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Direttiva 2006/112/CE

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278 provvedimenti

Rimborso IVA: quando scade il termine di decadenza?
Una società ha pagato un'aliquota IVA superiore a quella dovuta e ha richiesto il rimborso oltre il termine biennale. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che il termine per la richiesta di rimborso IVA non decorre dalla rendicontazione finale di un progetto, ma dal momento in cui l'errore diventa riconoscibile, ovvero dalla ricezione delle fatture dei subappaltatori con l'aliquota corretta.
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Rimborso IVA termine: la Cassazione chiarisce il dies a quo
Una società di infrastrutture ha richiesto il rimborso di un'eccedenza IVA versata su un'anticipazione ricevuta da un Ministero. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando l'applicazione del termine di decadenza biennale. Il punto cruciale della decisione riguarda l'individuazione del 'dies a quo', ovvero il momento da cui far partire il calcolo del termine. Secondo la Corte, il rimborso IVA termine decorre non da una scadenza di progetto, ma dal momento in cui l'impresa ha ricevuto le fatture dai propri subappaltatori con un'aliquota inferiore, acquisendo così la consapevolezza dell'indebito versamento.
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Rimborso IVA: il dies a quo per la decadenza
Una società di telecomunicazioni ha richiesto un rimborso IVA per un'imposta versata in eccesso, ma l'istanza è stata respinta per tardività. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, chiarendo che il termine di decadenza biennale per il rimborso IVA decorre non dalla data di rendicontazione finale di un progetto, ma dal momento in cui il contribuente ha potuto concretamente accertare il versamento indebito, ovvero dalla ricezione della fattura del subappaltatore con aliquota agevolata. La parola chiave è rimborso IVA.
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Detrazione IVA operazioni inesistenti: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di detrazione IVA operazioni inesistenti derivanti da transazioni "circolari" nel settore energetico. Una società aveva detratto l'IVA su acquisti di energia che, secondo l'Amministrazione Finanziaria, facevano parte di un meccanismo fittizio a saldo zero con un'altra impresa. La Corte ha cassato la decisione di merito favorevole al contribuente, stabilendo che la detrazione non è ammessa per operazioni fittizie. Ha precisato che, per salvaguardare il principio di neutralità, la detrazione è possibile solo se viene provato che il rischio di perdita di gettito per l'Erario è stato completamente eliminato, cosa che il giudice di merito non aveva accertato. Inoltre, ha censurato il metodo di valutazione delle prove, che non aveva considerato l'insieme degli indizi in modo complessivo.
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Operazioni inesistenti IVA: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22795/2025, ha chiarito i limiti alla detrazione dell'IVA in caso di operazioni inesistenti. Il caso riguardava una società energetica accusata di aver partecipato a un meccanismo circolare di compravendita di energia, con transazioni a saldo zero. Sebbene la Corte d'Appello avesse inizialmente dato ragione alla società, sostenendo l'assenza di danno per l'Erario, la Cassazione ha ribaltato la decisione. Ha stabilito che il diritto alla detrazione IVA presuppone l'effettività dell'operazione. Pertanto, per le operazioni inesistenti IVA, la detrazione non è ammessa, anche se non vi è una perdita di gettito immediata, a meno che non si dimostri la completa eliminazione del rischio di frode. La sentenza sottolinea l'errore del giudice di merito nell'analizzare gli indizi in modo isolato ('atomistico') anziché valutarli nel loro complesso.
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Detrazione IVA negata per frode: onere della prova
La Corte di Cassazione ha confermato la negazione del diritto alla detrazione IVA per una società che aveva acquistato beni da fornitori risultati essere mere "cartiere". L'ordinanza sottolinea che, in caso di operazioni soggettivamente inesistenti, l'onere della prova di aver agito con la massima diligenza per evitare la frode ricade sul contribuente. L'Amministrazione Finanziaria deve solo dimostrare, anche tramite presunzioni, che l'acquirente sapeva o avrebbe dovuto sapere della frode, negando così la detrazione IVA anche in regime di reverse charge.
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Fatture soggettivamente inesistenti e reverse charge
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza di merito, stabilendo che un avviso di accertamento per fatture soggettivamente inesistenti è legittimo anche se non esplicita la natura dell'inesistenza. La Corte ha ribadito che il diritto alla detrazione IVA è escluso in caso di frode, anche se le operazioni rientrano nel meccanismo del 'reverse charge', poiché il principio di neutralità fiscale non può tutelare condotte illecite.
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IVA reverse charge: indetraibile se l’operazione è frode
Una società metallurgica si vedeva contestare la detrazione IVA per fatture emesse da fornitori fittizi. La Commissione Tributaria Regionale accoglieva la tesi della società, sostenendo che il meccanismo dell'IVA reverse charge rendesse l'operazione neutra. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, stabilendo che il reverse charge non si applica alle operazioni fraudolente o inesistenti. Il diritto alla detrazione viene meno se il contribuente era consapevole o avrebbe dovuto essere consapevole della frode, poiché la frode stessa è un limite invalicabile al principio di neutralità dell'IVA.
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Fatture inesistenti: no alla deducibilità dei costi
La Corte di Cassazione ha confermato l'indeducibilità dei costi per fatture inesistenti, sia ai fini delle imposte dirette che dell'IVA. Nel caso, una società metallurgica aveva registrato fatture per operazioni mai avvenute. La Corte ha stabilito che la prova dell'inesistenza oggettiva e soggettiva delle transazioni, unita alla non tracciabilità dei pagamenti, preclude qualsiasi deduzione, anche in regime di reverse charge.
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Rimborso IVA: la Cassazione sulle società di comodo
Una società si vede negare il rimborso IVA per lavori su un immobile in comodato e perché ritenuta 'di comodo'. La Cassazione accoglie il ricorso, stabilendo che il diritto al rimborso IVA dipende dalla strumentalità del bene e che la normativa sulle società di comodo va disapplicata se contrasta con il diritto UE, che richiede prova di abuso.
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Fermo amministrativo: interrompe la prescrizione IVA?
Una società richiedeva un rimborso IVA del 1999. L'Amministrazione finanziaria, vantando dei controcrediti, notificava due provvedimenti di fermo amministrativo. La Corte di Cassazione, con la sentenza 7251/2025, ha stabilito che il fermo amministrativo non è un mero impedimento di fatto, ma un impedimento giuridico che interrompe la prescrizione del diritto del contribuente al rimborso. La prescrizione, pertanto, non era maturata, in quanto riprende a decorrere solo dalla cessazione della causa impeditiva, come il passaggio in giudicato della sentenza che accerta l'insussistenza del credito dell'erario.
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Conto Cointestato: quando il Fisco presume il 100%
Un professionista ha ricevuto un avviso di accertamento fiscale basato su versamenti non giustificati su un conto cointestato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del contribuente, stabilendo che in caso di indagini bancarie su un conto cointestato, spetta al contribuente l'onere di fornire una prova rigorosa dell'estraneità di tali somme alla propria attività professionale, anche se il conto è condiviso con un altro soggetto. In assenza di tale prova, l'Agenzia delle Entrate può legittimamente attribuire l'intero importo al contribuente sottoposto a verifica.
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Rimborso credito IVA: decadenza e onere della prova
La Corte di Cassazione chiarisce che, in caso di cessazione dell'attività, il diritto al rimborso credito IVA è soggetto alla prescrizione ordinaria decennale e non alla decadenza biennale. Tuttavia, spetta sempre al contribuente l'onere di provare l'effettiva esistenza del credito. L'Amministrazione finanziaria può contestare tale esistenza anche in appello, trattandosi di una mera difesa e non di un'eccezione nuova.
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Detrazione IVA spese preparatorie: sì, anche senza ricavi
Una società di sviluppo immobiliare si è vista negare il rimborso di un credito IVA relativo all'acquisto di un immobile da ristrutturare. L'attività non era mai iniziata a causa del blocco imposto dall'autorità per i beni culturali. L'Amministrazione Finanziaria sosteneva che la società fosse inattiva. La Corte di Cassazione ha confermato il diritto alla detrazione IVA, chiarendo che le spese propedeutiche all'avvio di un'impresa danno diritto alla detrazione, anche in assenza di operazioni attive, specialmente se l'inattività dipende da fattori esterni e non dalla volontà dell'imprenditore.
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Diniego interpello disapplicativo: quando è impugnabile
Una società ha ricevuto un diniego interpello disapplicativo per disapplicare la normativa sulle società non operative. La Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, stabilendo che il provvedimento di diniego è un atto autonomamente impugnabile, in quanto manifesta una pretesa tributaria definita. Il ricorso dell'Amministrazione Finanziaria è stato rigettato.
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Interpello disapplicativo: impugnabile il diniego
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, confermando l'immediata impugnabilità del provvedimento di diniego a un'istanza di interpello disapplicativo. Il caso riguardava una società che non poteva operare a causa di gravi fattori esterni, come il fallimento della società venditrice di un immobile necessario all'attività. La Corte ha stabilito che tale diniego, pur non essendo nell'elenco degli atti tipici, manifesta una pretesa fiscale definita e lesiva, garantendo al contribuente il diritto alla tutela giurisdizionale. La decisione è rafforzata dal richiamo ai principi del diritto UE, che ritengono incompatibile la normativa italiana sulle società di comodo con la direttiva IVA.
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Rimborso IVA: chi può chiederlo se pagata per errore?
Una società ha pagato l'IVA ai propri fornitori per servizi poi rivelatisi esenti. Dopo che l'Agenzia Fiscale ha recuperato l'IVA indebitamente detratta, la società ha richiesto il rimborso per evitare una doppia imposizione. La Corte di Cassazione ha negato la richiesta di rimborso IVA, chiarendo che il cliente può agire direttamente contro lo Stato solo se dimostra, con un tentativo concreto, l'impossibilità di recuperare la somma dal fornitore, anche se quest'ultimo è fallito.
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Spese di rappresentanza: la Cassazione sui limiti IVA
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 5509/2025, ha rigettato il ricorso di una società di gestione di stazioni ferroviarie, confermando la legittimità della riqualificazione di alcuni costi promozionali da spese di pubblicità a spese di rappresentanza, con conseguente indetraibilità dell'IVA. La Corte ha ribadito che il criterio distintivo risiede nell'obiettivo perseguito: le spese di pubblicità mirano a un incremento diretto delle vendite, mentre le spese di rappresentanza, come quelle per eventi e decorazioni, hanno lo scopo di accrescere il prestigio e l'immagine aziendale, generando solo un'aspettativa indiretta di ritorno economico. L'ordinanza ha inoltre confermato la perentorietà dei termini per l'esercizio del diritto alla detrazione IVA.
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Rivalsa IVA: la Cassazione tutela il fornitore
Una società di servizi, dopo aver pagato l'IVA accertata dall'Agenzia delle Entrate per prestazioni inizialmente fatturate in esenzione, ha agito in giudizio per recuperare tale importo dal proprio cliente. I giudici di primo e secondo grado avevano negato questo diritto, applicando una vecchia normativa nazionale. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che il divieto di rivalsa IVA era contrario al principio di neutralità dell'IVA sancito dal diritto dell'Unione Europea. Pertanto, il giudice nazionale ha il dovere di disapplicare la norma interna e riconoscere il diritto del fornitore di recuperare l'imposta, garantendo che il peso del tributo ricada sul consumatore finale e non sull'impresa.
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Responsabilità rappresentante fiscale: limiti e prove
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 23524/2025, chiarisce i limiti della responsabilità del rappresentante fiscale di una società estera. La sentenza stabilisce che la responsabilità solidale per le violazioni IVA non deriva automaticamente dalla carica, ma richiede la prova di un'ingerenza attiva del rappresentante nelle operazioni fraudolente. La mera conoscenza delle irregolarità non è sufficiente. Il caso riguardava un professionista accusato di essere solidalmente responsabile per operazioni IVA inesistenti e non dichiarate, poste in essere dalla società svizzera che rappresentava. La Corte ha accolto il ricorso del contribuente, cassando la sentenza d'appello e rinviando per un nuovo esame basato su questo principio.
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