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Legge 98/2011

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542 provvedimenti

Iscrizione Gestione separata: redditi minimi contro pretese INPS
Un professionista ha impugnato le richieste di pagamento dell'ente previdenziale relative ai contributi per gli anni dal 2009 al 2011. Il lavoratore sosteneva che il versamento del contributo integrativo alla propria cassa professionale escludesse l'obbligo di iscrizione alla Gestione separata e contestava il requisito dell'abitualità dell'attività, avendo percepito redditi molto bassi. La Corte d'Appello aveva ritenuto inammissibile la contestazione sull'abitualità perché tardiva. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del professionista, stabilendo che contestare l'abitualità costituisce una mera difesa e non una domanda nuova. Di conseguenza, la sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame. La decisione conferma che l'Iscrizione Gestione separata richiede l'effettiva abitualità del lavoro autonomo, la cui prova spetta all'ente previdenziale.
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Gestione Separata INPS: contributi dovuti ma sanzioni annullate
Un avvocato ha contestato l'iscrizione d'ufficio alla Gestione Separata INPS per l'anno 2009, eccependo la prescrizione dei contributi e sostenendo che la soglia di 5.000 euro operasse come franchigia. La Cassazione ha respinto queste tesi, confermando che la prescrizione decorre dal termine di pagamento differito e che i contributi si pagano sull'intero reddito se si supera la soglia. Tuttavia, accogliendo il terzo motivo basato sulla sentenza della Corte Costituzionale n. 104/2022, la Corte ha stabilito che l'avvocato non deve pagare le sanzioni civili. Questo perché, prima della legge interpretativa del 2011, vi era un legittimo affidamento sulla non iscrivibilità. L'avvocato vince parzialmente, ottenendo l'annullamento delle sanzioni.
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Iscrizione alla Gestione Separata: l’obbligo oltre i 5000 euro
Un avvocato riceveva dall'INPS un avviso di addebito per contributi non versati nel duemilaenove. I giudici di merito annullavano l'atto, ritenendo l'attività occasionale per via del reddito ridotto. L'INPS ricorreva in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che l'iscrizione alla Gestione Separata è obbligatoria per i liberi professionisti non iscritti alla cassa di categoria se l'attività è abituale o se il reddito supera i cinquemila euro. Nel caso specifico, il professionista aveva superato tale soglia, rendendo irrilevante ogni discussione sull'occasionalità. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Gestione Separata INPS: contributi dovuti ma sanzioni cancellate
Un avvocato ha contestato l'iscrizione d'ufficio alla Gestione Separata INPS per gli anni 2009 e 2010, sostenendo di non dover versare contributi previdenziali poiché già iscritto all'albo e protetto dalla propria cassa professionale. La Corte di Cassazione ha confermato l'obbligo di iscrizione alla Gestione Separata INPS per i professionisti che non versano il contributo soggettivo alla cassa di categoria, calcolando l'importo sull'intero reddito e non solo sulla quota eccedente i 5.000 euro. Tuttavia, accogliendo parzialmente il ricorso del professionista alla luce di una pronuncia della Corte Costituzionale, i giudici hanno stabilito che per gli anni precedenti al 2011 non sono dovute le sanzioni civili per l'omessa iscrizione. Il professionista ottiene così l'annullamento delle sanzioni, pur dovendo pagare i contributi base.
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Prescrizione dei contributi previdenziali: l’avviso salva l’INPS
Un professionista impugna la richiesta dell'INPS per il pagamento di contributi omessi alla Gestione separata per gli anni 2009 e 2010. La Corte d'appello dichiara prescritti i contributi del 2009, ritenendo che il primo atto interruttivo fosse del 2017. Per il 2010, esclude la più grave sanzione per evasione, applicando quella per omissione. L'INPS ricorre in Cassazione lamentando che i giudici d'appello hanno ignorato un avviso bonario del 2015 che avrebbe interrotto la prescrizione per il 2009. La Suprema Corte accoglie il ricorso dell'ente previdenziale su questo punto, confermando che l'omessa valutazione dell'avviso bonario costituisce un vizio di omessa pronuncia. La causa viene rinviata per un nuovo esame sulla prescrizione dei contributi previdenziali del 2009.
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Gestione Separata INPS: basso reddito ma l’obbligo resta
Un avvocato si opponeva a un avviso di addebito dell'ente previdenziale per il pagamento di contributi relativi all'anno 2009. I giudici di merito avevano annullato la pretesa, ritenendo che il reddito inferiore a cinquemila euro dimostrasse l'occasionalità dell'attività, escludendo l'obbligo di iscrizione alla Gestione Separata INPS. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'ente pubblico. La Suprema Corte ha chiarito che i professionisti iscritti all'albo, pur non obbligati all'iscrizione alla Cassa di categoria, devono iscriversi alla Gestione Separata INPS se esercitano la professione in modo abituale. Il basso reddito non fa scattare in automatico l'occasionalità dell'attività. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame sull'effettiva abitualità del lavoro svolto.
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Prescrizione contributi previdenziali: no al dolo automatico
Un Professionista ha contestato un avviso di addebito dell'INPS per contributi omessi alla Gestione Separata relativi all'anno 2009. L'ente previdenziale sosteneva che il termine di prescrizione fosse sospeso a causa della mancata compilazione del quadro RR della dichiarazione dei redditi, qualificata come occultamento doloso del debito. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che non esiste alcun automatismo tra l'omessa compilazione del quadro RR e l'occultamento doloso. Di conseguenza, la prescrizione contributi previdenziali non si sospende automaticamente, ma richiede una valutazione specifica del giudice di merito sulle circostanze concrete del caso. La sentenza d'appello è stata cassata con rinvio.
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Gestione separata INPS: sanzioni per omissione e non evasione
L'ente previdenziale ha richiesto a un Avvocato il pagamento dei contributi per la Gestione separata INPS per l'anno 2010, oltre alle sanzioni per evasione. La Corte d'appello ha ritenuto legittima l'iscrizione ma ha ridotto le sanzioni, applicando il regime più favorevole dell'omissione anziché dell'evasione, a causa dell'incertezza normativa. L'ente ha proposto ricorso in Cassazione per ottenere l'applicazione delle sanzioni per evasione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'ente. I giudici hanno confermato che l'omessa comunicazione dei dati non equivale automaticamente a dolo di evasione. Inoltre, l'intervento della Corte Costituzionale (sentenza 104/2022) ha confermato l'illegittimità delle sanzioni per il periodo precedente, ma l'assenza di un ricorso incidentale dell'Avvocato impedisce l'annullamento totale delle sanzioni già decise. Vince l'Avvocato, che pagherà solo le sanzioni ridotte per omissione.
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Prescrizione dei contributi previdenziali: omissione o dolo?
L'INPS ha richiesto il pagamento di contributi previdenziali omessi per l'anno 2010 a un professionista non iscritto alla cassa forense. La Corte d'appello ha dichiarato estinto il credito per prescrizione dei contributi previdenziali, escludendo che la mancata compilazione del quadro RR della dichiarazione dei redditi costituisse un occultamento doloso del debito idoneo a sospendere i termini. L'INPS ha proposto ricorso in Cassazione. La sesta sezione civile, rilevando la necessità di approfondire la rilevabilità d'ufficio della corretta decorrenza del termine di prescrizione e l'effetto della mancata compilazione della dichiarazione, ha disposto la rimessione della causa alla Sezione Quarta civile per una decisione definitiva.
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Iscrizione alla Gestione Separata: obbligo anche con redditi minimi
L'Ente Previdenziale ha richiesto a un avvocato il pagamento dei contributi previdenziali per l'anno 2010, ritenendo obbligatoria l'Iscrizione alla Gestione Separata. Il Professionista si è opposto, sostenendo che il reddito annuo prodotto era inferiore alla soglia di 5.000 euro e che l'attività non era abituale. La Corte d'Appello ha dato ragione al professionista, ritenendo il basso reddito sinonimo di occasionalità. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Ente Previdenziale. I giudici hanno stabilito che l'iscrizione è obbligatoria per chi esercita abitualmente una professione regolamentata senza versare contributi alla cassa di riferimento, a prescindere dal reddito. La soglia dei 5.000 euro si applica solo al lavoro autonomo occasionale, non ai professionisti iscritti all'albo che svolgono attività abituale. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Iscrizione gestione separata avvocati: contributi sì, sanzioni no
Una Libera Professionista ha contestato la richiesta dell'INPS di pagare i contributi previdenziali e le relative sanzioni per l'anno 2009. La Corte d'Appello aveva confermato l'obbligo di iscrizione gestione separata avvocati, ma aveva ridotto le sanzioni qualificando la condotta come semplice omissione e non come evasione. La Corte di Cassazione, applicando una recente sentenza della Corte Costituzionale, ha stabilito che per gli avvocati non iscritti alla Cassa Forense prima del 2011 non sono dovute sanzioni civili per l'omessa iscrizione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso della professionista, confermando l'obbligo di versare i contributi ma annullando interamente le sanzioni civili richieste dall'ente previdenziale.
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Iscrizione alla Gestione separata INPS: sanzioni annullate
Un avvocato ha contestato la richiesta dell'INPS di pagare i contributi per l'anno 2010 alla Gestione separata, eccependo la prescrizione e sostenendo che il versamento del contributo integrativo alla Cassa Forense la esonerasse dall'obbligo. La Corte di Cassazione ha chiarito che l'Iscrizione alla Gestione separata INPS è obbligatoria per i professionisti che non versano il contributo soggettivo alla propria cassa. Tuttavia, accogliendo parzialmente il ricorso, ha stabilito che la prescrizione decorre dalla scadenza del termine di pagamento (6 luglio 2011) rendendo tempestiva la richiesta dell'ente del 1° luglio 2016. Infine, applicando una recente sentenza della Corte Costituzionale, la Cassazione ha esonerato la professionista dal pagamento delle sanzioni civili per il periodo precedente al 2011, confermando l'obbligo di pagare solo la quota capitale dei contributi.
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Addizionale bonus e stock options: la pagano anche i consulenti
Un dirigente di una società di consulenza finanziaria chiedeva il rimborso dell'Irpef trattenuta sulla sua retribuzione variabile, sostenendo che il datore di lavoro non appartenesse al settore finanziario. L'Agenzia delle Entrate negava il rimborso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che l'addizionale bonus e stock options del 10% si applica anche ai dirigenti di società di consulenza societaria e finanziaria. La nozione di "settore finanziario" ha infatti una valenza socio-economica ampia e non si limita ai soli intermediari vigilati o che operano con il pubblico. Di conseguenza, il dirigente perde la causa e non ha diritto al rimborso delle somme trattenute.
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Contributi INPS: omesso quadro RR ma nessun occultamento doloso
L'INPS ha richiesto a un lavoratore autonomo il pagamento di contributi previdenziali per l'anno 2011. Il lavoratore si è opposto eccependo la prescrizione del credito, poiché l'avviso di pagamento era giunto oltre i cinque anni previsti. L'INPS sosteneva che la mancata compilazione del quadro RR della dichiarazione dei redditi costituisse un occultamento doloso del debito, idoneo a sospendere la prescrizione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'INPS, confermando che l'omessa compilazione del quadro RR non configura automaticamente un occultamento doloso del debito, specialmente se il contribuente ha regolarmente dichiarato i propri redditi in un altro quadro (quadro CM). Di conseguenza, il credito dell'INPS è stato dichiarato definitivamente prescritto.
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Addizionale sui bonus dei manager: tassata anche la consulenza
Un dirigente di una società di consulenza finanziaria ha chiesto il rimborso della trattenuta del 10% applicata sui suoi compensi variabili per l'anno 2014. Il manager sosteneva che la società non appartenesse al settore finanziario e che i bonus non superassero il triplo della sua retribuzione fissa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'addizionale sui bonus dei manager si applica anche a chi lavora nella consulenza aziendale e finanziaria. Inoltre, a seguito delle modifiche legislative del 2011, l'imposta colpisce l'intero ammontare dei bonus che eccede la retribuzione fissa, senza che sia più necessario il superamento della soglia del triplo. Di conseguenza, il fisco ha trattenuto legittimamente le somme e il contribuente ha perso la causa.
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Tassazione dei bonus dei manager: la Cassazione dà ragione al fisco
Un Dirigente del settore finanziario ha chiesto il rimborso dell'imposta addizionale del 10% applicata sui suoi compensi variabili per gli anni 2016 e 2017. Il contribuente sosteneva che la tassa non fosse dovuta poiché i bonus non superavano il triplo della sua retribuzione fissa. L'Agenzia delle Entrate ha rifiutato il rimborso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore, stabilendo che la tassazione dei bonus dei manager si applica sull'intero ammontare della quota variabile che eccede la parte fissa, senza che sia necessario superare la soglia del triplo. Di conseguenza, il prelievo supplementare è legittimo e il rimborso è stato negato.
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Addizionale su bonus e stock options: il Fisco batte il manager
Un dirigente del settore finanziario ha chiesto il rimborso dell'imposta addizionale del 10% trattenuta sui suoi bonus e stock options tra il 2014 e il 2017. Il Lavoratore sosteneva che l'imposta fosse dovuta solo se la parte variabile superava il triplo dello stipendio fisso. L'Agenzia delle Entrate ha rifiutato il rimborso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che, dopo le modifiche legislative del 2011, l'**addizionale su bonus e stock options** si applica sull'intero importo della retribuzione variabile che supera lo stipendio fisso, senza che sia necessario superare la soglia del triplo. Di conseguenza, la richiesta di rimborso del dirigente è stata definitivamente respinta.
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Tassazione dei bonus dei dirigenti: fisso contro variabile
Un dirigente del settore finanziario ha chiesto il rimborso dell'addizionale Irpef del 10% trattenuta sui suoi compensi variabili negli anni 2014 e 2016. Il contribuente sosteneva che la tassa non fosse dovuta perché i premi non superavano il triplo della sua retribuzione fissa. L'Agenzia delle Entrate ha rifiutato il rimborso, ritenendo che la legge avesse ampliato la platea dei soggetti colpiti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore, stabilendo che la tassazione dei bonus dei dirigenti si applica sull'intero ammontare della quota variabile che eccede la retribuzione fissa, a prescindere dal superamento della soglia del triplo. Il dirigente perde la causa e deve pagare le spese.
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Addizionale IRPEF sui bonus: la Cassazione frena i dirigenti
Una dirigente di una nota società di consulenza finanziaria ha chiesto il rimborso della tassa straordinaria applicata sui premi ricevuti negli anni 2013 e 2014. La contribuente sosteneva che il suo premio non superasse il triplo dello stipendio fisso e che la sua azienda non fosse un intermediario finanziario in senso stretto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del prelievo. I giudici hanno chiarito che l'addizionale IRPEF sui bonus si applica sulla quota di premio che supera lo stipendio fisso, senza bisogno di superare la vecchia soglia del triplo. Inoltre, la nozione di settore finanziario va intesa in senso ampio, includendo anche le società di consulenza finanziaria per contrastare politiche di remunerazione speculative.
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Addizionale Irpef sui bonus: il Fisco vince contro i manager
L'Agenzia delle Entrate ha recuperato a tassazione l'addizionale Irpef sui bonus al 10% nei confronti di un dirigente del settore finanziario. Il contribuente sosteneva che l'imposta si applicasse solo se la parte variabile superava il triplo di quella fissa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che, dopo le modifiche del 2011, l'addizionale del 10% si applica sull'intero ammontare della retribuzione variabile che eccede la parte fissa, a prescindere dal fatto che superi o meno il triplo di quest'ultima. Di conseguenza, il Fisco vince la causa e il dirigente deve pagare l'imposta e le spese legali.
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