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Aliunde Perceptum

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298 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Licenziamento: calcolo su retribuzione globale di fatto
Una lavoratrice ottiene dal giudice la reintegra sul posto di lavoro per licenziamento illegittimo. La dipendente richiede il risarcimento del danno parametrato sugli incrementi stipendiali maturati durante il periodo di allontanamento forzato. Il datore di lavoro contesta tali conteggi ed esige la restituzione del trattamento di fine rapporto. La Corte d'Appello riduce l'indennizzo escludendo gli sviluppi salariali successivi all'espulsione e condanna la dipendente a restituire delle somme. La Corte di Cassazione ribalta la decisione e accoglie le ragioni della donna. I giudici stabiliscono che la retribuzione globale di fatto comprende tutte le voci retributive ordinarie e gli aumenti salariali che la dipendente avrebbe regolarmente percepito lavorando.
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Licenziamento Collettivo: La Cassazione Conferma Reintegrazione per Criteri di Scelta Violati
Un Lavoratore è stato licenziato nell'ambito di un **licenziamento collettivo** da una Compagnia Aerea. La Corte d'Appello ha dichiarato il licenziamento illegittimo, ordinando la reintegrazione del Lavoratore e il pagamento di un'indennità. La Corte ha ritenuto che la Compagnia Aerea avesse violato i **criteri di scelta** previsti dalla legge, non avendo effettuato una comparazione oggettiva tra i lavoratori. La Compagnia Aerea ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la decisione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la necessità di una comparazione ampia e oggettiva dei lavoratori e l'onere del datore di lavoro di provare la corretta applicazione dei criteri.
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Licenziamento collettivo e criteri di scelta: ok alla reintegra
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento collettivo e criteri di scelta errati applicati da un'azienda in crisi. Il datore di lavoro aveva inquadrato erroneamente un dipendente basandosi sulle qualifiche formali anziché sulle mansioni effettivamente svolte ed omettendo le sue abilitazioni tecniche. Inoltre, la comunicazione finale difettava di trasparenza sulle modalità di selezione. I giudici hanno confermato l'annullamento del recesso, la reintegrazione del lavoratore e il risarcimento di dodici mensilità. La Suprema Corte ha altresì stabilito che il trasferimento d'azienda comporta il passaggio del rapporto di lavoro alla società subentrante, rendendo inopponibili al dipendente gli accordi sindacali che ne prevedevano l'esclusione. Le società datrici sono state condannate al pagamento delle spese di giudizio.
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Ritardata Assunzione Pubblica: Danno Risarcibile per il Lavoratore
Un Lavoratore ha vinto un concorso pubblico per dirigente tecnico presso un'Amministrazione. L'Amministrazione ha ritardato la sua assunzione con un provvedimento poi annullato. La Corte di Cassazione ha confermato il diritto del Lavoratore al risarcimento danni per ritardata assunzione. Questo risarcimento include il mancato guadagno (differenza tra quanto avrebbe percepito e quanto effettivamente guadagnato altrove, il cosiddetto "aliunde perceptum") e la perdita di chance. La Corte ha ribadito che l'Amministrazione deve risarcire il danno causato da un provvedimento illegittimo che ha impedito l'immediata immissione in ruolo.
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Licenziamento nullo: vale la retribuzione globale di fatto
Una lavoratrice ha ottenuto l'annullamento del proprio licenziamento illegittimo con reintegra nel posto di lavoro. Successivamente è sorto un contenzioso economico con il datore di lavoro per determinare l'esatto risarcimento dovuto. La corte territoriale aveva escluso gli aumenti retributivi maturati durante l'allontanamento, ordinando alla dipendente di restituire delle somme. La Suprema Corte ha invece stabilito che la retribuzione globale di fatto deve comprendere tutte le voci stipendiali continuative che la dipendente avrebbe effettivamente incassato lavorando. Di conseguenza, i giudici hanno riconosciuto alla lavoratrice le differenze retributive spettanti e condannato la società al pagamento finale del saldo dovuto.
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Cessione di ramo d’azienda: accordo col terzo e tutele salve
Alcuni dipendenti hanno impugnato la cessione del loro rapporto di lavoro verso una nuova società. I giudici hanno dichiarato illegittima la cessione di ramo d'azienda. Nel frattempo, i lavoratori sono stati licenziati dalla società acquirente e hanno firmato una conciliazione con incentivo all'esodo. L'azienda cedente ha quindi sostenuto che tale accordo avesse cancellato ogni legame di lavoro originario, rifiutando di pagare le retribuzioni dovute. La Corte di Cassazione ha dato ragione ai lavoratori. Quando il trasferimento d'azienda è nullo, si creano due relazioni distinte: un rapporto di fatto con l'acquirente e un rapporto giuridico mai interrotto con il cedente originario. La transazione firmata con la società subentrata non produce alcun effetto verso l'azienda cedente, la quale deve reintegrare i dipendenti e versare tutti gli stipendi maturati.
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Cessione di Ramo d’Azienda Illegittima: Retribuzioni non Risarcimento
Una lavoratrice ha chiesto il pagamento di somme all'Azienda originaria dopo che la `cessione di ramo d'azienda illegittima` era stata dichiarata inefficace. La Corte d'Appello aveva negato il pagamento, applicando il principio dell'aliunde perceptum (deducendo quanto guadagnato altrove). La Corte di Cassazione ha ribaltato questa decisione. Ha stabilito che le somme dovute in questi casi hanno natura retributiva, non risarcitoria. Di conseguenza, il principio dell'aliunde perceptum non si applica. La lavoratrice ha diritto a ricevere le retribuzioni non pagate, senza alcuna detrazione per quanto percepito lavorando per l'azienda cessionaria.
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Licenziamento Illegittimo: L’Azienda Rinuncia, la Lavoratrice Vince
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di licenziamento illegittimo di una lavoratrice, inizialmente dichiarato tale dalla Corte d'Appello. Quest'ultima aveva riconosciuto l'esistenza di un unico complesso aziendale tra due società, imponendo all'azienda di considerare tutti i dipendenti per la procedura di licenziamento collettivo. La lavoratrice aveva ottenuto la reintegrazione e un'indennità. L'azienda ha presentato ricorso in Cassazione, ma ha poi rinunciato. La Suprema Corte ha quindi dichiarato il processo estinto e ha condannato l'azienda ricorrente a pagare le spese legali alla lavoratrice, confermando di fatto la decisione precedente a favore della dipendente.
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Licenziamento collettivo: illegittimo se ristretto a un’azienda
Due compagnie aeree del medesimo gruppo societario impugnano la decisione che ha annullato il licenziamento di una lavoratrice. La dipendente era stata estromessa a seguito di una procedura di mobilità ristretta a una sola delle due entità. I giudici rilevano che tra le società esisteva una reale compenetrazione aziendale e un unico centro decisionale. Di conseguenza, il licenziamento collettivo doveva estendersi alla platea complessiva dei dipendenti di entrambe le aziende. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso delle società, confermando l'illegittimità del recesso e il diritto della lavoratrice alla reintegrazione. I giudici chiariscono inoltre che spetta al datore di lavoro l'onere di provare eventuali guadagni alternativi della dipendente per ridurre l'indennità risarcitoria.
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Scatti di anzianità docenti precari: stop a tagli e detrazioni
Docenti precari hanno chiesto il riconoscimento economico dell'anzianità di servizio maturata durante i contratti a termine. La Corte d'Appello aveva riconosciuto le differenze retributive, ma aveva detratto l'indennità di disoccupazione e l'indennità per ferie non godute percepite durante le pause contrattuali. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei lavoratori. Il principio europeo di non discriminazione impone di riconoscere gli scatti di anzianità docenti precari senza decurtare tali indennità. L'indennità per ferie non godute compensa un diritto non fruito, mentre la disoccupazione sostiene l'insegnante privo di lavoro dopo la scadenza del contratto. Tali somme non costituiscono voci retributive ordinarie comparabili con il lavoro a tempo indeterminato. Il Ministero deve quindi pagare tutte le differenze stipendiali maturate nel quinquennio precedente.
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Licenziamento collettivo tra società unite: vince la lavoratrice
Una lavoratrice, impiegata come assistente di volo, ha impugnato il licenziamento collettivo intimato dalla propria azienda. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del provvedimento. I giudici hanno accertato che la società datoriale formale e un'altra compagnia aerea appartenente allo stesso gruppo costituivano un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro. Per questo motivo, l'azienda doveva individuare il personale in esubero valutando l'organico di entrambe le società e non limitandosi a una sola. La Cassazione ha stabilito che la procedura di licenziamento collettivo deve abbracciare la complessa realtà aziendale unitaria. Inoltre, i giudici hanno chiarito i criteri per il calcolo del risarcimento del danno e la detrazione dei guadagni percepiti altrove dal lavoratore. Il ricorso della società è stato definitivamente rigettato.
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Licenziamento collettivo: illegittimo se esclude la consociata
Una compagnia aerea ha impugnato la sentenza che dichiarava illegittimo il licenziamento collettivo di un assistente di volo. I giudici di merito avevano accertato che la società e una consociata formavano un unico centro di imputazione dei rapporti di lavoro, estendendo la platea dei lavoratori da comparare a entrambe le aziende. La Cassazione ha confermato che, in presenza di una struttura aziendale unitaria, il licenziamento collettivo deve considerare la totalità del personale interessato e non solo quello della società formale datrice di lavoro. Inoltre, la Corte ha ribadito che spetta al datore di lavoro l'onere di provare i guadagni percepiti altrove dal lavoratore per ridurne il risarcimento. Il ricorso dell'azienda è stato integralmente respinto.
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Licenziamento: Aziende rinunciano, ma il principio dell’Unico centro di imputazione del rapporto di lavoro resiste
Una lavoratrice, licenziata da due società aeree, ha ottenuto la reintegrazione e un risarcimento. La Corte d'Appello aveva riconosciuto un "unico centro di imputazione del rapporto di lavoro" tra le due aziende. Le Società Aeree hanno presentato ricorso in Cassazione, contestando tale riconoscimento e la non detraibilità dell'aliunde perceptum dal risarcimento. Tuttavia, hanno poi rinunciato al ricorso. La Corte di Cassazione ha dichiarato estinto il giudizio e ha condannato le Società Aeree a pagare le spese legali alla Lavoratrice. La Corte ha anche evidenziato che, in base alla sua giurisprudenza, il ricorso delle aziende sarebbe stato probabilmente respinto, confermando il principio dell'unico centro di imputazione del rapporto di lavoro.
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Licenziamento illegittimo: l’azienda rinuncia, ma paga le spese legali
Una lavoratrice ha subito un licenziamento illegittimo da parte di un'azienda in liquidazione. I giudici di merito hanno riconosciuto la codatorialità tra l'azienda e un'altra società del gruppo, ordinando la reintegrazione della lavoratrice e un'indennità risarcitoria. L'azienda ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo l'autonomia delle due entità e contestando l'indennità. Tuttavia, ha poi rinunciato al ricorso. La Corte di Cassazione ha dichiarato estinto il processo e ha condannato l'azienda al pagamento delle spese legali, applicando il principio della soccombenza virtuale e confermando implicitamente la configurabilità di un unico soggetto datoriale e la non detraibilità dell'aliunde perceptum per il licenziamento illegittimo.
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Notaio Condannato: La Responsabilità del Notaio in Frode Bancaria
La Corte di Cassazione ha confermato la piena responsabilità del notaio in una maxi frode bancaria. Il notaio aveva stipulato 181 mutui ipotecari fraudolenti, con beni sovrastimati o inesistenti, causando ingenti danni a una banca. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso del notaio, escludendo la corresponsabilità della banca e la riduzione del danno per presunti recuperi. La decisione ribadisce l'importanza della diligenza professionale e la **responsabilità del notaio** per gravi omissioni in contesti fraudolenti.
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Licenziamento Illegittimo: La Cassazione e la Tempestività Disciplinare
Un Lavoratore, dipendente di un Ente Locale, è stato licenziato. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno dichiarato il licenziamento illegittimo per la mancata tempestività procedimento disciplinare. L'Ente Locale ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che il procedimento fosse stato avviato nei termini. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Ente, confermando l'illegittimità del licenziamento. Ha ribadito che il termine per avviare il procedimento disciplinare decorre da quando l'ufficio competente ha una "notizia di infrazione" completa e idonea. Il Lavoratore ha quindi diritto alla reintegrazione e al risarcimento del danno.
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Mancata assunzione: il giudice non può azzerare il risarcimento
Una lavoratrice ha citato in giudizio un'Azienda Sanitaria per ottenere il risarcimento dei danni da mancata assunzione a seguito di una graduatoria concorsuale. La Corte d'Appello aveva quantificato il danno nella metà delle retribuzioni perse, detraendo i compensi da contratti a termine. La lavoratrice ha fatto ricorso per ottenere il risarcimento integrale, ma il giudice di rinvio ha respinto totalmente la sua domanda. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della lavoratrice, rilevando la violazione del divieto di peggiorare la sua posizione senza impugnazione dell'ente sanitario. I giudici supremi hanno quindi confermato il diritto al risarcimento del 50% delle retribuzioni detratto l'eventuale guadagno percepito.
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Risarcimento danni da tardiva assunzione: vince la dipendente
Una lavoratrice vince un concorso pubblico, ma l'ente pubblico ritarda la sua immissione in servizio per ben otto anni. La Pubblica Amministrazione giustifica l'attesa con la richiesta di un parere regionale. La Corte di Cassazione conferma la condanna dell'ente pubblico al pagamento del risarcimento danni da tardiva assunzione, pari agli stipendi persi e al trattamento di fine rapporto non percepito per un valore superiore a 200.000 euro, oltre al versamento dei contributi previdenziali all'ente di previdenza. I giudici stabiliscono che il danno corrisponde alle retribuzioni non ricevute e che spetta all'amministrazione dimostrare un eventuale altro guadagno della lavoratrice. Il ricorso della Pubblica Amministrazione viene integralmente rigettato con condanna alle spese.
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Opposizione a precetto nel lavoro: la svolta della sentenza
Il Lavoratore ha intimato un pagamento all'Azienda dopo un licenziamento dichiarato illegittimo. L'Azienda ha presentato opposizione a precetto nel lavoro, contestando la somma pretesa e la mancata detrazione del ricavo da altri impieghi (aliunde perceptum). Dopo che i giudici di appello hanno ridotto parzialmente l'importo dovuto, l'Azienda si è rivolta alla Corte di Cassazione. Nel frattempo, una nuova sentenza di appello ha ribaltato completamente il merito della causa, accertando la legittimità del licenziamento e rigettando le domande del dipendente. Di fronte a questo mutamento del quadro giuridico, la Corte di Cassazione ha sospeso la decisione e rinviato la causa a nuovo ruolo per consentire la discussione tra le parti sulla perdita di efficacia del titolo esecutivo originario.
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Risarcimento per mancata assunzione: pesano i redditi alternativi
Un lavoratore ha fatto causa a una società pubblica di gestione rifiuti per ottenere l'assunzione obbligatoria e il risarcimento dei danni per il periodo di ritardo. La Corte di Appello ha accolto la richiesta, condannando l'azienda a pagare tutte le retribuzioni non percepite. Tuttavia, il datore di lavoro ha dimostrato che, nel frattempo, il dipendente aveva trovato un altro impiego a tempo indeterminato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'azienda: nel determinare il risarcimento per mancata assunzione, il giudice deve verificare e sottrarre i guadagni percepiti altrove dal lavoratore. La causa torna quindi ai giudici di merito per il ricalcolo della somma.
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