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Aliunde perceptum: quando si riduce il risarcimento

L’appello di un lavoratore contro la riduzione del risarcimento per licenziamento illegittimo è stato respinto. La Corte di Cassazione ha confermato che l’eccezione di aliunde perceptum, ovvero i redditi percepiti altrove, è valida anche se sollevata per la prima volta nel giudizio di rinvio. Il risarcimento è stato limitato a tre anni di retribuzione, presumendo che il lavoratore, appartenente a categorie protette, avrebbe dovuto trovare un nuovo impiego in tale periodo se si fosse attivato con diligenza.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 31594 Anno 2023
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Pubblicato il 20 febbraio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Aliunde Perceptum: Risarcimento Ridotto se il Lavoratore Non Cerca Lavoro

L’ordinanza della Corte di Cassazione in esame affronta un tema cruciale nel diritto del lavoro: la quantificazione del risarcimento del danno spettante al lavoratore in caso di licenziamento illegittimo e, in particolare, la rilevanza dell’aliunde perceptum e percipiendum. La Suprema Corte chiarisce quando e come il datore di lavoro può ottenere una riduzione dell’importo risarcitorio, anche sollevando l’eccezione in una fase avanzata del processo come il giudizio di rinvio. La decisione sottolinea il dovere di diligenza del lavoratore nel limitare il proprio danno cercando una nuova occupazione.

I Fatti del Caso

La vicenda giudiziaria ha origine dal licenziamento di un lavoratore, intimato in data 1° luglio 2009. A seguito di un lungo iter processuale, che ha visto anche un primo intervento della Corte di Cassazione, la Corte d’Appello, in sede di rinvio, ha dichiarato l’illegittimità del licenziamento. Di conseguenza, ha ordinato la reintegra del dipendente nel posto di lavoro e ha condannato la società datrice di lavoro al pagamento di un’indennità risarcitoria.

Tuttavia, la Corte territoriale ha accolto un’eccezione sollevata dall’azienda, limitando l’entità del risarcimento. La società aveva infatti eccepito il cosiddetto aliunde perceptum vel percipiendum, sostenendo che il lavoratore avrebbe potuto e dovuto trovare un’altra occupazione, riducendo così il danno subito. La Corte d’Appello ha quindi fissato l’indennità in un importo pari a tre annualità dell’ultima retribuzione globale di fatto, oltre accessori e spese.

Il lavoratore ha impugnato questa decisione dinanzi alla Corte di Cassazione, contestando la possibilità per il datore di lavoro di sollevare tale eccezione per la prima volta nel giudizio di rinvio e criticando la limitazione del risarcimento basata su una presunzione di rioccupazione.

La Decisione della Corte di Cassazione sull’Aliunde Perceptum

La Corte di Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso del lavoratore, confermando la sentenza della Corte d’Appello. I giudici di legittimità hanno ribadito alcuni principi fondamentali in materia di risarcimento del danno da licenziamento illegittimo.

In primo luogo, hanno stabilito che l’eccezione relativa all’aliunde perceptum non costituisce un’eccezione in senso stretto, ma è rilevabile anche d’ufficio dal giudice. Questo significa che può essere presa in considerazione anche in assenza di una specifica e tempestiva richiesta della parte datoriale, purché i fatti su cui si fonda (la rioccupazione del lavoratore) siano stati ritualmente acquisiti al processo. Di conseguenza, è ammissibile che tale questione venga sollevata anche nel giudizio di rinvio.

In secondo luogo, la Corte ha validato il ragionamento presuntivo della Corte d’Appello riguardo alla limitazione del risarcimento. Poiché il lavoratore apparteneva alle categorie protette e beneficiava del collocamento mirato, i giudici hanno ritenuto ragionevole presumere che, se si fosse attivato diligentemente iscrivendosi alle apposite liste, avrebbe trovato una nuova occupazione entro un triennio. L’onere di provare di essersi attivato senza successo gravava sul lavoratore stesso.

Le Motivazioni

Le motivazioni della Suprema Corte si fondano su un consolidato orientamento giurisprudenziale. L’aliunde perceptum attiene alla quantificazione del danno e non all’esistenza del diritto al risarcimento. Non essendo un’eccezione in senso stretto, la sua valutazione non è soggetta alle preclusioni processuali tipiche delle difese che devono essere sollevate nei primi atti del giudizio. La Corte ha precisato che, secondo l’art. 1227, comma 2, del Codice Civile, il creditore (in questo caso, il lavoratore) ha un dovere di cooperazione per non aggravare il danno subito. Tale dovere non si esaurisce in un comportamento meramente passivo (non peggiorare la situazione), ma richiede un intervento attivo e positivo volto a limitare le conseguenze dannose, come appunto la ricerca diligente di un nuovo impiego.

La limitazione del risarcimento a tre anni non è stata arbitraria, ma basata su una presunzione fondata su un fatto noto: l’appartenenza del lavoratore alle categorie protette. La legge prevede per queste categorie strumenti specifici (collocamento mirato) per favorire l’inserimento lavorativo. La Corte ha ritenuto che, in assenza di prova contraria da parte del lavoratore (come la dimostrazione di essersi iscritto alle liste senza aver ricevuto offerte), fosse legittimo presumere che la sua inoccupazione prolungata non fosse più causalmente riconducibile al licenziamento originario, ma a una sua inerzia.

Le Conclusioni

L’ordinanza in esame rafforza il principio secondo cui il lavoratore licenziato illegittimamente non può rimanere inerte confidando in un risarcimento integrale e senza limiti temporali. Egli è tenuto, secondo un principio di correttezza e buona fede, ad attivarsi per cercare una nuova occupazione. La decisione chiarisce che il datore di lavoro può far valere questa inerzia per ridurre l’onere risarcitorio, e può farlo anche in una fase avanzata del giudizio, come quello di rinvio.

Per i lavoratori, ciò significa che è fondamentale documentare ogni sforzo compiuto per trovare un nuovo lavoro (iscrizione ai centri per l’impiego, invio di curriculum, partecipazione a colloqui). Per i datori di lavoro, la sentenza conferma la possibilità di difendersi non solo sulla legittimità del licenziamento, ma anche sulla quantificazione del danno, valorizzando il comportamento tenuto dal lavoratore dopo la cessazione del rapporto.

È possibile chiedere la riduzione del risarcimento per aliunde perceptum per la prima volta nel giudizio di rinvio?
Sì. Secondo la Corte di Cassazione, l’eccezione di aliunde perceptum non è un’eccezione in senso stretto ma è rilevabile d’ufficio. Pertanto, può essere proposta e valutata anche nel giudizio di rinvio, a condizione che i fatti relativi alla nuova occupazione del lavoratore siano stati regolarmente introdotti nel processo.

Perché il risarcimento del danno è stato limitato a tre anni di retribuzione?
Il risarcimento è stato limitato sulla base di una presunzione. Poiché il lavoratore apparteneva alle categorie protette e poteva beneficiare del collocamento mirato, la Corte ha presunto che, se avesse agito con l’ordinaria diligenza (iscrivendosi alle apposite liste), avrebbe trovato una nuova occupazione entro tre anni. La prolungata inoccupazione oltre questo termine non è stata più considerata una conseguenza diretta del licenziamento.

Un lavoratore licenziato ha sempre l’obbligo di cercare un nuovo lavoro per non perdere parte del risarcimento?
Sì. In base all’art. 1227 c.c., il lavoratore (creditore) ha il dovere di usare l’ordinaria diligenza per evitare di aggravare il danno. Questo implica un comportamento attivo e positivo, come la ricerca di una nuova occupazione. L’inerzia del lavoratore può portare a una riduzione del risarcimento dovuto dal datore di lavoro.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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