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Aliunde perceptum: la prova nel licenziamento

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 1849/2023, ha affrontato il tema del calcolo del risarcimento danni a seguito di licenziamento illegittimo, focalizzandosi sull’istituto dell’aliunde perceptum. La decisione chiarisce che il datore di lavoro ha l’onere di provare rigorosamente le somme percepite dal lavoratore presso altri impieghi per ottenerne la detrazione dal risarcimento. La Corte sottolinea che non basta una generica allegazione, ma serve una prova specifica dei redditi alternativi o della colpevole inerzia del dipendente nella ricerca di un nuovo lavoro.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 1849 Anno 2023
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Aliunde perceptum: la prova nel licenziamento

La determinazione del risarcimento spettante a un lavoratore dopo un licenziamento illegittimo ruota spesso attorno al concetto di aliunde perceptum. Questo termine identifica i guadagni che il dipendente ha ottenuto lavorando per altri soggetti nel periodo in cui è rimasto lontano dall’azienda. La recente ordinanza della Corte di Cassazione n. 1849/2023 offre importanti chiarimenti su come questo valore debba essere provato in giudizio.

Il quadro normativo e il calcolo del danno

Quando un giudice dichiara l’illegittimità di un licenziamento e ordina la reintegrazione, il datore di lavoro è tenuto a risarcire il danno subito dal dipendente. Tale danno è generalmente pari alle retribuzioni perse. Tuttavia, per evitare un ingiustificato arricchimento del lavoratore, la legge prevede che dal totale vadano sottratte le somme che quest’ultimo ha percepito svolgendo altre attività lavorative, ovvero l’aliunde perceptum.

Esiste anche la figura dell’aliunde percipiendum, che riguarda ciò che il lavoratore avrebbe potuto guadagnare se avesse cercato attivamente un nuovo impiego. Entrambe le voci mirano a rendere il risarcimento equo e proporzionato all’effettivo pregiudizio economico subito.

La decisione della Cassazione n. 1849/2023

Nella vicenda esaminata, la Suprema Corte ha ribadito un principio fondamentale: l’onere della prova grava interamente sul datore di lavoro. L’azienda che intende ridurre l’ammontare del risarcimento deve dimostrare concretamente che il lavoratore ha percepito altri redditi o che è rimasto inattivo per sua colpa.

La Corte ha specificato che non è sufficiente ipotizzare che il lavoratore abbia trovato un altro impiego. È necessaria una prova documentale o testimoniale precisa. Se il datore di lavoro non assolve a questo onere, il giudice non può procedere a una riduzione d’ufficio del risarcimento basata su semplici presunzioni non supportate da fatti certi.

Implicazioni pratiche per aziende e lavoratori

Per le aziende, questa sentenza sottolinea l’importanza di monitorare, ove possibile e legalmente consentito, il percorso professionale del dipendente licenziato. In sede di contenzioso, sarà necessario richiedere ordini di esibizione o verifiche presso enti previdenziali per attestare l’esistenza di nuovi rapporti di lavoro.

Per i lavoratori, resta fondamentale la trasparenza. Sebbene l’onere probatorio sia in capo all’azienda, la documentazione relativa a nuovi contratti o alla ricerca attiva di lavoro (iscrizione a centri per l’impiego, invio di curricula) gioca un ruolo chiave nella definizione della strategia difensiva e nella quantificazione finale delle spettanze.

Le motivazioni

I giudici di legittimità hanno basato la decisione sul principio della vicinanza della prova e sulla struttura dell’eccezione in senso stretto. Poiché la detrazione dell’aliunde perceptum costituisce un fatto impeditivo o modificativo del diritto al risarcimento, spetta a chi solleva l’eccezione (il datore di lavoro) fornirne gli elementi costitutivi. La Cassazione ha inoltre evidenziato che la ricerca di un’occupazione alternativa deve essere valutata secondo i parametri dell’ordinaria diligenza, senza però gravare il lavoratore di un onere eccessivo o impossibile.

Le conclusioni

L’ordinanza n. 1849/2023 conferma un orientamento garantista che tutela il lavoratore da riduzioni arbitrarie del risarcimento. La precisione nella fase istruttoria diventa determinante: solo una prova rigorosa dei redditi percepiti altrove permette al datore di lavoro di beneficiare della detrazione. Questa pronuncia stabilizza ulteriormente i criteri di calcolo delle indennità risarcitorie, rendendo più prevedibili gli esiti dei giudizi in materia di licenziamento.

Chi deve dimostrare i guadagni ottenuti dal lavoratore dopo il licenziamento?
L’onere della prova spetta al datore di lavoro, che deve dimostrare in modo specifico le somme percepite dal dipendente presso altri datori di lavoro per ottenerne la detrazione dal risarcimento.

Cosa succede se il datore di lavoro non prova l’aliunde perceptum?
In assenza di prove concrete fornite dall’azienda, il giudice non può ridurre l’importo del risarcimento dovuto al lavoratore, che riceverà l’indennità piena calcolata sulle retribuzioni perse.

Il lavoratore è obbligato a cercare un nuovo lavoro durante la causa?
Il lavoratore deve agire con ordinaria diligenza nella ricerca di un’occupazione. Se il datore prova una colpevole inerzia, può essere detratto il cosiddetto aliunde percipiendum dal risarcimento finale.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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