d'azienda illegittima, il rapporto con il datore originario non si interrompe mai sul piano giuridico. L'azienda cedente deve corrispondere tutti gli stipendi arretrati senza detrarre somme o accordi economici intercorsi con la società cessionaria.
Continua »
Restituzione ratei di pensione: paga l’azienda e non il dipendente
Un dipendente viene illegittimamente collocato a riposo dal datore di lavoro e inizia a percepire il trattamento previdenziale. In seguito, i giudici dichiarano nullo l'atto di pensionamento e ordinano la ricostituzione del rapporto. La società risarcisce il dipendente detraendo dall'importo dovuto quanto egli aveva già incassato dall'ente di previdenza. L'ente richiede quindi all'ex lavoratore la somma erogata. Il lavoratore si oppone e l'ente chiede in via riconvenzionale le somme all'azienda. La Corte di Cassazione stabilisce che la restituzione ratei di pensione spetta all'azienda e non al lavoratore. Il datore ha infatti risparmiato sul risarcimento decurtando le somme previdenziali, conseguendo un indebito arricchimento ai danni dell'ente.
Continua »
Reintegrazione nel posto di lavoro: l’attesa non cancella i crediti
Una lavoratrice ha ottenuto l'annullamento del proprio licenziamento e la reintegrazione nel posto di lavoro con diritto alle retribuzioni arretrate. A distanza di qualche anno dalla decisione, la dipendente ha notificato un precetto di pagamento per oltre 175.000 euro. La datrice di lavoro si è opposta, sostenendo che l'inerzia temporale dimostrasse la rinuncia al lavoro per mutuo consenso o la violazione della buona fede contrattuale. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso datoriale. I giudici hanno chiarito che il semplice decorso del tempo non estingue il vincolo lavorativo né fa presumere una rinuncia. La datrice deve quindi versare tutte le somme intimate.
Continua »
Licenziamento illegittimo e pensione: stop ai tagli risarcitori
Un dirigente pubblico ottiene la dichiarazione di illegittimità della risoluzione anticipata del proprio rapporto di lavoro, avvenuta durante un periodo di trattenimento in servizio già autorizzato. La Corte territoriale riconosce il diritto al risarcimento economico per le retribuzioni perse, ma decide di detrarre dall'importo complessivo le somme percepite a titolo di pensione di anzianità nello stesso intervallo. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del dirigente: in tema di licenziamento illegittimo e pensione, il trattamento pensionistico non costituisce un guadagno detraibile a titolo di compensazione. Il diritto previdenziale deriva infatti dai contributi versati durante la carriera e non dal recesso datoriale. Il datore di lavoro deve risarcire integralmente il danno senza alcuna decurtazione.
Continua »
Aliunde perceptum: detrazione dal danno da licenziamento
La Corte d'Appello di Trento ha affrontato il caso di un lavoratore il cui licenziamento era stato dichiarato nullo. La società datrice di lavoro ha ottenuto in appello la detrazione dell'aliunde perceptum, ovvero dei redditi guadagnati dal lavoratore presso un'altra ditta durante il periodo di estromissione, riducendo sensibilmente l'indennità risarcitoria dovuta.
Continua »
Licenziamento collettivo: due società e un solo datore reale
Un lavoratore ha impugnato il proprio licenziamento collettivo avviato da una compagnia aerea. I giudici hanno accertato che la società datrice di lavoro formale e un'altra azienda collegata costituivano un unico centro di imputazione di interessi e un'unica struttura aziendale. Di conseguenza, la selezione degli esuberi per il licenziamento collettivo doveva considerare la platea complessiva dei dipendenti di entrambe le società, non solo di quella formale. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del recesso, ordinando la reintegrazione del dipendente e il pagamento di un'indennità risarcitoria. Il risarcimento è stato calcolato fino a un massimo di dodici mensilità, tenendo conto di quanto eventualmente percepito per altre attività lavorative svolte nel periodo di estromissione. Il ricorso delle società è stato integralmente rigettato.
Continua »
Licenziamento collettivo nel gruppo: la Cassazione tutela la dipendente
Un gruppo aziendale del settore aereo ha avviato una procedura di licenziamento collettivo riducendo l'organico soltanto all'interno della società madre formalmente datrice di lavoro. La Lavoratrice ha impugnato il recesso sostenendo l'esistenza di un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro con un'altra società consociata. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità della procedura. Quando più imprese collegate costituiscono un'unica struttura organizzativa e decisionale, la comparazione dei dipendenti in esubero deve riguardare la totalità del personale di tutte le società coinvolte. I giudici hanno quindi confermato il diritto della Lavoratrice alla reintegrazione nel posto di lavoro e al risarcimento del danno, respingendo il ricorso aziendale.
Continua »
Licenziamento collettivo: rinuncia in Cassazione e reintegra
Una società di navigazione aerea intima un licenziamento collettivo a un proprio dipendente. I giudici di merito dichiarano illegittimo il recesso, accertando l'esistenza di un unico complesso aziendale tra le società coinvolte, e ordinano la reintegrazione e il risarcimento del lavoratore. Le società impugnano la sentenza dinanzi alla Corte di Cassazione. Tuttavia, prima dell'udienza, i liquidatori delle imprese rinunciano formalmente al ricorso. La Suprema Corte prende atto della rinuncia e dichiara estinto il giudizio. I giudici chiariscono inoltre che la rinuncia all'impugnazione non comporta l'obbligo di versare il doppio contributo unificato, poiché tale misura sanzionatoria si applica soltanto nei casi tipici di rigetto, inammissibilità o improcedibilità del ricorso.
Continua »
Licenziamento collettivo: illegittimo se esclude la collegata
Un dipendente ha impugnato il licenziamento collettivo intimato dalla propria azienda. Il lavoratore ha sostenuto che la procedura doveva coinvolgere anche i dipendenti di una società collegata. Le due aziende gestivano infatti l'attività come un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del recesso. I giudici hanno accertato la sostanziale unicità della struttura aziendale. Di conseguenza, la platea dei lavoratori da selezionare per il licenziamento collettivo doveva comprendere l'organico di entrambe le società. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso delle aziende. La decisione ha confermato la reintegrazione del lavoratore e la condanna al risarcimento del danno.
Continua »
Cessione di azienda invalida: l’azienda deve pagare due volte
Il caso riguarda un lavoratore il cui trasferimento a un'altra società è stato dichiarato nullo con sentenza definitiva. Nonostante la pronuncia, l'azienda originaria non ha riammesso in servizio il dipendente, il quale ha richiesto il pagamento delle retribuzioni dovute. L'azienda originaria si è opposta, sostenendo che le somme percepite dal lavoratore tramite un accordo transattivo con la società di fatto utilizzatrice dovessero essere detratte. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda, stabilendo che una cessione di azienda invalida genera due rapporti distinti: uno giuridico con il cedente e uno di fatto con il cessionario. Di conseguenza, le somme ottenute dal rapporto di fatto non possono ridurre il risarcimento dovuto dal datore di lavoro originario.
Continua »
Risoluzione automatica del contratto: no alla decadenza a catena
Il Direttore Amministrativo di un'Azienda Sanitaria veniva rimosso dall'incarico a seguito della decadenza del Direttore Generale, in applicazione di una legge regionale che prevedeva la risoluzione automatica del contratto dei collaboratori di vertice. La Corte di Cassazione, recependo la storica sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato incostituzionale tale automatismo per contrasto con i principi di buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione, ha accolto il ricorso del lavoratore. La Suprema Corte ha stabilito che la risoluzione automatica del contratto è illegittima e ha rinviato la causa alla Corte d'Appello per la quantificazione del risarcimento del danno, che deve essere pari a tutte le retribuzioni perse fino alla naturale scadenza del rapporto di lavoro.
Continua »
Cessione di ramo d’azienda inefficace: l’azienda paga due volte
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto di un lavoratore a ricevere le retribuzioni dal datore di lavoro originario dopo che è stata dichiarata una cessione di ramo d'azienda inefficace. Il dipendente era stato trasferito a un'altra società, con la quale aveva poi firmato una transazione. Tuttavia, la Suprema Corte ha chiarito che l'inefficacia del trasferimento crea due rapporti distinti: uno di fatto con la nuova società e uno giuridico, mai interrotto, con l'azienda originaria. Di conseguenza, l'accordo transattivo con la seconda impresa non cancella i doveri della prima. L'azienda originaria deve quindi pagare gli stipendi arretrati senza poter detrarre quanto ricevuto dal lavoratore dall'altra società. Vince il lavoratore.
Continua »
Cessione di ramo d’azienda: l’azienda perde e paga i danni
Un gruppo di dipendenti ha contestato la cessione di ramo d'azienda attuata dal proprio datore di lavoro a un'altra società. Dopo che i giudici hanno dichiarato nullo il trasferimento, ordinando il ripristino dei rapporti di lavoro originari, i lavoratori hanno chiesto il risarcimento dei danni per le differenze retributive non percepite durante il periodo del trasferimento illegittimo. L'azienda ha fatto ricorso contestando la qualificazione giuridica della domanda operata dai giudici. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'azienda, confermando che il giudice ha il potere di qualificare autonomamente la domanda se i fatti materiali sono provati. Una delle lavoratrici ha invece raggiunto un accordo transattivo separato.
Continua »
Licenziamento collettivo: la forma societaria cede alla realtà
Il Lavoratore ha impugnato il licenziamento collettivo intimato dalla sua formale datrice di lavoro, una compagnia aerea. I giudici di merito hanno accertato l'esistenza di un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro tra questa e un'altra società del gruppo, dichiarando illegittimo il recesso perché la platea dei lavoratori da licenziare non aveva incluso i dipendenti di entrambe le aziende. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso delle società, confermando che, in presenza di un'unica struttura aziendale, la procedura di licenziamento collettivo deve coinvolgere tutti i lavoratori del gruppo. Inoltre, la Corte ha chiarito che l'aliunde perceptum (i guadagni ottenuti altrove dal lavoratore) deve essere provato dal datore di lavoro e va detratto dal danno complessivo prima di applicare il tetto massimo delle dodici mensilità risarcitorie.
Continua »
Licenziamento collettivo: il gruppo unico batte la forma societaria
Un'assistente di volo ha impugnato il licenziamento collettivo intimato dalla sua compagnia aerea. I giudici hanno accertato l'esistenza di un unico centro di imputazione tra due società del gruppo, estendendo la platea dei lavoratori da considerare per gli esuberi. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del recesso perché la procedura non ha coinvolto l'intero personale del gruppo integrato. Inoltre, la Corte ha chiarito che l'aliunde perceptum (i guadagni ottenuti altrove) va sottratto dal danno complessivo effettivo e non direttamente dal tetto massimo delle dodici mensilità risarcitorie. Il ricorso delle società è stato rigettato.
Continua »
Licenziamento collettivo illegittimo: no ai tagli sul risarcimento
Due compagnie aeree formalmente distinte gestivano in realtà un'unica attività con personale e mezzi condivisi. A seguito di una procedura di riduzione del personale, un assistente di volo è stato licenziato. I giudici hanno accertato l'esistenza di un unico centro di imputazione tra le società, dichiarando il licenziamento collettivo illegittimo perché la scelta dei lavoratori in esubero non aveva considerato l'intero organico unificato delle due aziende. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del provvedimento e ha chiarito le regole sul risarcimento del danno. Le somme guadagnate altrove dal lavoratore (aliunde perceptum) vanno sottratte dal danno totale subito e non dal tetto massimo delle dodici mensilità risarcitorie. Il ricorso delle società è stato rigettato.
Continua »
Licenziamento collettivo: due aziende distinte, un solo datore
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento intimato a una lavoratrice nell'ambito di una procedura di mobilità. I giudici hanno accertato l'esistenza di un unico centro di imputazione tra due compagnie aeree formalmente distinte, ma integrate a livello gestionale e operativo. Di conseguenza, la platea dei dipendenti da considerare per gli esuberi doveva comprendere il personale di entrambe le società. Il licenziamento collettivo è stato quindi dichiarato illegittimo per la violazione dei criteri di scelta. La Suprema Corte ha inoltre chiarito che spetta al datore di lavoro provare i guadagni alternativi percepiti dal dipendente (aliunde perceptum) per ridurne il risarcimento, il quale non può comunque superare le dodici mensilità. Vince la lavoratrice, che ottiene la reintegrazione e il risarcimento del danno.
Continua »
Licenziamento collettivo: il finto gruppo non evita la reintegra
Una lavoratrice impugna il licenziamento collettivo intimato dalla sua azienda. I giudici accertano che la società datrice di lavoro e un'altra consociata costituiscono in realtà un unico centro di imputazione. Di conseguenza, la scelta dei dipendenti da licenziare doveva coinvolgere l'organico di entrambe le società e non solo di quella formale. La Corte di Cassazione conferma l'illegittimità del provvedimento e la condanna alla reintegrazione. Inoltre, chiarisce che spetta al datore di lavoro dimostrare l'eventuale aliunde perceptum (i guadagni ottenuti altrove dal lavoratore) per ridurre il risarcimento, il quale va calcolato sull'intero periodo di estromissione prima di applicare il tetto massimo di dodici mensilità.
Continua »