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Art. 8 Convenzione EDU — Sezione Sesta Civile

7 provvedimenti

Altri anni per Art. 8 Convenzione EDU

Diniego protezione internazionale: ragioni personali non bastano
La Corte di Cassazione ha confermato il diniego di protezione internazionale a un cittadino del Senegal. Il richiedente aveva basato la sua domanda su contrasti familiari e insoddisfazione personale, non su un fondato timore di persecuzione o gravi rischi nel suo paese. La Corte d'Appello aveva già escluso i presupposti per lo status di rifugiato, la protezione sussidiaria e quella umanitaria, evidenziando l'assenza di richieste di protezione alle autorità statali del Senegal. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile per la sua genericità e per non aver contestato specificamente le motivazioni della sentenza precedente.
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Protezione complementare: lavoro stabile e stop al rimpatrio
Un cittadino straniero ha richiesto il permesso di soggiorno per motivi umanitari dopo una prima decisione negativa. Il Tribunale ha respinto la domanda, ignorando il contratto di lavoro a tempo indeterminato stipulato in Italia e il soggiorno ultra-ottotennale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dello straniero. I giudici hanno chiarito che la protezione complementare introdotta nel 2020 non richiede una comparazione con il Paese d'origine se il richiedente dimostra un solido radicamento lavorativo e sociale in Italia.
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Integrazione sociale dello straniero tra lavoro e legami
Un cittadino straniero ha richiesto la protezione umanitaria dimostrando di svolgere un'attività lavorativa stabile e continuativa in Italia. Tuttavia, non ha presentato prove relative ad altri legami sociali, familiari o affettivi nel territorio. La Corte di Cassazione si interroga se il solo lavoro sia sufficiente a dimostrare l'integrazione sociale dello straniero o se sia necessaria la compresenza di più fattori come famiglia, casa e relazioni sociali. Data l'importanza della questione per l'uniformità del diritto, i giudici hanno rinviato la causa alla pubblica udienza per stabilire un principio chiaro.
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Decreto di espulsione: la famiglia non salva chi delinque
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del decreto di espulsione emesso nei confronti di un cittadino straniero. Quest'ultimo aveva impugnato il provvedimento lamentando la violazione del diritto all'unità familiare, dichiarando di avere tre figli in Italia. Tuttavia, i giudici hanno accertato che l'uomo non conviveva effettivamente con la famiglia e presentava una spiccata pericolosità sociale, testimoniata da numerosi precedenti penali per reati contro il patrimonio e spaccio di stupefacenti. L'ultimo reato era stato commesso proprio il giorno dell'espulsione. La Suprema Corte ha chiarito che la tutela dei legami familiari non impedisce l'allontanamento dello straniero se quest'ultimo rappresenta una minaccia concreta per la sicurezza pubblica. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando l'allontanamento.
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Integrazione assente e rischi non provati: niente protezione
Il caso riguarda un cittadino straniero che ha richiesto il riconoscimento della protezione umanitaria. Il Tribunale ha respinto la domanda poiché l'uomo non ha dimostrato di aver subito violazioni dei diritti umani nel proprio Paese, né di aver costruito una solida rete sociale o familiare in Italia. Il richiedente ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, lamentando un'errata valutazione della sua integrazione sociale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che il giudice di merito ha motivato correttamente il diniego. La decisione sottolinea che la protezione umanitaria richiede una valutazione comparativa tra la vita in Italia e quella nel Paese d'origine, che nel caso specifico non ha evidenziato situazioni di particolare vulnerabilità.
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Pericolosità sociale ed espulsione: i limiti del giudice
Un cittadino straniero ha impugnato un decreto di espulsione prefettizio, lamentando l'omessa valutazione dei suoi legami familiari in Italia e l'assenza di una reale pericolosità sociale. Il Giudice di Pace aveva inizialmente confermato l'espulsione basandosi esclusivamente su generici precedenti penali. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, stabilendo che la pericolosità sociale deve essere accertata in modo concreto e attuale, attraverso un esame globale della personalità e della condotta di vita del soggetto, non potendo derivare automaticamente da sole condanne passate.
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Convivenza effettiva e permesso di soggiorno
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca del permesso di soggiorno per motivi familiari a un cittadino straniero per mancanza del requisito della convivenza effettiva. Nonostante il legame di parentela con il fratello residente in Italia, il trasferimento della residenza anagrafica e l'assenza di effetti personali presso l'abitazione del parente hanno dimostrato l'interruzione della vita comune. La Suprema Corte ha ribadito che per i fratelli maggiorenni la convivenza effettiva è un presupposto di legge imprescindibile, non sostituibile dal solo legame affettivo.
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