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Legge 183/2010 — Anno 2023

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203 provvedimenti

Altri anni per Legge 183/2010

Accertamento del rapporto di lavoro: vittoria senza atto scritto
Un lavoratore ha chiesto l'accertamento del rapporto di lavoro subordinato direttamente nei confronti del suo reale datore di lavoro, nonostante fosse formalmente inquadrato presso altre società. Il lavoratore ha richiesto anche il pagamento di oltre 185.000 euro per differenze retributive e TFR. I giudici di merito avevano rigettato la domanda per decadenza, ritenendo superati i termini di legge. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che il termine di decadenza non decorre se manca un atto scritto che neghi la titolarità del rapporto. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Contratto a tempo determinato: il silenzio non cancella i diritti
Tre assistenti di volo hanno contestato la nullità del termine apposto ai loro contratti di lavoro. Le società datrici di lavoro sostenevano che il rapporto si fosse risolto per mutuo consenso, poiché i dipendenti avevano successivamente accettato un contratto a tempo indeterminato e fatto passare molto tempo prima di agire in giudizio. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso delle aziende. La Corte ha chiarito che l'accettazione di un nuovo impiego e il semplice passaggio del tempo non dimostrano la volontà di rinunciare ai diritti pregressi. Di conseguenza, è stata confermata la nullità del contratto a tempo determinato, con diritto alla ricostruzione della carriera e al risarcimento del danno.
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Contratto a termine illegittimo: causale vaga e reintegra
Un lavoratore ha impugnato l'ultimo di una serie di contratti di lavoro, sostenendo l'illegittimità della scadenza fissata. La Corte d'Appello ha dichiarato il contratto a termine illegittimo poiché la causale indicata dall'azienda era troppo generica e non specificava le reali mansioni del dipendente. Inoltre, le difese dell'azienda in giudizio differivano da quanto scritto nel contratto. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso della società datrice di lavoro. Di conseguenza, l'azienda deve riassumere il lavoratore a tempo indeterminato e versargli l'indennità risarcitoria prevista dalla legge.
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Somministrazione di lavoro abusiva: indennizzo senza assunzione
Un Ente Pubblico ha utilizzato un Lavoratore tramite agenzie di somministrazione per quasi dieci anni consecutivi per svolgere mansioni ordinarie. La Corte d'Appello ha dichiarato la nullità dei contratti e condannato l'Ente al risarcimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Ente Pubblico, confermando che l'uso continuativo del lavoro somministrato per coprire fabbisogni ordinari e permanenti costituisce una somministrazione di lavoro abusiva. Sebbene non sia possibile la conversione in un contratto a tempo indeterminato con la Pubblica Amministrazione, il Lavoratore ha diritto al risarcimento del danno comunitario presunto, quantificato tra 2,5 e 12 mensilità. L'Ente Pubblico perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Somministrazione di lavoro: abuso pubblico e risarcimento
Una lavoratrice è stata assunta da un'agenzia interinale per svolgere mansioni amministrative presso un ente pubblico tramite una somministrazione di lavoro a tempo determinato, prorogata sei volte. La Corte d'Appello ha dichiarato nullo il contratto poiché l'ente ha utilizzato il personale per coprire carenze d'organico strutturali e non temporanee, condannando l'amministrazione al risarcimento del danno. L'ente pubblico ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo la legittimità del contratto per sopperire alle attività ordinarie. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la somministrazione di lavoro nella pubblica amministrazione è legittima solo per esigenze temporanee ed eccezionali. Di conseguenza, la lavoratrice ha vinto la causa, ottenendo la conferma del risarcimento del danno, quantificato in sette mensilità, qualificato come danno presunto di matrice comunitaria per abuso di contratti flessibili.
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Contratto a termine illegittimo: il lavoratore vince dopo anni
Un assistente di volo ha contestato la scadenza del suo primo contratto di lavoro, firmato nel 2000 con una nota compagnia aerea. La Corte d'Appello ha dichiarato che si trattava di un contratto a termine illegittimo per mancanza delle causali di legge, riconoscendo un unico rapporto a tempo indeterminato fin dall'inizio e ordinando la ricostruzione della carriera del dipendente. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso della società datrice di lavoro. I giudici hanno chiarito che l'azione per far valere la nullità del termine non si prescrive mai e che il semplice passaggio del tempo non dimostra la volontà del lavoratore di rinunciare al posto. Di conseguenza, l'azienda è stata condannata anche al pagamento delle spese legali, consolidando il diritto del lavoratore alla stabilità dell'impiego e all'anzianità pregressa.
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Somministrazione di lavoro illegittima: precariato contro Stato
Una lavoratrice ha svolto mansioni di impiegata amministrativa per un ente pubblico tramite contratti di somministrazione quasi ininterrotti dal 2005 al 2010. La Corte d'Appello ha dichiarato l'illegittimità dei contratti poiché l'ente ha utilizzato il lavoro interinale per coprire carenze d'organico strutturali e non temporanee, condannandolo al risarcimento del danno. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente pubblico, confermando che la somministrazione di lavoro illegittima nel pubblico impiego, pur non potendo trasformarsi in un contratto a tempo indeterminato, dà diritto al risarcimento del cosiddetto danno comunitario. Questo danno è quantificato in via presuntiva tra un minimo e un massimo di mensilità. L'ente pubblico perde la causa ed è condannato a pagare le spese processuali.
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Tassazione risarcimento perdita di chance: esente il precariato
Un dipendente pubblico ha ottenuto un indennizzo per l'illegittima reiterazione di contratti a termine da parte del Ministero. L'Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso dell'IRPEF trattenuta su tale somma, ritenendola tassabile. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che il risarcimento per l'abuso del precariato nella pubblica amministrazione configura un indennizzo per perdita di chance occupazionali. Di conseguenza, tale somma ha natura puramente risarcitoria e non sostituisce la retribuzione. La Corte ha quindi confermato che non si applica la tassazione risarcimento perdita di chance, rigettando il ricorso del fisco e confermando il diritto del lavoratore al rimborso delle imposte trattenute.
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Licenziamento del dirigente: indennità salva senza impugnazione
Un dirigente ha contestato il recesso intimato dall'azienda per ottenere l'indennità supplementare prevista dal contratto collettivo, lamentando l'ingiustificatezza del provvedimento. I giudici di merito hanno dichiarato l'azione inammissibile per decadenza, ritenendo applicabili i termini previsti per l'impugnazione dei licenziamenti ordinari. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che le regole di decadenza non si applicano al licenziamento del dirigente quando si fa valere la mera ingiustificatezza contrattuale. Questo vizio non costituisce una forma di invalidità dell'atto, il quale rimane valido come recesso libero ma genera solo un diritto risarcitorio. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio alla Corte d'Appello.
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Conversione del contratto a termine: no al posto fisso senza concorso
Tre lavoratori hanno impugnato i contratti di lavoro temporanei stipulati con una società a totale partecipazione pubblica, chiedendo la conversione del contratto a termine in un rapporto a tempo indeterminato. Uno dei lavoratori ha successivamente firmato un accordo transattivo, estinguendo la sua controversia. Per gli altri due, la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. La Corte ha stabilito che, per le società pubbliche, l'assunzione deve avvenire tramite procedure selettive trasparenti e concorsi pubblici. La violazione di queste regole impedisce la conversione del contratto a termine in un impiego stabile, anche se la clausola temporanea fosse illegittima. I lavoratori ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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Conciliazione sindacale: firma tombale contro l’appalto fittizio
Il Lavoratore ha chiesto l'accertamento di un'interposizione fittizia di manodopera, sostenendo di aver lavorato stabilmente per l'Azienda Committente tramite appalti fittizi. Tuttavia, le parti avevano precedentemente firmato una conciliazione sindacale in cui il dipendente riconosceva la genuinità degli appalti e rinunciava a pretese verso la committente. La Corte d'Appello ha ritenuto valido l'accordo, dichiarando inammissibili le domande per il periodo coperto. Per il periodo successivo, il lavoratore non ha provato l'effettivo svolgimento delle mansioni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del dipendente, confermando che l'interpretazione della conciliazione sindacale spetta al giudice di merito e che l'accordo ha un valore tombale sulle pretese pregresse. Il Lavoratore perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Revisione del part-time: l’ente vince e i dipendenti perdono
Un gruppo di dipendenti pubblici ha impugnato la decisione dell'Azienda Sanitaria di trasformare i loro contratti di lavoro a tempo parziale da tempo indeterminato a tempo determinato. I lavoratori lamentavano la violazione dei principi di correttezza e buona fede. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del provvedimento. I giudici hanno stabilito che la revisione del part-time da parte della pubblica amministrazione è legittima se risponde a concrete esigenze organizzative e rispetta i canoni di correttezza. Nel caso specifico, l'ente pubblico aveva concordato un regolamento con i sindacati, previsto una proroga di un anno per evitare disagi immediati e garantito il rinnovo a chi dimostrava reali necessità familiari o di salute. Di conseguenza, i lavoratori hanno perso la causa e sono stati condannati al pagamento delle spese legali.
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Modifica unilaterale part-time: la PA perde in Cassazione
Alcune dipendenti di un'azienda sanitaria pubblica si sono opposte alla modifica unilaterale part-time del loro orario di lavoro. L'amministrazione aveva infatti tentato di ricondurle al tempo pieno basandosi su un regolamento interno e sulla legge n. 183 del 2010. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente pubblico, stabilendo che il potere di rivalutare e revocare i contratti a tempo parziale concessi prima del 2008 doveva essere esercitato tassativamente entro il termine perentorio di 180 giorni dall'entrata in vigore della legge. Superato questo limite temporale, l'amministrazione non può più imporre variazioni senza l'accordo del lavoratore. Di conseguenza, le lavoratrici mantengono il loro orario ridotto e l'azienda è condannata a pagare le spese di giudizio.
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Interposizione di manodopera: nessun limite di tempo per la causa
Una lavoratrice, formalmente assunta da una società appaltatrice poi fallita, ha contestato il proprio licenziamento denunciando un'illegittima interposizione di manodopera. La lavoratrice ha chiesto l'accertamento di un rapporto di lavoro subordinato direttamente con le società committenti. La Corte d'Appello aveva dichiarato inammissibile la domanda per decadenza, ritenendo tardiva l'impugnazione giudiziale verso le committenti. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della lavoratrice, stabilendo che la decadenza prevista dalla legge non si applica quando si chiede l'accertamento del rapporto di lavoro con un soggetto diverso dal datore formale, in mancanza di un atto scritto che neghi la titolarità del rapporto. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Termine di decadenza impugnazione: la beffa dell’anno bisestile
Un lavoratore ha contestato la validità di diversi contratti di somministrazione e a termine per ottenere un impiego a tempo indeterminato. Dopo aver inviato la contestazione scritta all'azienda il 24 febbraio 2012, ha depositato il ricorso in tribunale il 21 novembre 2012. La Corte di Cassazione ha stabilito che il ricorso è tardivo. Infatti, il termine di decadenza impugnazione di duecentosettanta giorni scadeva il 20 novembre 2012. Nel calcolo dei termini espressi in giorni si applica il criterio del computo effettivo dei giorni (ex numero), che include anche il ventinovesimo giorno del mese di febbraio dell'anno bisestile 2012. Di conseguenza, avendo depositato il ricorso con un giorno di ritardo, il lavoratore ha perso il diritto di agire in giudizio. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'azienda, respingendo definitivamente le richieste del lavoratore.
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Cessione di ramo d’azienda: il call center torna al vecchio titolare
Un'azienda di telecomunicazioni ha ceduto un servizio di call center a un'altra società. Due lavoratrici hanno impugnato la cessione di ramo d'azienda ritenendola illegittima per mancanza di autonomia del reparto trasferito. La Corte d'Appello ha accolto il ricorso delle lavoratrici, ordinando il ripristino del rapporto di lavoro originario. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. I giudici hanno stabilito che il termine di decadenza introdotto nel 2010 non si applica ai trasferimenti avvenuti prima, nel 2007. Inoltre, hanno confermato che il call center non era un ramo d'azienda autonomo, poiché dipendeva interamente dalle direttive e procedure della società cedente. L'azienda cedente perde la causa e deve reintegrare le lavoratrici, pagando le spese legali.
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Conversione del contratto a termine: risarcito ma senza posto
Un lavoratore ha impugnato il proprio contratto di lavoro stipulato con un Consorzio di bonifica siciliano, ritenendo illegittimo il termine di scadenza applicato. I giudici di merito avevano dichiarato nullo il termine, disponendo la conversione del contratto a termine in un rapporto a tempo indeterminato e condannando l'ente al risarcimento. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Consorzio. I giudici di legittimità hanno stabilito che, sebbene il termine fosse illegittimo per mancanza di prove sulle esigenze temporanee, la conversione del contratto a termine è giuridicamente impossibile. La legislazione regionale siciliana impone infatti un divieto assoluto di nuove assunzioni a tempo indeterminato per questi enti senza concorso pubblico. Di conseguenza, il lavoratore ha diritto solo all'indennità risarcitoria, ma non al posto di lavoro fisso.
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Trasferimento d’azienda: lavoratori esclusi senza limiti di tempo
Alcuni lavoratori hanno fatto causa alla vecchia e alla nuova società per ottenere il riconoscimento del loro passaggio alle dipendenze di quest'ultima. I lavoratori sostenevano che si fosse verificato un trasferimento d'azienda a seguito della reinternalizzazione delle attività di magazzino. I giudici di merito avevano rigettato la domanda, ritenendo l'azione ormai fuori tempo massimo per il superamento del termine di sessanta giorni previsto dalla legge. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dei lavoratori. I giudici hanno stabilito che il termine di decadenza non si applica quando il dipendente escluso rivendica la prosecuzione del rapporto di lavoro con il nuovo datore di lavoro. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio alla Corte d'appello.
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Interposizione fittizia di manodopera: la firma sindacale vince
Il Lavoratore ha agito in giudizio lamentando un'illecita interposizione fittizia di manodopera. Ha sostenuto di aver lavorato formalmente per una cooperativa appaltatrice, ma di aver svolto le proprie mansioni esclusivamente a favore di una nota società di spedizioni, reale utilizzatrice della prestazione. Il Lavoratore chiedeva quindi la costituzione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con quest'ultima. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, rilevando sia la validità di un precedente verbale di conciliazione sindacale con cui il dipendente aveva rinunciato a ogni pretesa, sia la totale genericità delle prove fornite sulla presunta frode. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso del Lavoratore, poiché le contestazioni sull'accordo transattivo erano generiche e non è stata fornita alcuna prova concreta dell'illecito appalto.
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Somministrazione irregolare: risarcimento sì, posto fisso no
I Lavoratori, assunti tramite somministrazione irregolare da un'Azienda di Trasporti pubblica, hanno chiesto la conversione del rapporto a tempo indeterminato e il risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione ha stabilito che la conversione è vietata per le società pubbliche che richiedono concorsi per le assunzioni. Tuttavia, la Corte ha accolto il ricorso dei lavoratori sul diritto al risarcimento del danno da precarizzazione, quantificabile tra 2,5 e 12 mensilità, rinviando la decisione alla Corte d'Appello per la quantificazione.
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