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Aliunde Perceptum

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298 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Cessione ramo d’azienda: doppio stipendio legittimo
La Corte di Cassazione, con ordinanza, ha stabilito un principio fondamentale in materia di cessione ramo d'azienda dichiarata illegittima. Se il datore di lavoro originario (cedente) non riammette in servizio il lavoratore, quest'ultimo ha diritto alla retribuzione completa, anche se nel frattempo ha lavorato e percepito uno stipendio dal nuovo datore (cessionario). La Corte ha chiarito che si creano due rapporti di lavoro distinti: uno 'de iure' con il cedente, che deve lo stipendio a causa del suo rifiuto illegittimo, e uno 'de facto' con il cessionario, che paga per la prestazione effettivamente ricevuta. Pertanto, le somme percepite dal cessionario non possono essere detratte da quanto dovuto dal cedente.
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Cessione ramo d’azienda: il doppio stipendio è lecito
La Corte di Cassazione ha confermato che, in caso di cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima, il lavoratore ha diritto a percepire sia la retribuzione dal datore di lavoro originario (cedente) sia quella dall'azienda che lo ha acquisito (cessionaria). La sentenza stabilisce che si vengono a creare due rapporti di lavoro paralleli e distinti: uno 'de iure' con il cedente, ripristinato giudizialmente, e uno 'de facto' con il cessionario, per il quale il lavoratore ha effettivamente prestato servizio. Di conseguenza, la retribuzione versata dal cessionario non può essere detratta da quella dovuta dal cedente, poiché non si tratta di un risarcimento del danno ma del corrispettivo per due obbligazioni distinte.
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Minimi tariffari: Cassazione e spese legali nel lavoro
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 20677/2025, ha rigettato il ricorso di un'azienda ristoratrice contro una sentenza di licenziamento illegittimo. Ha però accolto il ricorso incidentale del lavoratore, stabilendo un principio cruciale sulle spese legali: il giudice non può liquidare compensi inferiori ai minimi tariffari previsti. La Corte ha chiarito che il valore della controversia determina lo scaglione applicabile e che i minimi sono inderogabili, cassando la sentenza d'appello su questo specifico punto.
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Cessione ramo d’azienda: il diritto del lavoratore
La Corte di Cassazione conferma il diritto di alcuni lavoratori, inizialmente esclusi, a passare alle dipendenze della società acquirente in una cessione ramo d'azienda. La sentenza stabilisce che il criterio decisivo è il nesso funzionale e inscindibile tra le mansioni svolte dal lavoratore e il ramo ceduto, a prescindere dalla loro inclusione formale nell'accordo di cessione. Viene respinto il ricorso dell'azienda, che non è riuscita a provare l'estraneità dei lavoratori al ramo trasferito.
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Aliunde Perceptum: la prova spetta al Giudice?
La Cassazione ha stabilito che, in una causa per risarcimento danni da ritardata assunzione di un'insegnante, il giudice ha il potere di acquisire d'ufficio i documenti reddituali per calcolare l'aliunde perceptum, ovvero i guadagni alternativi percepiti dal lavoratore. La Corte ha respinto il ricorso della docente, confermando che la detrazione di tali redditi è un'eccezione in senso lato e la prova può essere ricercata attivamente dal tribunale, anche in assenza di una specifica contestazione del datore di lavoro pubblico.
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Indennità minima: 5 mesi garantiti nel Jobs Act
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di licenziamento orale illegittimo sotto il regime del Jobs Act, al lavoratore spetta un'indennità minima di cinque mensilità. Tale soglia non può essere ridotta o azzerata dalla detrazione di quanto percepito da una nuova occupazione (aliunde perceptum). La sentenza chiarisce che il diritto a questa tutela minima è incomprimibile, anche se il lavoratore trova un nuovo impiego subito dopo il licenziamento.
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Cessione ramo d’azienda: il diritto alla doppia paga
Una lavoratrice, illegittimamente trasferita attraverso una cessione ramo d'azienda, ha visto ripristinato il suo rapporto di lavoro con il datore originale. La Corte di Cassazione ha confermato che, se il datore di lavoro originale non la reintegra, deve corrisponderle l'intera retribuzione, anche se la lavoratrice ha continuato a lavorare e a percepire uno stipendio dalla nuova società. Il pagamento del cessionario non estingue il debito del cedente.
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Cessione ramo d’azienda: doppio stipendio legittimo?
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di cessione ramo d'azienda dichiarata illegittima, il lavoratore ha diritto alla retribuzione completa dal datore di lavoro originario (cedente) dal momento in cui offre la propria prestazione. La somma percepita dal datore di lavoro di fatto (cessionario) non può essere detratta, poiché si originano due rapporti di lavoro distinti: uno 'de iure' con il cedente e uno 'de facto' con il cessionario. La Corte ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando il principio della non detraibilità delle somme percepite altrove.
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Cessione ramo d’azienda: doppio stipendio legittimo
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 20314/2025, ha stabilito che in caso di cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima, il lavoratore ha diritto alla retribuzione sia dal datore di lavoro originario (cedente) che da quello di fatto (cessionario). La Corte ha chiarito che si configurano due rapporti di lavoro distinti: uno 'de iure' ripristinato con il cedente e uno 'de facto' proseguito con il cessionario. Di conseguenza, la retribuzione versata da quest'ultimo non può essere detratta da quella dovuta dal cedente, poiché non si applica il principio della 'compensatio lucri cum damno'.
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Risarcimento del danno per mancata assunzione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di una società al risarcimento del danno per mancata assunzione. È stato chiarito che l'incentivo all'esodo percepito dal lavoratore dal precedente datore di lavoro non può essere detratto dal risarcimento, in quanto ha una causa giuridica diversa e non è un guadagno derivante dall'inadempimento della società.
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Indennità forfetizzata: Cassazione sul danno da termine
In un caso di conversione di un contratto di somministrazione a termine in contratto a tempo indeterminato, la Corte di Cassazione ha stabilito che il risarcimento del danno per il lavoratore non corrisponde alle retribuzioni perse, ma deve essere liquidato tramite l'indennità forfetizzata prevista dall'art. 32 della L. 183/2010. Questa indennità, definita come una 'penale ex lege', è onnicomprensiva e prescinde dalla prova del danno effettivo, uniformando il criterio risarcitorio.
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Liquidazione spese processuali: la decisione del giudice
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di un giudice di merito di compensare parzialmente le spese legali, nonostante la vittoria della parte attrice sulla richiesta principale. La sentenza sottolinea l'ampia discrezionalità del giudice nella liquidazione spese processuali, giustificata in questo caso dalla complessità generale del contenzioso e dall'esito delle varie fasi processuali. L'appello del vincitore, volto a ottenere il rimborso integrale, è stato respinto.
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Licenziamento senza motivi: nullo con reintegra
La sentenza analizza un caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo in cui la lettera di recesso era totalmente priva di motivazione. Il Tribunale ha dichiarato il licenziamento nullo, e non solo inefficace, a causa della totale assenza delle ragioni fondanti la scelta espulsiva. Di conseguenza, ha ordinato la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, la corresponsione di un'indennità risarcitoria pari alle retribuzioni perse e il pagamento delle somme dovute ma non corrisposte, data anche la contumacia dell'azienda.
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Onere della prova licenziamento: chi paga il conto?
Con la sentenza n. 7647/2019, la Cassazione Civile, Sezione Lavoro, ha affrontato il tema dell'onere della prova nel licenziamento illegittimo. Un istituto di credito, condannato a risarcire un dipendente, sosteneva che il risarcimento dovesse essere ridotto per la mancata ricerca di un nuovo lavoro da parte di quest'ultimo. La Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'onere della prova della negligenza del lavoratore grava interamente sul datore di lavoro, il quale deve allegare fatti specifici e non può limitarsi a una contestazione generica.
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Responsabilità della banca: vendita diamanti e doveri
La Corte d'Appello di Torino ha riformato una sentenza di primo grado, affermando la responsabilità della banca per la vendita di diamanti a un prezzo gonfiato. Anche se la banca agiva solo come "segnalatore" e non era parte del contratto di compravendita, la sua condotta ha generato un "contatto sociale qualificato", fonte di obblighi di protezione e informazione verso la cliente. La Corte ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno, pari alla differenza tra il prezzo pagato e il valore reale dei diamanti, rigettando l'eccezione di prescrizione sollevata dalla banca.
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Ritardata assunzione: il calcolo del danno
Un lavoratore, cui era stato riconosciuto il diritto all'assunzione in un ente pubblico, ha agito per ottenere il risarcimento per il ritardo con cui è stato effettivamente assunto. La Corte d'Appello ha confermato la decisione di primo grado, liquidando il danno patrimoniale in via equitativa al 50% delle retribuzioni nette non percepite. La motivazione si fonda sul fatto che il danno da ritardata assunzione non corrisponde automaticamente all'intero stipendio, ma deve tenere conto dei vantaggi che il lavoratore ha conseguito nel periodo, come la possibilità di svolgere altri incarichi retribuiti. Le domande di danno biologico e relazionale sono state respinte per carenza di prova.
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Risarcimento danno ritardata assunzione: limiti
Una docente, dopo aver atteso 14 anni per una nomina in ruolo illegittimamente ritardata dall'Amministrazione, ottiene in via definitiva il pieno risarcimento del danno per la ritardata assunzione. La Corte di Cassazione, e per essa la Corte d'Appello in sede di rinvio, ha stabilito che non si può pretendere dal lavoratore di compiere sacrifici "gravosi o eccezionali", come trasferirsi in un'altra regione per un lavoro precario, al solo fine di mitigare il danno causato dall'ente. La sentenza condanna quindi l'Amministrazione a versare tutte le retribuzioni perse, detratto solo quanto effettivamente guadagnato altrove dalla lavoratrice.
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Obbligo di repêchage: onere della prova del datore
Il Tribunale di Milano ha dichiarato illegittimo un licenziamento per giustificato motivo oggettivo a causa della violazione dell'obbligo di repêchage. La sentenza ribadisce che spetta esclusivamente al datore di lavoro l'onere di provare, in modo specifico e non generico, l'impossibilità di ricollocare il lavoratore in altre mansioni all'interno dell'azienda.
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