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d.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater — Anno 2023

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240 provvedimenti

Altri anni per d.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater

Graduatorie ad esaurimento: diploma non basta
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 7873/2023, ha respinto il ricorso di alcuni docenti in possesso del diploma magistrale conseguito prima dell'a.s. 2001/2002, negando il loro inserimento nelle graduatorie ad esaurimento. La Corte ha stabilito che il solo possesso del titolo non è sufficiente e che l'annullamento di un decreto ministeriale da parte del giudice amministrativo non estende i suoi effetti a chi non ha impugnato l'atto, consolidando un orientamento restrittivo sull'accesso a tali graduatorie.
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Graduatorie ad esaurimento: diploma non basta
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 7785/2023, ha stabilito che il possesso del diploma magistrale conseguito entro l'anno scolastico 2001/2002 non costituisce titolo sufficiente per l'inserimento nelle graduatorie ad esaurimento (GAE). La Corte ha rigettato il ricorso di alcune insegnanti, chiarendo che l'accesso a tali graduatorie era riservato a chi era già inserito nelle previgenti graduatorie permanenti al momento della loro trasformazione e chiusura a nuovi inserimenti, disposta dalla legge n. 296/2006.
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Graduatorie ad esaurimento: diploma non basta
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 7681/2023, ha respinto il ricorso di due docenti che chiedevano l'inserimento nelle graduatorie ad esaurimento in virtù del possesso del diploma magistrale conseguito entro l'anno scolastico 2001/2002. La Corte ha stabilito che tale titolo, da solo, non è sufficiente a garantire l'accesso a tali graduatorie, chiuse a nuovi inserimenti dalla legge n. 296/2006. La decisione conferma un orientamento consolidato, sottolineando che neppure l'annullamento di precedenti decreti ministeriali può creare un diritto automatico all'inserimento per tutti i soggetti non precedentemente inclusi.
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Graduatorie ad esaurimento: diploma non basta
Un gruppo di insegnanti con 'diploma magistrale' ottenuto entro l'a.s. 2001/2002 ha richiesto l'inclusione nelle graduatorie ad esaurimento (GAE). La Corte di Cassazione ha respinto il loro ricorso, ribadendo un principio consolidato: il solo possesso del diploma non è un titolo sufficiente per accedere a tali graduatorie. La Corte ha inoltre chiarito che l'annullamento di un decreto ministeriale da parte del Consiglio di Stato non crea automaticamente un diritto generalizzato all'inserimento nelle graduatorie ad esaurimento per tutti i docenti.
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Licenziamento collettivo: i criteri di scelta dei lavoratori
Una lavoratrice impugna il suo licenziamento nell'ambito di una procedura di licenziamento collettivo, contestando i criteri di scelta e la limitazione della platea dei lavoratori da licenziare a specifiche unità produttive. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della procedura. Ha stabilito che la scelta dell'imprenditore di ridurre il personale è insindacabile nel merito e che la limitazione della platea è ammissibile se giustificata da oggettive esigenze tecnico-produttive, come nel caso di specie.
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Contratti a termine P.A.: il limite di 36 mesi vale sempre
La Corte di Cassazione ha stabilito che nei contratti a termine P.A., il limite massimo di durata di 36 mesi è inderogabile e si calcola cumulando tutti i rapporti di lavoro per mansioni equivalenti con lo stesso ente, anche se le assunzioni derivano da diverse procedure selettive. La sentenza conferma il diritto della lavoratrice al risarcimento del danno per l'abuso subito a causa della reiterazione dei contratti oltre il limite legale.
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Esenzione ICI per Enti Pubblici: il caso ARPA
La Cassazione ha negato l'esenzione ICI a un'agenzia ambientale regionale. Non basta essere un ente pubblico: l'agenzia non è un'articolazione organica della Regione e le attività, come un asilo nido a pagamento, sono state ritenute di natura commerciale, escludendo il diritto all'esenzione ICI.
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Esenzione ICI enti pubblici: la Cassazione decide
Un'agenzia regionale per la protezione ambientale si è vista negare dalla Corte di Cassazione l'esenzione ICI per i propri immobili. La Corte ha stabilito che, per ottenere l'agevolazione, non è sufficiente la natura pubblica dell'ente o lo svolgimento di attività istituzionali. È necessario dimostrare che tali attività non siano condotte con modalità commerciali. Nel caso specifico, la presenza di un asilo nido aziendale con rette a pagamento e l'autonomia giuridica dell'agenzia rispetto alla Regione sono stati elementi decisivi per escludere il diritto all'esenzione ICI enti pubblici.
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Vizi cosa locata: quando il ricorso è inammissibile
Un conduttore ricorre in Cassazione per vizi della cosa locata, lamentando difetti all'impianto fognario. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile, sottolineando come la critica alla sentenza d'appello fosse troppo generica e tendesse a un riesame dei fatti, non consentito in sede di legittimità. La decisione ribadisce i rigorosi requisiti di specificità per i ricorsi in Cassazione.
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Compenso medico convenzionato: no a tagli unilaterali
La Corte di Cassazione ha stabilito che un'Azienda Sanitaria Locale non può ridurre unilateralmente il compenso di un medico convenzionato, anche in presenza di un piano di rientro per la spesa sanitaria. Il rapporto tra medico e SSN è di natura privatistica e parasubordinata, governato dalla contrattazione collettiva. Pertanto, qualsiasi modifica economica deve essere negoziata e non imposta, rendendo illegittimo il taglio unilaterale del compenso medico convenzionato a fronte di prestazioni lavorative rimaste invariate.
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Compenso medico convenzionato: no alla riduzione
La Corte di Cassazione ha stabilito che un'Azienda Sanitaria non può ridurre unilateralmente il compenso di un medico convenzionato, anche in presenza di un piano di rientro per la spesa sanitaria. La decisione si fonda sulla natura privatistica del rapporto, che non consente alla Pubblica Amministrazione di agire con poteri autoritativi. Qualsiasi modifica economica deve avvenire tramite la contrattazione collettiva. Il ricorso dell'Azienda Sanitaria è stato quindi rigettato, confermando le sentenze dei gradi precedenti.
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Compenso medico convenzionato: no al taglio unilaterale
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 4692/2023, ha stabilito che un'Azienda Sanitaria Locale non può ridurre unilateralmente il compenso medico convenzionato, anche in presenza di un piano di rientro per la spesa sanitaria. Il rapporto tra medico e ASL è di natura privatistica e paritetica, regolato dalla contrattazione collettiva, che non può essere derogata da atti autoritativi della Pubblica Amministrazione. La Corte ha rigettato il ricorso dell'ASL, confermando la decisione dei giudici di merito e condannandola al pagamento delle somme dovute al professionista.
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Compenso medico convenzionato: no a tagli unilaterali
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 4691/2023, ha stabilito che un'Azienda Sanitaria Locale non può ridurre unilateralmente il compenso di un medico convenzionato, neanche in presenza di un piano di rientro della spesa sanitaria. Il rapporto tra medico e SSN è di natura privatistica e paritaria, regolato dalla contrattazione collettiva, che non può essere derogata da atti autoritativi della P.A. La riduzione del compenso medico convenzionato è stata equiparata a un inadempimento contrattuale di un debitore privato.
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Indennità di rischio medico: la decisione della Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 3922/2023, ha respinto il ricorso di una dottoressa che richiedeva il pagamento dell'indennità di rischio. La Corte ha stabilito che un accordo regionale non può introdurre un'indennità generalizzata e automatica per tutti i medici, poiché ciò contrasta con l'Accordo Collettivo Nazionale, il quale prevede tali compensi solo per 'particolari e specifiche condizioni di disagio'. La clausola regionale è stata quindi ritenuta nulla, legittimando la sospensione del pagamento da parte dell'Azienda Sanitaria.
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Indennità di rischio: no se generalizzata e non specifica
Una dottoressa ha citato in giudizio un'Azienda Sanitaria Locale per un'"indennità di rischio" sospesa, prevista da un accordo regionale. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta della professionista, stabilendo che tale indennità non può essere concessa in modo automatico a tutti i medici di una regione. Deve essere, invece, strettamente collegata a condizioni di disagio specifiche e dimostrate, come delineato dai contratti collettivi nazionali, requisito che la norma regionale non rispettava. La Corte ha anche respinto il ricorso dell'Azienda Sanitaria, ribadendo che la retribuzione non può essere ridotta unilateralmente per motivi di bilancio al di fuori della contrattazione collettiva.
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Indennità aggiuntive medici: ASL non può ridurle
La Corte di Cassazione ha stabilito che un'Azienda Sanitaria non può ridurre unilateralmente le indennità aggiuntive dei medici convenzionati, anche per esigenze di contenimento della spesa. Tali modifiche devono avvenire tramite negoziazione collettiva. Tuttavia, la Corte ha ritenuto illegittima un'indennità di rischio concessa in modo generalizzato a tutti i medici di una regione, poiché deve essere legata a specifiche e particolari condizioni di disagio.
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Indennità medici convenzionati: i limiti regionali
La Corte di Cassazione si è pronunciata sulla legittimità delle indennità per medici convenzionati previste da accordi regionali. Con l'ordinanza in esame, ha stabilito che un accordo regionale non può introdurre un'indennità di rischio generalizzata per tutti i medici di un territorio, se l'accordo nazionale prevede tali compensi solo per specifiche e particolari condizioni di disagio. La Corte ha rigettato sia il ricorso del medico che quello dell'Azienda Sanitaria, confermando che la contrattazione decentrata non può derogare in peius alla disciplina nazionale, né può ignorare i vincoli di spesa pubblica. La decisione sottolinea il principio di gerarchia delle fonti e la necessità di una giustificazione specifica per l'erogazione di compensi aggiuntivi.
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Compenso medici ASL: illegittima la riduzione unilaterale
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 3749/2023, ha stabilito l'illegittimità della riduzione unilaterale del compenso per i medici convenzionati da parte di un'Azienda Sanitaria Locale. La Corte ha chiarito che qualsiasi modifica agli accordi economici, anche per esigenze di contenimento della spesa, deve rispettare le procedure di contrattazione collettiva. Tuttavia, ha anche precisato che gli accordi regionali non possono introdurre indennità generalizzate, come quella di rischio, in contrasto con i principi di specificità previsti dalla contrattazione nazionale. Di conseguenza, sia il ricorso del medico che quello dell'ASL sono stati respinti, confermando la necessità di un equilibrio tra autonomia negoziale e rispetto della normativa nazionale sul compenso medici ASL.
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Indennità di rischio medico: la decisione della Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 3748/2023, ha stabilito che l'indennità di rischio medico non può essere erogata in modo generalizzato a tutti i medici di una regione. Tale compenso aggiuntivo è legittimo solo se legato a specifiche e particolari condizioni di disagio e difficoltà, come previsto dalla contrattazione nazionale, e non può essere esteso indiscriminatamente da un accordo regionale. Al contempo, la Corte ha ribadito che un'Azienda Sanitaria non può ridurre unilateralmente i compensi dei medici convenzionati, nemmeno per esigenze di bilancio, dovendo rispettare le procedure di negoziazione collettiva.
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Avviso accertamento ICI: validità firma e aree edificabili
Un contribuente ha impugnato un avviso accertamento ICI relativo a terreni agricoli qualificati come edificabili. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando due principi fondamentali: la validità della firma a stampa sull'atto, se supportata da un provvedimento dirigenziale, e la qualificazione di un'area come edificabile basata sulla sua inclusione nel piano regolatore generale, anche in assenza di piani attuativi. La Corte ha ritenuto legittima la pretesa del Comune, che aveva già considerato la minore potenzialità edificatoria riducendo il valore imponibile.
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