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Legge 92/2012 — Anno 2024

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186 provvedimenti

Altri anni per Legge 92/2012

Indennità disoccupazione ASpI: stop con lavoro > 6 mesi
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 34894/2024, ha stabilito un principio fondamentale riguardo l'indennità di disoccupazione ASpI. Se il beneficiario stipula un nuovo contratto di lavoro subordinato di durata superiore a sei mesi, perde il diritto alla prestazione. Questo avviene a prescindere dal reddito percepito, anche se questo è inferiore alla soglia di imponibilità fiscale. La Corte ha chiarito che il criterio temporale della durata del nuovo impiego prevale su quello reddituale, legittimando la richiesta di restituzione delle somme indebitamente percepite da parte dell'ente previdenziale.
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Comunicazione attività lavorativa: obbligo anche per ASpI
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 34893/2024, ha stabilito che il beneficiario dell'indennità di disoccupazione ASpI è tenuto a effettuare la comunicazione di attività lavorativa autonoma all'ente previdenziale anche se tale attività era già in essere prima dello stato di disoccupazione. La mancata comunicazione entro i termini di legge comporta la decadenza dal diritto alla prestazione, a prescindere dal fatto che l'ente fosse già a conoscenza dell'attività per altre vie. Il ricorso dell'ente è stato quindi accolto, ribaltando la decisione della Corte d'Appello.
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Disoccupazione involontaria: no ASpI con accordo
La Corte di Cassazione ha negato l'indennità di disoccupazione (ASpI) a un ex dirigente il cui rapporto di lavoro era cessato tramite un accordo di conciliazione sindacale. Secondo la Corte, la presenza di un incentivo all'esodo e la natura bilaterale dell'accordo dimostrano una volontà comune di porre fine al rapporto, escludendo così lo stato di disoccupazione involontaria, requisito fondamentale per accedere alla prestazione.
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Indebito previdenziale: quando restituire l’indennità
Un lavoratore ha percepito contemporaneamente un'indennità di disoccupazione e una pensione di vecchiaia retrodatata per errore dell'ente previdenziale. La Corte di Cassazione ha confermato l'obbligo di restituire l'indennità, dichiarando il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che le norme speciali sulla non ripetibilità dell'indebito previdenziale pensionistico non si estendono all'indennità di disoccupazione e che non è possibile sollevare questioni di fatto nuove per la prima volta in sede di legittimità.
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Unico centro di imputazione: licenziamento e appello
Una lavoratrice, licenziata per giustificato motivo oggettivo a seguito della perdita di un appalto da parte della sua società datrice di lavoro formale, impugna il provvedimento. La Corte d'Appello accoglie il suo reclamo, identificando un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro in un consorzio di cui la società faceva parte. Secondo i giudici, l'obbligo di repechage si estendeva a tutte le società del gruppo. Il consorzio ricorre in Cassazione, ma il ricorso viene dichiarato inammissibile per gravi vizi procedurali, confermando di fatto la decisione d'appello.
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Licenziamento tardivo: la conoscenza dei fatti
La Corte di Cassazione ha stabilito che un licenziamento non è tardivo se l'azione disciplinare è avviata quando il datore di lavoro acquisisce piena e certa conoscenza dei fatti, anche se ciò avviene anni dopo l'accaduto. Nel caso specifico, un dipendente di banca è stato licenziato per furto dopo una condanna penale. Il licenziamento è stato ritenuto legittimo perché la piena conoscenza dei fatti è stata acquisita solo tramite una notizia di stampa, e non da precedenti segnalazioni parziali.
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Giustificato motivo oggettivo: licenziamento nullo
La Corte di Cassazione conferma la nullità del licenziamento di due lavoratori per giustificato motivo oggettivo, poiché la riorganizzazione aziendale addotta dalla società datrice di lavoro è risultata meramente apparente e nominalistica. L'ordinanza ribadisce che spetta al datore di lavoro l'onere di provare l'effettiva esistenza delle ragioni produttive che rendono necessaria la soppressione del posto, non essendo sufficiente un semplice cambio di denominazione delle funzioni.
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Licenziamento giusta causa: onere della prova del datore
Una lavoratrice veniva licenziata per giusta causa con l'accusa di aver autorizzato l'ingresso in azienda a una persona esterna non autorizzata. La Corte di Cassazione ha confermato le sentenze dei gradi precedenti, dichiarando illegittimo il licenziamento. La decisione ribadisce un principio fondamentale: nel licenziamento per giusta causa, l'onere della prova spetta interamente al datore di lavoro, che deve dimostrare in modo inequivocabile la sussistenza del fatto contestato. In assenza di tale prova, il licenziamento è nullo e scatta la tutela reintegratoria.
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Indennità di disoccupazione: la transizione alla ASpI
La Corte di Cassazione ha stabilito che per i lavoratori licenziati a fine 2012, l'indennità di disoccupazione a requisiti ridotti maturata per l'anno 2012 deve essere considerata 'assorbita' nella nuova prestazione mini-ASpI, come previsto dalla norma transitoria della Legge Fornero. La Corte d'Appello aveva erroneamente applicato integralmente la vecchia disciplina, senza considerare il nuovo regime di trattamento della prestazione.
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Ricorso cautelare licenziamento: salva la decadenza
Un lavoratore impugnava il licenziamento. Dopo il fallimento del tentativo di conciliazione, depositava un ricorso cautelare licenziamento entro il termine di 60 giorni. I giudici di merito ritenevano tardiva l'azione, sostenendo fosse necessario depositare il ricorso ordinario. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, affermando che il deposito del ricorso cautelare è un atto idoneo a impedire la decadenza, in linea con i principi espressi dalla Corte Costituzionale per garantire una tutela rapida ed efficace al lavoratore.
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Insussistenza del fatto: reintegra e onere probatorio
La Corte di Cassazione conferma la nullità di un licenziamento per insussistenza del fatto. Un lavoratore, accusato di aver abbandonato della corrispondenza, era stato reintegrato dalla Corte d'Appello per mancanza di prove. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda, ribadendo che non può riesaminare le prove nel merito e che l'onere di dimostrare l'addebito spetta interamente al datore di lavoro. L'insussistenza del fatto rende irrilevante ogni altra questione, come la tardività della contestazione.
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Reclamo incidentale: la Cassazione chiarisce
In un caso di licenziamento, la Corte di Cassazione ha sospeso la decisione per analizzare una questione procedurale di grande rilevanza. Il caso riguarda la necessità per un lavoratore, vittorioso in primo grado, di presentare un reclamo incidentale su un punto specifico (la genericità della contestazione disciplinare) rigettato dal primo giudice. La Corte valuterà se tale punto costituisca un 'capo autonomo' della domanda, suscettibile di passare in giudicato se non specificamente impugnato, rinviando il caso a una pubblica udienza per la sua particolare importanza.
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Prescrizione crediti lavoro: decorrenza e stabilità
La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 33066/2024, ha respinto il ricorso di un'azienda, confermando che la prescrizione dei crediti di lavoro decorre dalla cessazione del rapporto. La Corte ha ribadito che, nonostante le riforme legislative recenti, il rapporto di lavoro non gode di una stabilità tale da giustificare una decorrenza del termine in costanza di rapporto, a causa dell'incertezza sulla tutela in caso di licenziamento illegittimo.
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Associazione in partecipazione: il limite dei 3 soci
Una società di intrattenimento impiegava oltre 180 associati in partecipazione nelle sue numerose sale giochi, sostenendo che il limite legale di tre associati si applicasse a ogni singola sede. L'Istituto Previdenziale ha contestato tale interpretazione. La Corte di Cassazione, ribaltando le decisioni precedenti, ha stabilito che il limite numerico per l'associazione in partecipazione si riferisce all'intera attività d'impresa o a uno specifico affare, non alle singole unità produttive. Questa sentenza mira a prevenire l'uso elusivo di tale contratto in frode alla legge sul lavoro subordinato.
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Contratto a progetto: quando si trasforma in lavoro
Una società di scommesse ha visto i suoi contratti di collaborazione a progetto riqualificati come lavoro subordinato dall'ente previdenziale, poiché il "progetto" coincideva con la normale attività aziendale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che l'assenza di un genuino e specifico contratto a progetto ne determina l'automatica conversione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, trattandosi di una presunzione assoluta.
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Licenziamento per giusta causa: la decisione Cassazione
La Corte di Cassazione si è pronunciata su un complesso caso di licenziamento per giusta causa riguardante alcuni dipendenti di un'azienda di servizi cimiteriali, accusati di aver profanato una salma in cambio di denaro. La Corte ha rigettato i ricorsi dei lavoratori, confermando la legittimità dei licenziamenti basati sulle prove raccolte. Ha inoltre respinto il ricorso incidentale dell'azienda contro la reintegrazione di un dipendente, per il quale non era stata provata la partecipazione attiva all'illecito. La sentenza chiarisce i limiti del sindacato di legittimità sulla valutazione dei fatti e la giustificazione del ritardo nella contestazione disciplinare in casi complessi.
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Contratti a termine e fondazioni liriche: la Cassazione
Un artista di coro ha impugnato una serie di contratti a termine con una fondazione lirico-sinfonica, chiedendone la conversione in un rapporto a tempo indeterminato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'incertezza normativa o il timore di ritorsioni non giustificano il mancato rispetto dei termini di decadenza per l'impugnazione. Inoltre, ha confermato che l'utilizzo di contratti a termine successivi è legittimo se fondato su ragioni oggettive e concrete, come la necessità di integrare l'organico per specifici spettacoli programmati.
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Obbligo di repêchage: licenziamento e reintegra
Un lavoratore era stato licenziato per giustificato motivo oggettivo. I tribunali di merito hanno ritenuto il licenziamento illegittimo per violazione dell'obbligo di repêchage, concedendo però solo un'indennità risarcitoria. La Corte di Cassazione, recependo una sentenza della Corte Costituzionale, ha annullato tale decisione, stabilendo che la semplice violazione dell'obbligo di repêchage è sufficiente per disporre la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, avendo eliminato il requisito della 'manifesta' insussistenza del fatto. Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Termine procedimento disciplinare: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 31536/2024, ha rigettato il ricorso di un dirigente di un'azienda sanitaria licenziato per inadempienze nella gestione di appalti. Il caso verteva sul rispetto del termine del procedimento disciplinare di 120 giorni. La Corte ha chiarito che tale termine decorre non dalla prima notizia, ma dal momento in cui l'amministrazione ha raccolto tutti gli elementi utili alla contestazione. Ha inoltre confermato che la sospensione dei termini per l'emergenza Covid-19 si applica anche ai procedimenti iniziati dopo il 23 febbraio 2020, consolidando principi chiave in materia.
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Dispositivo contraddittorio: Cassazione annulla sentenza
Una lavoratrice impugna le proprie dimissioni, ottenendo ragione in primo grado. La Corte d'Appello emette una sentenza con un dispositivo contraddittorio, accogliendo l'appello dell'azienda ma confermando la decisione di primo grado. La Cassazione cassa la sentenza per insanabile contraddittorietà, riaffermando il principio della prevalenza e coerenza del dispositivo nel rito del lavoro.
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