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Legge 689/1981 — Anno 2023

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265 provvedimenti

Altri anni per Legge 689/1981

Lavoro nero nel salone: la Cassazione conferma le sanzioni
Un'imprenditrice e la sua società sono state sanzionate per aver impiegato due lavoratrici in nero all'interno di un salone di parrucchieri. L'ispettorato del lavoro ha contestato l'illecito di lavoro nero e la mancata consegna della dichiarazione di assunzione. I datori di lavoro hanno impugnato le sanzioni lamentando diversi vizi formali, tra cui la mancata consegna immediata del verbale di primo accesso e l'omessa audizione personale in fase amministrativa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando le sanzioni. I giudici hanno chiarito che i vizi formali non annullano il provvedimento se non ledono concretamente il diritto di difesa e che le testimonianze delle lavoratrici e dei finanzieri sono pienamente valide per dimostrare il rapporto di lavoro subordinato irregolare.
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Confisca dell’imbarcazione: la proprietà non salva dal sequestro
Una società agricola ha impugnato l'ordinanza con cui un Ente Pubblico ha disposto la confisca dell'imbarcazione di sua proprietà e una sanzione pecuniaria, a causa di violazioni sulla pesca commesse da un terzo conducente. La società sosteneva di non aver mai autorizzato l'uso del natante. I giudici di merito hanno rigettato l'opposizione, rilevando che la proprietaria aveva consegnato i documenti del motore al conducente, rimanendo poi inerte. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. Per evitare la confisca dell'imbarcazione, il proprietario deve dimostrare che la circolazione sia avvenuta "contro" la sua volontà, adottando comportamenti attivi per impedirla, e non semplicemente "senza" il suo consenso.
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Notifica per compiuta giacenza: multa confermata all’azienda
Un'azienda alimentare ha ricevuto un'ordinanza-ingiunzione di 1.000 euro per violazione delle norme igieniche. L'Azienda ha contestato la sanzione sostenendo di non aver mai ricevuto il verbale di accertamento originario. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la validità della notifica. I giudici hanno stabilito che la **notifica per compiuta giacenza** si perfeziona regolarmente decorsi dieci giorni dal deposito dell'atto presso l'ufficio postale. L'atto giunto all'indirizzo del destinatario fa scattare la presunzione di conoscenza, superabile solo provando l'impossibilità incolpevole di averne notizia. Di conseguenza, l'opposizione dell'Azienda è stata respinta, confermando l'obbligo di pagare la sanzione e le spese di giudizio.
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Occupazione abusiva di suolo pubblico: ponti sanzionati
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di una società concessionaria autostradale contro l'ordinanza d'ingiunzione di una Provincia per il mancato pagamento del canone di occupazione del suolo pubblico. La concessionaria contestava la sanzione per la sopraelevazione dei ponti autostradali, sostenendo l'assenza di una norma primaria punitiva e invocando l'errore scusabile. I giudici hanno chiarito che l'omesso versamento del canone configura un'ipotesi di occupazione abusiva di suolo pubblico. Inoltre, i ponti autostradali non sono esenti dal prelievo, in quanto la società esercita un'attività d'impresa autonoma su beni pubblici. La concessionaria è stata condannata a pagare le spese di giudizio.
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Pagamento del COSAP: ponti statali ma la sanzione è dovuta
Una società concessionaria autostradale si è opposta alla sanzione inflitta da un ente locale per il mancato pagamento del COSAP relativo alla sopraelevazione di ponti autostradali su suolo provinciale. La società sosteneva che l'omesso versamento non potesse essere sanzionato come occupazione abusiva e invocava la disparità con la TOSAP e l'errore scusabile. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la legittimità della sanzione. I giudici hanno chiarito che il regolamento locale può integrare la legge primaria definendo il mancato pagamento come occupazione abusiva. Inoltre, COSAP e TOSAP sono istituti diversi, e l'uso di beni pubblici per attività d'impresa esclude l'errore scusabile. Di conseguenza, la società deve versare le sanzioni e pagare le spese di giudizio.
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Certificato di agibilità: paga l’azienda, non l’artista
L'Ispettorato del Lavoro ha sanzionato un'Azienda radiotelevisiva e il suo Legale Rappresentante per aver impiegato lavoratori dello spettacolo senza il prescritto certificato di agibilità. I ricorrenti si sono opposti, sostenendo che l'obbligo gravasse sui lavoratori e invocando l'applicazione retroattiva di una legge successiva più favorevole. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la sanzione di oltre 42.000 euro. I giudici hanno chiarito che l'obbligo di verificare il certificato di agibilità grava esclusivamente sull'impresa che fa agire i lavoratori. Inoltre, in materia di sanzioni amministrative, si applica rigorosamente la legge vigente al momento della violazione, escludendo l'applicazione retroattiva di norme più favorevoli entrate in vigore successivamente.
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Conversione della pena detentiva: negata se la richiesta è tardiva
Il Conducente, condannato per guida in stato di ebbrezza con l'aggravante di aver causato un incidente notturno, ha impugnato la sentenza di appello. Non avendo richiesto la conversione della pena detentiva in sanzione pecuniaria nei precedenti gradi di giudizio, ha cercato di ottenerla direttamente in Cassazione. Il ricorso si basava su una sopravvenuta sentenza della Corte Costituzionale che aveva ridotto la tariffa giornaliera di conversione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la conversione della pena detentiva non può essere disposta d'ufficio e che sul punto si era ormai formato il giudicato parziale. Il Conducente perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Incompatibilità dipendenti pubblici: sanzioni nulle se tardive
Un'azienda privata e un cittadino sono stati sanzionati dall'Agenzia delle Entrate per aver usufruito di prestazioni lavorative da parte di un dipendente statale senza la necessaria autorizzazione, violando le regole sull'incompatibilità dipendenti pubblici. I sanzionati hanno eccepito la tardività della notifica del verbale, avvenuta oltre il termine di novanta giorni previsto dalla legge. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei privati, stabilendo che il termine per la contestazione decorre dal momento in cui l'accertamento degli elementi dell'illecito si è concluso o avrebbe dovuto ragionevolmente concludersi. I ritardi dovuti a disfunzioni burocratiche o duplicazioni di indagini tra diversi organi di polizia non possono danneggiare il cittadino, che ha diritto a una tempestiva contestazione. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Emissione di assegni a vuoto: sanzioni valide ma difese aperte
Una società e il suo amministratore ricevevano dalla Prefettura nove ordinanze di ingiunzione per circa 130.000 euro a causa dell'emissione di assegni a vuoto. Il Giudice di Pace annullava i provvedimenti per tardività, ma il Tribunale ribaltava la decisione, ritenendo applicabile il termine di prescrizione quinquennale e tralasciando gli altri motivi di difesa presentati dai ricorrenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei debitori, stabilendo che il giudice d'appello non può ignorare le difese riproposte dalla parte che aveva vinto in primo grado. Di conseguenza, la sentenza è stata cassata con rinvio al Tribunale per un nuovo esame completo di tutte le contestazioni.
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Furto aggravato: incastrata dalla refurtiva perde il ricorso
L'Imputata è stata condannata per il reato di furto aggravato a quattro mesi di reclusione e centotre euro di multa. Poche ore dopo il furto, le forze dell'ordine l'hanno trovata in possesso di componenti compatibili con i telefoni sottratti alla persona offesa, senza che potesse giustificarne il possesso. L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'inutilizzabilità delle dichiarazioni testimoniali indirette e il diniego di conversione della pena detentiva in sanzione pecuniaria. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le testimonianze indirette sono utilizzabili se la difesa non ne richiede l'esame diretto in primo grado. Inoltre, il diniego di sostituzione della pena è legittimo se motivato dai precedenti penali e dalla condotta non collaborativa dell'imputata. L'Imputata perde il ricorso e deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sanzioni Libro unico del lavoro: decide la sede o l’ispezione?
Un'azienda riceve una sanzione dall'Ispettorato del Lavoro per omessa o errata registrazione dei dipendenti sul Libro unico del lavoro. L'ispezione avviene in provincia di Cuneo, ma la sede legale della società si trova in provincia di Alessandria. Sorge un conflitto di competenza tra i due tribunali per stabilire chi debba decidere sull'opposizione alla sanzione. La Corte di Cassazione risolve il conflitto dichiarando la competenza del Tribunale di Alessandria. Trattandosi di un illecito omissivo, il luogo di consumazione coincide con la sede legale dell'impresa, dove dovevano essere eseguiti gli adempimenti amministrativi legati al Libro unico del lavoro, e non con il luogo in cui è stato effettuato l'accertamento ispettivo.
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Pagamento in misura ridotta: annullata multa da 98mila euro
Un'azienda agricola ha ricevuto una sanzione di oltre 98.000 euro dalla Regione per non aver trattenuto il prelievo supplementare sulle quote latte. Prima dell'ingiunzione, l'azienda aveva effettuato il pagamento in misura ridotta di 1.000 euro, pari al doppio del minimo edittale. La Corte d'Appello aveva ritenuto inefficace tale versamento, considerando la sanzione fissa. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'azienda, stabilendo che il pagamento in misura ridotta estingue l'illecito amministrativo anche in materia di quote latte. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato definitivamente la sanzione inflitta all'azienda.
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Quote latte: sanzione annullata grazie al pagamento ridotto
Un'azienda agricola e il suo legale rappresentante si sono opposti a un'ordinanza ingiunzione della Regione, che imponeva una sanzione di oltre cinquantanovemila euro per il mancato versamento del prelievo sulle quote latte. I ricorrenti avevano già pagato in misura ridotta il doppio del minimo edittale prima dell'emissione del provvedimento sanzionatorio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che in tema di quote latte l'illecito amministrativo si estingue con il pagamento in misura ridotta pari al doppio del minimo edittale di mille euro. Di conseguenza, la Suprema Corte ha deciso nel merito e ha annullato definitivamente la sanzione inflitta all'azienda.
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Termine di decadenza contestazione Consob: sanzione confermata
L'Autorità di Vigilanza ha sanzionato una Società con una multa di 55.000 euro per carenze informative in un'operazione finanziaria. La Società ha impugnato la sanzione sostenendo che la contestazione fosse tardiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo un principio fondamentale sul termine di decadenza contestazione Consob: questo termine non inizia a decorrere dal momento in cui l'autorità riceve la notizia del fatto, ma solo quando si conclude l'attività istruttoria necessaria a verificare tutti gli elementi dell'illecito. Nel caso specifico, le complesse indagini, comprensive di audizioni e richieste di chiarimenti, hanno giustificato il tempo impiegato dall'autorità. Di conseguenza, la sanzione è stata confermata e la Società è stata condannata a pagare le spese di giudizio.
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Sanzioni Consob e principio del favor rei: no alla retroattività
L'Autorità di Vigilanza ha sanzionato un ex Amministratore di una banca per violazioni sulle valutazioni di adeguatezza degli investimenti. L'Amministratore ha impugnato il provvedimento, invocando l'applicazione retroattiva di norme più favorevoli introdotte successivamente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la sanzione rideterminata dalla Corte d'Appello. I giudici hanno chiarito che in tema di sanzioni Consob e principio del favor rei, la retroattività della legge più favorevole non si applica alle sanzioni amministrative sprovviste di una reale natura punitiva o penale. Inoltre, grava sull'amministratore l'onere di dimostrare l'assenza di colpa a fronte di accertate carenze organizzative dell'istituto di credito.
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Sanzioni amministrative pecuniarie: condannata l’amministratrice
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un'ex componente del consiglio di amministrazione di una banca, confermando la sanzione di 6.000 euro inflitta dall'Autorità di Vigilanza. La contestazione riguardava la mancata mappatura e verifica di adeguatezza dei titoli emessi rispetto alle esigenze dei clienti. La Suprema Corte ha chiarito che le sanzioni amministrative pecuniarie previste dal Testo Unico Finanziario non hanno natura penale, escludendo l'applicazione retroattiva della legge successiva più favorevole. Inoltre, in tema di sanzioni amministrative pecuniarie, opera una presunzione di colpa a carico dell'autore della violazione. Spetta quindi all'amministratore dimostrare di aver agito con la massima diligenza e senza colpa per superare l'addebito.
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Rendiconto delle spese elettorali: la diffida batte il ritardo
Un candidato alle elezioni comunali è stato sanzionato con oltre 25.000 euro per non aver presentato il rendiconto delle spese elettorali. Il candidato ha contestato la sanzione sostenendo che l'autorità avesse notificato l'atto oltre il termine di 90 giorni previsto dalla disciplina generale sulle sanzioni amministrative. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la diffida ad adempiere inviata dal Collegio di Garanzia Elettorale esclude la necessità di una successiva contestazione entro i 90 giorni. Questo atto speciale, infatti, consente già al trasgressore di sanare l'omissione e lo avverte del procedimento in corso. Il candidato perde definitivamente la causa e deve pagare la sanzione e le spese legali.
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Intermediario per gioielli rubati: condanna per dolo eventuale
La Corte di Cassazione conferma la condanna per un uomo che aveva fatto da intermediario nella vendita di diamanti e monete d'oro di provenienza illecita. La sentenza stabilisce che per la colpevolezza è sufficiente la ricettazione con dolo eventuale. L'intermediario, pur non avendo la certezza del furto, si è rappresentato la concreta possibilità che i beni fossero rubati e ha accettato il rischio, accompagnando il venditore presso un 'Compro Oro'. I giudici ribadiscono un principio fondamentale: per condannare per ricettazione non è necessario che il reato originario (il furto) sia stato accertato con una sentenza definitiva. La prova della provenienza illecita può essere anche solo logica, basata su indizi come la natura dei beni e le modalità sospette della vendita.
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Espulsione dello Straniero: Ingresso Legale ma Ordine Illegittimo
Una cittadina straniera, titolare di un permesso di soggiorno UE rilasciato da un altro Stato, entrava legalmente in Italia ma vi rimaneva oltre i tre mesi consentiti. La Prefettura emetteva un decreto di espulsione dello straniero per sottrazione ai controlli di frontiera. La Corte di Cassazione ha annullato tale decreto, stabilendo un principio fondamentale: l'ingresso legale, seguito da un soggiorno irregolare, non equivale a un ingresso clandestino. Pertanto, la Prefettura avrebbe dovuto seguire una procedura diversa, invitando prima la donna a tornare nello Stato UE che aveva rilasciato il permesso, invece di procedere direttamente con l'espulsione. La Corte ha quindi dato ragione alla cittadina, annullando il provvedimento per vizio di procedura.
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Lavoro Irregolare: Multa da 216mila € valida anche senza preavviso
La Corte di Cassazione ha confermato pesanti sanzioni per lavoro irregolare a carico di un professionista, il quale aveva impiegato un collaboratore in modo subordinato mascherando il rapporto. Il professionista si era difeso sostenendo vizi procedurali, come la mancata comunicazione dell'avvio dell'ispezione. La Corte ha stabilito un principio fondamentale: nel giudizio di opposizione a una sanzione amministrativa, il giudice valuta il rapporto sostanziale e non solo la legittimità formale dell'atto. Pertanto, eventuali vizi della fase amministrativa, come la mancata audizione, non annullano automaticamente la sanzione se la violazione viene provata in tribunale, dove il diritto di difesa è pienamente garantito. La sanzione di oltre 200.000 euro è stata quindi confermata.
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