Aliunde perceptum: la prova dei guadagni nel licenziamento
La gestione del risarcimento del danno a seguito di un licenziamento illegittimo richiede una comprensione precisa del concetto di aliunde perceptum. Quando un giudice ordina la reintegrazione di un dipendente, il calcolo delle indennità risarcitorie deve tenere conto di quanto il lavoratore ha eventualmente guadagnato altrove durante il periodo di estromissione dall’azienda.
L’ordinanza della Corte di Cassazione n. 1845/2023 interviene su un punto cruciale: chi deve dimostrare l’esistenza di questi guadagni e come può farlo in modo efficace durante il processo.
Il principio dell’onere della prova
Secondo il diritto vigente, il datore di lavoro che intende ridurre l’ammontare del risarcimento ha l’onere di provare che il dipendente ha percepito altri redditi. Questo principio si basa sull’articolo 2697 del Codice Civile. Non spetta quindi al lavoratore dimostrare di essere rimasto disoccupato, ma all’azienda documentare l’attività lavorativa alternativa.
L’utilizzo delle presunzioni e dei poteri istruttori
Nonostante l’onere gravi sull’azienda, la giurisprudenza riconosce che il datore di lavoro si trova spesso in una posizione di difficoltà oggettiva nel reperire prove documentali dirette. Per questo motivo, è ammesso il ricorso alle presunzioni semplici. Se l’azienda fornisce indizi gravi, precisi e concordanti circa una nuova occupazione, il giudice può ritenere provato l’aliunde perceptum.
Inoltre, il datore di lavoro può sollecitare il giudice a esercitare i propri poteri istruttori, come l’ordine di esibizione dell’estratto contributivo INPS. Tale documento è fondamentale per verificare ufficialmente i periodi di occupazione e le retribuzioni percepite dal lavoratore presso terzi.
La collaborazione del lavoratore nel processo
Un aspetto rilevante della decisione riguarda il dovere di lealtà e collaborazione delle parti. Sebbene l’onere probatorio sia in capo all’azienda, il lavoratore non può mantenere un atteggiamento puramente passivo o ostativo di fronte a richieste specifiche e circostanziate. La trasparenza sui redditi percepiti contribuisce a una corretta determinazione del danno risarcibile, evitando ingiustificati arricchimenti.
Le motivazioni
La Corte di Cassazione ha motivato la decisione sottolineando che la detrazione dell’aliunde perceptum risponde al principio della natura compensativa del risarcimento. Il danno deve coprire la perdita effettiva, ma non può trasformarsi in un vantaggio economico superiore a quello che il lavoratore avrebbe ottenuto restando in servizio. La prova di tale detrazione può essere raggiunta anche mediante l’acquisizione d’ufficio di documenti previdenziali, purché l’azienda abbia fornito elementi minimi che rendano verosimile l’esistenza di un altro impiego.
Le conclusioni
In conclusione, l’ordinanza n. 1845/2023 conferma un equilibrio tra le parti. Da un lato resta fermo l’obbligo dell’azienda di attivarsi per provare i fatti estintivi o modificativi del diritto al risarcimento. Dall’altro, si riconosce al giudice il potere di intervenire per acquisire documenti decisivi che la parte non potrebbe ottenere autonomamente. Questa interpretazione garantisce che il risarcimento sia equo e aderente alla realtà dei fatti economici occorsi durante la pendenza della lite.
Chi deve provare che il lavoratore ha guadagnato altrove dopo il licenziamento?
L’onere della prova spetta al datore di lavoro, il quale deve dimostrare che il dipendente ha percepito altri redditi per poterli detrarre dal risarcimento dovuto.
Cosa succede se l’azienda non ha documenti certi sui nuovi guadagni del dipendente?
L’azienda può ricorrere a presunzioni semplici o chiedere al giudice di ordinare l’esibizione dell’estratto contributivo del lavoratore presso l’ente previdenziale.
Il risarcimento per licenziamento illegittimo può essere ridotto?
Sì, il risarcimento viene ridotto sottraendo quanto il lavoratore ha guadagnato (aliunde perceptum) o avrebbe potuto guadagnare con l’ordinaria diligenza (aliunde percipiendum).