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Art. 73, comma 5, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 — Anno 2024

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430 provvedimenti

Altri anni per Art. 73, comma 5, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309

Ricorso inammissibile: genericità dei motivi e condanna
Un individuo, condannato per reati legati agli stupefacenti, ha presentato appello alla Corte di Cassazione. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile a causa della genericità e aspecificità dei motivi presentati, che non contestavano adeguatamente la sentenza impugnata. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e a una sanzione pecuniaria.
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Ricorso inammissibile: quando l’appello è una copia
La Corte di Cassazione ha dichiarato un ricorso inammissibile perché i motivi presentati erano una mera ripetizione di quelli già respinti in appello. La sentenza sottolinea che un'impugnazione deve contenere una critica argomentata alla decisione precedente, non limitarsi a riproporre le stesse doglianze. La ricorrente, condannata per reati di evasione e stupefacenti, è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca per detenzione di stupefacenti: i requisiti
La Cassazione annulla la confisca di denaro disposta in un caso di patteggiamento per detenzione di stupefacenti di lieve entità. La sentenza chiarisce che la confisca per sproporzione (art. 240-bis c.p.) richiede una motivazione specifica sulla sproporzione del bene rispetto al reddito, non essendo sufficiente un generico collegamento con l'attività illecita. Il provvedimento è stato annullato per motivazione apparente, con rinvio al Tribunale per un nuovo esame.
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Lieve entità spaccio: quando la Cassazione la esclude
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 34205/2024, ha rigettato il ricorso di un imputato che chiedeva il riconoscimento del fatto di lieve entità spaccio. Nonostante le quantità di droga non fossero ingenti, la Corte ha ritenuto decisivo il ruolo attivo del soggetto, il suo pieno inserimento in una rete di distribuzione e la sua conoscenza dei meccanismi del traffico illecito. La decisione sottolinea che la valutazione non può limitarsi al solo dato quantitativo, ma deve considerare l'intera condotta e il contesto criminale.
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Messa alla prova: l’istanza deve essere completa
Un imputato, condannato per spaccio, si è visto negare la messa alla prova. Anche dopo la riqualificazione del reato in una fattispecie meno grave che avrebbe consentito l'accesso al beneficio, la Cassazione ha confermato il diniego. La motivazione risiede nel fatto che l'istanza originaria era incompleta, priva del programma di trattamento dell'UEPE o della prova di averlo richiesto. La Corte ha sottolineato che la serietà e l'ammissibilità della domanda dipendono da questi requisiti formali, che non possono essere sanati a posteriori.
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Omicidio volontario: quando la violenza è dolo
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un uomo condannato per omicidio volontario e rapina ai danni di una donna ultranovantenne. La sentenza chiarisce che l'aggressione violenta contro una persona estremamente fragile integra il dolo eventuale, configurando l'omicidio volontario e non quello preterintenzionale, poiché l'agente accetta il rischio concreto del decesso.
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Speciale tenuità del danno: no se il lucro è alto
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 42492/2024, ha rigettato il ricorso di due imputati condannati per trasporto e detenzione di cocaina. La Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito di non applicare l'attenuante della speciale tenuità del danno (art. 62 n. 4 c.p.). La motivazione si fonda non sulla quantità dello stupefacente, ma sul considerevole lucro potenziale e sulle modalità astute di occultamento della droga, elementi che escludono la particolare tenuità dell'offesa. La sentenza chiarisce che il valore di mercato e il profitto perseguibile sono fattori decisivi per valutare la speciale tenuità del danno.
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Appello detenuto: Domicilio non necessario
La Corte di Cassazione ha annullato un'ordinanza di inammissibilità di un appello. La Corte d'Appello aveva errato nel richiedere l'elezione di domicilio a un imputato che presentava un appello detenuto, poiché per legge le notifiche devono essere fatte in carcere. L'obbligo è superfluo e viola il diritto di accesso alla giustizia.
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Confisca denaro: illegittima per reati di lieve entità
La Corte di Cassazione ha annullato un provvedimento di confisca del denaro a carico di due persone condannate per spaccio di lieve entità. La sentenza chiarisce che, per questi reati, non si applica la confisca allargata che richiede all'imputato di giustificare la provenienza dei beni. È invece necessaria una confisca ordinaria, per la quale spetta all'accusa dimostrare il collegamento diretto tra il denaro e l'attività illecita. Mancando tale prova, il denaro deve essere restituito.
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Misura cautelare: termini e motivazione secondo la Cassazione
La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi di due indagati sottoposti a misura cautelare in carcere per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. La sentenza chiarisce due principi fondamentali: il termine di 45 giorni per il deposito della motivazione del riesame decorre dal deposito del dispositivo e non dalla data dell'udienza; inoltre, l'omessa motivazione sull'inidoneità degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico non causa la nullità dell'ordinanza, potendo essere integrata in sede di riesame.
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Associazione a delinquere stupefacenti: il ruolo conta?
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un individuo accusato di partecipazione ad un'associazione a delinquere stupefacenti. L'indagato sosteneva di avere un ruolo marginale, ma la Corte ha confermato la misura cautelare, sottolineando che anche compiti di 'basso profilo', se inseriti stabilmente e funzionalmente nella struttura dell'organizzazione, sono sufficienti a configurare la partecipazione al reato associativo.
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Ricorso inammissibile patteggiamento: ecco quando
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro una sentenza di patteggiamento per un reato di lieve entità. Il motivo del ricorso è stato ritenuto generico e non rientrante nei casi tassativamente previsti dalla legge. Questa ordinanza ribadisce che il ricorso inammissibile patteggiamento è una conseguenza diretta quando non si rispettano i limiti specifici di impugnazione.
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Ricorso patteggiamento: quando è inammissibile?
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile un ricorso patteggiamento proposto da un imputato. L'ordinanza chiarisce che l'appello contro una sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti è possibile solo per i motivi tassativamente elencati dall'art. 448, comma 2-bis, c.p.p., escludendo censure sulla mancata applicazione della non punibilità per tenuità del fatto o sul trattamento sanzionatorio.
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Ricorso inammissibile patteggiamento: i limiti
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 42244/2024, ha dichiarato un ricorso inammissibile patteggiamento presentato da un imputato contro una sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti. Il ricorso è stato ritenuto generico e proposto al di fuori dei limitati casi previsti dalla legge, confermando la quasi-definitività dell'accordo di patteggiamento e condannando il ricorrente al pagamento delle spese.
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Ricorso inammissibile patteggiamento: i limiti
La Corte di Cassazione dichiara un ricorso inammissibile patteggiamento contro una sentenza per reati di lieve entità in materia di stupefacenti. Il ricorso, basato su una generica contestazione del trattamento sanzionatorio, non rientrava nei casi previsti dall'art. 448, comma 2-bis, c.p.p., portando alla condanna del ricorrente alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Ricorso patteggiamento: limiti e inammissibilità
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile un ricorso patteggiamento presentato da un imputato. L'appello, volto a ottenere una pena alternativa non concordata in sede di patteggiamento, è stato ritenuto generico e proposto al di fuori dei casi consentiti dalla legge.
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Ricorso inammissibile: limiti all’appello al patteggiamento
Un imputato ricorre in Cassazione contro una sentenza di patteggiamento, contestando la confisca disposta. La Corte Suprema dichiara il ricorso inammissibile perché generico e presentato al di fuori dei casi tassativamente previsti dalla legge per l'impugnazione di tale tipo di sentenze, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione.
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Esigenze cautelari: la Cassazione e il reato di spaccio
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di arresti domiciliari per spaccio di lieve entità. Vengono confermate le esigenze cautelari basate sulla sistematicità dell'attività e sulla pervicacia dimostrata, ritenendo l'incensuratezza dell'imputato un fattore non decisivo.
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Fatto di lieve entità: quando il ricorso è inammissibile
La Corte di Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi di due imputati condannati per spaccio e detenzione di stupefacenti. La richiesta di riconoscere il fatto di lieve entità è stata respinta perché i ricorsi erano vaghi e reiterativi. La Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, i quali avevano escluso la lieve entità sulla base della pluralità delle sostanze e delle modalità organizzate dell'azione, ritenendo la motivazione della sentenza d'appello adeguata e priva di vizi logici.
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Ricorso inammissibile: quando l’appello è generico
La Corte di Cassazione ha dichiarato un ricorso inammissibile avverso una condanna per stupefacenti. L'appello è stato ritenuto manifestamente infondato perché i motivi presentati erano estremamente generici, vaghi e si limitavano a ripetere argomenti già respinti nei gradi precedenti, senza muovere una critica specifica e argomentata alla sentenza impugnata. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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