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Legge 92/2012 — Anno 2024

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186 provvedimenti

Altri anni per Legge 92/2012

Contratto a progetto: quando è illegittimo? Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di un giudice di merito che ha riqualificato un contratto a progetto in un rapporto di lavoro subordinato. La sentenza stabilisce che un contratto a progetto è illegittimo se il progetto è generico, non specifico, e coincide con le normali attività commerciali dell'azienda committente, anche se tali attività sono svolte per adempiere a un contratto di appalto con un cliente terzo.
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Lavoratore in CIGS: obbligo di disponibilità e preavviso
Un pilota di elicottero in CIGS è stato licenziato per giusta causa dopo essersi recato in vacanza all'estero senza informare l'azienda, rendendosi così indisponibile a una chiamata di servizio. Tale indisponibilità ha causato la perdita di una commessa. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento, sottolineando che il lavoratore in CIGS ha un inderogabile obbligo di disponibilità, la cui violazione, specialmente se causa un danno patrimoniale, costituisce un inadempimento grave che giustifica la risoluzione del rapporto.
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Obbligo di repêchage: licenziamento illegittimo
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 9770/2024, ha stabilito che il licenziamento di alcuni lavoratori di un call center, a seguito di un cambio appalto, è illegittimo se l'azienda non ha adempiuto all'obbligo di repêchage. La Corte ha chiarito che la tutela offerta dalla "clausola sociale" non esclude, ma si aggiunge, a quella generale contro i licenziamenti ingiustificati. Il datore di lavoro uscente rimane tenuto a verificare la possibilità di ricollocare i dipendenti, anche se questi hanno rifiutato il passaggio alla nuova società appaltatrice a condizioni ritenute peggiorative.
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Termine impugnazione: Cassazione sul rito Fornero
Un lavoratore, licenziato per presunta falsificazione delle presenze, ha visto il suo ricorso in Cassazione dichiarato inammissibile. La Corte ha stabilito che, nel contesto del 'rito Fornero', il termine impugnazione di 60 giorni decorre dalla semplice comunicazione della sentenza d'appello via PEC da parte della cancelleria, e non dalla notifica formale. La norma speciale della Legge 92/2012 prevale sulla regola generale del codice di procedura civile, rendendo tardivo il ricorso presentato oltre tale scadenza.
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Licenziamento whistleblower: quando la tutela decade?
Un dipendente, dopo aver effettuato una segnalazione come whistleblower, è stato licenziato per aver divulgato la denuncia alla stampa. La Corte di Cassazione ha confermato il licenziamento disciplinare, chiarendo che la protezione legale del whistleblower non è assoluta. La divulgazione pubblica, al di fuori dei canali istituzionali, costituisce una condotta che eccede le finalità della legge, ledendo il rapporto fiduciario con il datore di lavoro e giustificando il recesso.
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Retribuzione ferie: sì alle indennità variabili
La Corte di Cassazione ha stabilito che la retribuzione ferie deve includere tutte le indennità variabili corrisposte in modo continuativo, come quelle per attività di scorta e riserva. Confermando la decisione dei giudici di merito, la Corte ha rigettato il ricorso di un'azienda di trasporti, affermando il principio derivato dal diritto europeo secondo cui la paga durante le ferie deve essere comparabile a quella ordinaria per non dissuadere il lavoratore dal godere del suo diritto al riposo.
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Dimissioni inefficaci: la convalida è sempre necessaria
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 6911/2024, ha stabilito che la procedura di convalida delle dimissioni prevista dalla Legge 92/2012 è sempre necessaria per renderle efficaci, e non si applica solo ai casi di 'dimissioni in bianco'. Un lavoratore aveva rassegnato le dimissioni ma si era poi presentato presso l'ufficio competente per rifiutare la convalida. La Corte ha confermato che tale rifiuto rende le dimissioni inefficaci, determinando il ripristino del rapporto di lavoro e l'obbligo per il datore di lavoro di pagare le retribuzioni maturate.
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Dimissioni inefficaci: la firma non è convalida
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 6905/2024, ha stabilito l'inefficacia delle dimissioni di una lavoratrice. La Corte ha chiarito che la sola sottoscrizione per ricevuta della comunicazione telematica di dimissioni non equivale alla "apposita dichiarazione" di conferma richiesta dalla legge n. 92/2012. Mancando questa formale convalida, le dimissioni non si sono perfezionate e la successiva revoca da parte della lavoratrice è stata ritenuta pienamente valida, con conseguente annullamento della sentenza d'appello e rinvio della causa.
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Prescrizione crediti lavoro: stop durante il rapporto
Con l'ordinanza n. 6903/2024, la Cassazione ha respinto il ricorso di un'azienda di trasporti, confermando che la prescrizione crediti lavoro è sospesa durante il rapporto. La decisione si fonda sulla mancanza di stabilità reale del posto di lavoro dopo le riforme del 2012 e 2015, che giustifica la decorrenza del termine solo dalla cessazione del rapporto. L'azienda è stata anche condannata per abuso del processo.
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Prescrizione crediti di lavoro: la Cassazione conferma
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 6880/2024, ha rigettato il ricorso di una società di trasporti, confermando un principio consolidato in materia di prescrizione crediti di lavoro. La Corte ha stabilito che, a seguito delle riforme del mercato del lavoro (come la Legge n. 92/2012), il rapporto di lavoro a tempo indeterminato non gode più di un regime di stabilità reale. Di conseguenza, il termine di prescrizione quinquennale per i crediti retributivi del lavoratore non decorre in costanza di rapporto, ma solo dalla sua cessazione, per via del timore di ritorsioni da parte del datore di lavoro. La società ricorrente è stata anche condannata per abuso del processo.
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Licenziamento per giusta causa: la Cassazione decide
Due dipendenti, un impiegato commerciale e un magazziniere, sono stati licenziati per giusta causa per aver caricato merce non conforme ai documenti di trasporto. Dopo aver perso in primo e secondo grado, hanno fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili, confermando il licenziamento. La sentenza ribadisce che la Cassazione non può riesaminare i fatti già valutati dai giudici di merito, specialmente in caso di "doppia conforme", ovvero quando due sentenze precedenti concordano.
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Licenziamento collettivo: le tutele per il lavoratore
La Corte di Cassazione ha stabilito che un licenziamento individuale, se parte di una più ampia riduzione di personale, deve essere trattato come un licenziamento collettivo. La mancata attivazione della procedura prevista non comporta la reintegrazione del lavoratore, bensì il diritto a un'indennità risarcitoria, secondo le norme vigenti al momento del recesso (post-riforma Fornero). La sentenza chiarisce la nozione di 'unità produttiva', specificando che sedi senza autonomia gestionale non possono essere considerate tali, e i licenziamenti avvenuti in esse vanno sommati a quelli di altre sedi.
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Licenziamento dirigente: spese legali e vittoria parziale
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un licenziamento dirigente per riorganizzazione aziendale. Pur confermando la legittimità del recesso, basato sul più ampio concetto di 'giustificatezza' e non arbitrarietà, ha accolto il ricorso della lavoratrice su un punto cruciale: le spese legali. La Corte ha stabilito un principio fondamentale: la parte che ottiene una vittoria anche solo parziale (in questo caso, il riconoscimento di somme non pagate) non può essere condannata a rimborsare le spese legali della controparte. Di conseguenza, la sentenza di merito è stata cassata su questo punto e le spese di tutti i gradi di giudizio sono state interamente compensate tra le parti.
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Licenziamento motivo oggettivo: onere della prova
La Corte di Cassazione conferma l'illegittimità di un licenziamento per motivo oggettivo a causa della mancata prova, da parte del datore di lavoro, dell'impossibilità di ricollocare il dipendente (repechage). Il caso riguardava un magazziniere che svolgeva anche mansioni di postino, rendendo la sua posizione fungibile con quella di altri colleghi. La Corte ha stabilito che l'azienda avrebbe dovuto effettuare una comparazione tra i lavoratori prima di procedere al licenziamento, applicando i criteri di correttezza e buona fede. L'appello dell'azienda è stato dichiarato inammissibile anche sulla quantificazione del danno, poiché non aveva contestato tempestivamente la retribuzione indicata dal lavoratore.
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Inammissibilità ricorso cassazione: motivi nuovi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una società contro la sentenza che riteneva illegittimo un licenziamento per giustificato motivo oggettivo. L'inammissibilità del ricorso cassazione è stata motivata dalla presentazione di questioni non sollevate nei precedenti gradi di giudizio e dalla condotta contraddittoria della ricorrente, che aveva accettato e utilizzato gli strumenti del rito processuale che poi ha contestato. La decisione conferma la condanna della società al pagamento di un'indennità risarcitoria al lavoratore.
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Contribuzione incentivo esodo: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di una società energetica e dell'ente previdenziale in merito alla contribuzione sull'incentivo all'esodo. La controversia riguardava la natura delle somme, in particolare mensilità aggiuntive, corrisposte ai lavoratori in un piano di esodo incentivato. La Corte ha stabilito che l'interpretazione degli accordi aziendali è un accertamento di fatto riservato al giudice di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità, confermando così implicitamente la decisione della Corte d'Appello che aveva qualificato tali somme come sostitutive dell'indennità di preavviso e quindi soggette a contribuzione.
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Indennità risarcitoria forfettaria: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 6381/2024, ha stabilito la legittimità dell'applicazione retroattiva della legge n. 183/2010, che introduce un'indennità risarcitoria forfettaria per i contratti a termine illegittimi. La Corte ha rigettato il ricorso di una lavoratrice, confermando che la nuova disciplina si applica anche ai giudizi in corso al momento della sua entrata in vigore. Di conseguenza, la lavoratrice è stata condannata a restituire le somme percepite in eccesso in base a una precedente sentenza, poi riformata.
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Manifesta insussistenza del fatto e licenziamento
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 6385/2024, ha rigettato il ricorso di una società contro la reintegrazione di una lavoratrice. Il licenziamento, motivato da una presunta riorganizzazione aziendale, è stato giudicato illegittimo per manifesta insussistenza del fatto, poiché l'azienda non ha provato il nesso causale tra la riorganizzazione e la soppressione della specifica posizione lavorativa. La Corte ha confermato la tutela reintegratoria e ha chiarito i criteri per il calcolo dell'indennità risarcitoria, ribadendo che l'onere della prova spetta interamente al datore di lavoro.
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Comunicazione sentenza: il termine per l’appello
L'appello di un lavoratore contro un licenziamento è stato giudicato tardivo. La Corte di Cassazione ha confermato che il termine di 30 giorni per impugnare, previsto dal "Rito Fornero", inizia dalla comunicazione della sentenza via PEC da parte della cancelleria, anche se l'oggetto dell'email è impreciso. La Corte ha sottolineato che la ricezione del testo integrale del provvedimento è l'elemento decisivo e che sul destinatario grava un onere di diligenza nell'aprire le comunicazioni giudiziarie. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Termini licenziamento disciplinare: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 5485/2024, ha stabilito che il licenziamento di un lavoratore è illegittimo se l'azienda non rispetta i termini per la sanzione previsti dal contratto collettivo. Nel caso specifico, l'azienda aveva superato il termine di sei giorni per irrogare la sanzione relativa a una prima contestazione, cercando di sospenderlo con una seconda contestazione poi rivelatasi infondata. La Corte ha chiarito che superare i termini licenziamento disciplinare equivale ad accettare le giustificazioni del lavoratore, facendo venir meno la giusta causa del recesso.
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