Malattia Professionale Tabellata: La Prova delle Mansioni è Sempre Necessaria
Il riconoscimento di una malattia professionale tabellata è spesso percepito come un percorso più agevole per il lavoratore, grazie alla presunzione legale del nesso di causalità. Tuttavia, una recente sentenza della Corte d’Appello di Salerno ci ricorda un principio fondamentale: la presunzione non scatta automaticamente. Il lavoratore deve prima fornire una prova rigorosa e dettagliata delle mansioni specifiche che lo hanno esposto al rischio. Analizziamo insieme questo caso per capire quali sono gli oneri probatori a carico del lavoratore.
I Fatti del Caso: La Richiesta di un Operaio Edile
Un operaio edile, dopo una lunga carriera lavorativa dal 1973 al 2020, ha citato in giudizio l’ente previdenziale per ottenere il riconoscimento di diverse patologie invalidanti al ginocchio (tra cui gonartrosi, meniscopatia e tendinosi). A suo dire, tali patologie erano la diretta conseguenza delle mansioni usuranti svolte per decenni, caratterizzate da movimentazione manuale di carichi, posture incongrue, appoggio prolungato sulle ginocchia e sovraccarico biomeccanico. Dopo il rigetto della sua domanda in sede amministrativa, il lavoratore si è rivolto al Tribunale, che ha respinto il ricorso per insufficienza di prove. Contro questa decisione, l’operaio ha proposto appello.
La Decisione dei Giudici sull’Onere della Prova nella Malattia Professionale Tabellata
La Corte d’Appello ha confermato la decisione di primo grado, rigettando l’appello del lavoratore. Il punto centrale della controversia era la natura della malattia: il lavoratore sosteneva si trattasse di una malattia professionale tabellata, il che avrebbe dovuto invertire l’onere della prova, costringendo l’ente a dimostrare l’assenza del nesso causale. I giudici, tuttavia, hanno chiarito un aspetto cruciale: l’inserimento di una patologia nelle tabelle esonera il lavoratore dal provare il nesso di causalità, ma non dall’onere di dimostrare di aver svolto proprio le lavorazioni a cui quella malattia è espressamente correlata. Nel caso di specie, il lavoratore non è riuscito a fornire questa prova specifica.
Le Motivazioni
La Corte ha ritenuto che le prove richieste dal lavoratore fossero inammissibili. I capitoli di prova presentati per i testimoni erano formulati in modo generico e valutativo. Si chiedeva ai testimoni di confermare se la movimentazione manuale fosse “sistematica”, le posture “incongrue” o l’appoggio sulle ginocchia “prolungato”. Questi termini, secondo i giudici, non descrivono fatti concreti, ma esprimono un giudizio, una valutazione che spetta esclusivamente al giudice e non al testimone. Un testimone deve riferire su circostanze precise e dettagliate (es. “per quante ore al giorno il lavoratore stava in ginocchio?”, “quali pesi sollevava e con quale frequenza?”), non esprimere opinioni. A causa di questa genericità, la prova è stata ritenuta inutile. Di conseguenza, non avendo il lavoratore provato le specifiche mansioni usuranti, è venuto meno il presupposto per considerare la malattia come “tabellata” e per disporre una CTU, la quale sarebbe risultata meramente esplorativa e finalizzata a colmare le lacune probatorie del ricorrente.
Conclusioni
Questa sentenza offre una lezione importante per chiunque intenda chiedere il riconoscimento di una malattia professionale tabellata. Non basta affermare di aver svolto un certo lavoro e di soffrire di una patologia correlata. È indispensabile articolare le prove in modo estremamente specifico e fattuale. Bisogna descrivere nel dettaglio i movimenti, i carichi, le posture e i tempi delle attività a rischio, fornendo al giudice tutti gli elementi concreti per valutare l’effettiva esposizione. Una prova generica o valutativa è destinata a essere respinta, rendendo vano il tentativo di ottenere l’indennizzo cui si avrebbe diritto.
Per ottenere il riconoscimento di una malattia professionale tabellata, basta dimostrare di avere la patologia e di aver svolto una certa professione?
No. Secondo la sentenza, il lavoratore deve dimostrare specificamente di aver svolto le “lavorazioni cui la malattia è espressamente correlata” nelle tabelle di legge. Una prova generica delle proprie mansioni non è sufficiente a far scattare la presunzione del nesso di causalità.
Perché il giudice ha rifiutato di ascoltare i testimoni proposti dal lavoratore?
Il giudice ha ritenuto le domande da porre ai testimoni (capitoli di prova) inammissibili perché erano formulate in modo generico e valutativo. Chiedere se una postura fosse “incongrua” o un’attività “sistematica” richiede una valutazione che spetta al giudice, non una descrizione di fatti che spetta al testimone.
Se un lavoratore non riesce a provare le mansioni specifiche, il giudice può ordinare una CTU per accertare il nesso di causalità?
No. La sentenza chiarisce che la Consulenza Tecnica d’Ufficio (CTU) non può avere carattere “esplorativo”, ovvero non può essere utilizzata per sopperire alle carenze di prova di una parte. Se manca la prova fondamentale delle mansioni svolte, la CTU diventa inutile e non viene ammessa.