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Art. 73, comma 5, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 — Anno 2023

132 provvedimenti

Altri anni per Art. 73, comma 5, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309

Spaccio di lieve entità: sì per la cocaina, no per l’hashish
La Corte di Cassazione ha stabilito che il reato di spaccio di lieve entità può essere riconosciuto per una sostanza stupefacente (cocaina) ma non per un'altra (hashish) nell'ambito dello stesso procedimento. Un uomo è stato condannato per detenzione di entrambe le droghe, ma l'attenuante è stata negata per l'hashish a causa dell'enorme quantitativo, da cui si potevano ricavare oltre 1100 dosi. Secondo i giudici, una quantità così grande dimostra un'elevata capacità di spaccio e legami con ambienti criminali, impedendo di qualificare il fatto come lieve. Il ricorso dell'imputato è stato quindi dichiarato inammissibile, confermando la condanna più severa per la detenzione di hashish.
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Errore giuridico non manifesto: ricorso respinto dopo patteggiamento
Un imputato, dopo aver concordato una pena (patteggiamento) per reati di droga, ha presentato ricorso in Cassazione lamentando un'erronea qualificazione giuridica del fatto. Sosteneva che il reato dovesse essere considerato di lieve entità. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha stabilito che, dopo un patteggiamento, si può contestare la qualificazione giuridica solo in caso di 'errore manifesto', cioè un errore palese e indiscutibile. Poiché l'imputato non ha fornito prove concrete di un errore così evidente, ma solo una diversa interpretazione, il suo ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione.
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Inammissibilità ricorso Cassazione: resistenza e appello generico
Un soggetto, condannato per resistenza a pubblico ufficiale e spaccio di lieve entità, ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione. L'appello contestava un'aggravante legata al reato di resistenza. La Corte ha stabilito l'inammissibilità del ricorso per cassazione, giudicando i motivi presentati come generici e semplici ripetizioni di argomenti già valutati e respinti in appello. Questa decisione ha reso la condanna definitiva e ha comportato per il ricorrente il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di lieve entità: condanna per droga nel pacchetto sigarette
Una donna viene condannata per spaccio di lieve entità dopo essere stata osservata dai militari mentre cedeva un involucro nascosto in un pacchetto di sigarette. L'imputata presenta ricorso in Cassazione, sostenendo che la motivazione della condanna fosse illogica. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile, chiarendo che il suo compito non è rivalutare le prove, ma solo verificare la corretta applicazione della legge. Poiché i fatti erano stati accertati correttamente nel merito, la condanna diventa definitiva e la donna viene condannata a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Coltivazione di Stupefacenti: Condanna valida senza verbale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un uomo accusato di coltivazione di stupefacenti. L'imputato aveva allestito una serra con undici piante di canapa indiana. La sua difesa si basava su una presunta irregolarità: la mancanza di un verbale che documentasse come le foglie e le infiorescenze fossero state separate dalle piante per essere analizzate. La Corte ha respinto il ricorso, stabilendo un principio importante. L'estrazione del campione da analizzare è una semplice operazione materiale e non un atto tecnico irripetibile. Pertanto, non richiede formalità particolari come un verbale o la presenza della difesa, a meno che non emergano elementi concreti per dubitare della corrispondenza tra il materiale sequestrato e quello analizzato. La condanna è quindi diventata definitiva.
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Spaccio di lieve entità: No al beneficio se l’attività è redditizia
La Corte di Cassazione ha negato il riconoscimento dello spaccio di lieve entità a un soggetto che, pur con mezzi rudimentali, aveva organizzato un'attività di spaccio professionale. L'imputato era riuscito a servire centinaia di clienti e a generare profitti significativi in breve tempo. Secondo i giudici, la professionalità e la capacità di radicarsi in una rete criminale sono elementi che dimostrano una notevole offensività della condotta. Tale gravità impedisce di qualificare il fatto come di lieve entità, anche in presenza di altri fattori meno allarmanti. La Corte ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna.
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Spaccio di lieve entità: ricorso generico, condanna confermata
Un uomo, condannato per un reato legato agli stupefacenti, ha presentato ricorso in Cassazione chiedendo il riconoscimento del reato di 'spaccio di lieve entità', una fattispecie meno grave. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché ritenuto troppo generico. I giudici hanno stabilito che le motivazioni dell'imputato non contestavano in modo specifico le argomentazioni della sentenza precedente, che erano state considerate adeguate. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e l'uomo è stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione di 3.000 euro.
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Fatto di lieve entità: ricorso generico, condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che chiedeva il riconoscimento del 'fatto di lieve entità' per un reato legato agli stupefacenti. La Corte ha stabilito che il ricorso era troppo generico e non si confrontava adeguatamente con le motivazioni della sentenza precedente. Di conseguenza, l'imputato non solo ha visto la sua condanna diventare definitiva, ma è stato anche condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di 3.000 euro. La decisione sottolinea l'importanza di presentare motivi di ricorso specifici e pertinenti.
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Patteggiamento e Appello: Inammissibilità del Ricorso per Droga
Un imputato, dopo aver concordato una pena tramite patteggiamento per reati di spaccio, ha presentato ricorso in Cassazione. Chiedeva di re-inquadrare il reato come 'fatto di lieve entità' per ottenere una pena inferiore. La Corte di Cassazione ha però stabilito l'inammissibilità del ricorso post patteggiamento. La legge, infatti, limita fortemente i motivi di appello dopo un accordo sulla pena. Non è possibile contestare la valutazione del giudice sulla gravità del fatto, ma solo specifici errori di diritto, come un'errata qualificazione giuridica o una pena illegale. La condanna originaria è stata quindi confermata.
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Ricorso per cassazione personale: l’errore che rende la condanna definitiva
Un imputato, condannato per un reato minore legato agli stupefacenti, ha tentato di contestare la sentenza presentando un ricorso per cassazione personale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso immediatamente inammissibile. La legge, infatti, vieta categoricamente all'imputato di presentare personalmente questo tipo di impugnazione. È sempre necessaria la firma di un avvocato abilitato al patrocinio presso le giurisdizioni superiori. A causa di questo errore formale, il ricorso non è stato esaminato nel merito, la condanna è diventata definitiva e l'imputato è stato condannato a pagare le spese processuali e un'ulteriore somma alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità negato: 500 dosi sono un fatto grave
Due persone vengono condannate per spaccio di droga. Uno dei due contesta la propria responsabilità, sostenendo che la droga trovata in casa non fosse in suo uso esclusivo. L'altro chiede il riconoscimento del reato di 'spaccio di lieve entità'. La Corte di Cassazione ha respinto entrambi i ricorsi. Ha confermato la responsabilità del primo, poiché la droga e il materiale per il confezionamento si trovavano nella sua camera da letto e in un suo giaccone. Ha negato lo 'spaccio di lieve entità' al secondo, data l'enorme quantità di sostanza (sufficiente per oltre 500 dosi), il denaro e gli strumenti professionali, elementi che indicano un'attività di spaccio strutturata e non occasionale. Le condanne sono definitive.
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Uso personale di stupefacenti: condannato perde il ricorso
Un uomo, condannato per un reato minore legato agli stupefacenti, presenta ricorso in Cassazione. Sostiene che la detenzione fosse per uso personale di stupefacenti e che quindi non dovesse essere punito penalmente. La Corte Suprema, però, dichiara il ricorso inammissibile. La motivazione è che la sua difesa era troppo generica e non dimostrava un errore palese e immediato nella valutazione del primo giudice. L'impugnazione basata su una diversa qualificazione del fatto è possibile solo in casi di errore manifesto. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e un'ulteriore somma alla Cassa delle ammende.
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Attenuante della collaborazione: nome vago non basta, condanna ok
Un imputato per reati di droga ha chiesto alla Corte di Cassazione una riduzione di pena, sostenendo di aver diritto all'attenuante della collaborazione per aver indicato il suo fornitore come un generico 'Alex di Francavilla al mare'. La Corte ha respinto il ricorso, dichiarandolo inammissibile. Ha stabilito che l'attenuante della collaborazione richiede informazioni concrete, specifiche e utili alle indagini, non indicazioni vaghe e generiche. Una collaborazione solo apparente non è sufficiente per ottenere uno sconto di pena. L'imputato è stato quindi condannato a pagare le spese processuali e una multa.
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Coltivazione di stupefacenti: Cassazione nega nuovo esame dei fatti
Un uomo condannato per la coltivazione di stupefacenti si rivolge alla Corte di Cassazione. Sostiene che la coltivazione era rudimentale, destinata all'uso personale e che il reato era di lieve entità. La Corte, però, dichiara il suo ricorso inammissibile. La sentenza stabilisce un principio fondamentale: la Cassazione non può effettuare una nuova valutazione dei fatti. Il suo compito è solo verificare la corretta applicazione della legge. Poiché le richieste dell'uomo implicavano un riesame delle prove, la Corte le ha respinte, confermando la condanna e condannandolo al pagamento delle spese.
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Uso personale di stupefacenti: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato l'assoluzione di un giovane trovato in possesso di un notevole quantitativo di droghe. La sentenza sottolinea che la quantità da sola non basta a provare lo spaccio, confermando la tesi dell'uso personale di stupefacenti. Elementi come un 'grinder' o una somma di denaro sono stati ritenuti equivoci e non sufficienti a superare la presunzione di uso personale, specialmente in assenza di prove concrete come bilancini o contatti con acquirenti.
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Ricorso patteggiamento: i limiti secondo la Cassazione
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile un ricorso patteggiamento avverso una condanna per reati di droga. L'ordinanza chiarisce che, dopo la riforma del 2017, i motivi di appello sono tassativi e non includono una rivalutazione nel merito, come la quantità della sostanza. La decisione si fonda sull'articolo 448, comma 2-bis del codice di procedura penale, che limita l'impugnazione a specifici vizi di legalità.
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Specificità dei motivi di ricorso: quando è inammissibile
La Corte di Cassazione dichiara l'inammissibilità di un ricorso in materia di stupefacenti. La decisione si basa sulla mancata specificità dei motivi di ricorso, che si limitavano a riproporre censure già esaminate e respinte nei gradi di merito, senza un reale confronto con la motivazione della sentenza d'appello.
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Ricorso inammissibile: la Cassazione e i motivi ripetuti
La Corte di Cassazione ha dichiarato un ricorso inammissibile in un caso di reati legati agli stupefacenti. I motivi presentati dall'imputato sono stati ritenuti una semplice ripetizione di argomentazioni già respinte dalla Corte d'Appello, senza un confronto specifico con la sentenza impugnata. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Uso personale stupefacenti: quando il ricorso è nullo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per detenzione di stupefacenti. La Corte ha stabilito che la tesi difensiva basata sull'uso personale stupefacenti non può essere riproposta in Cassazione con motivazioni generiche e fattuali, che non contestano specificamente le argomentazioni della sentenza d'appello. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di un'ammenda.
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Ricorso patteggiamento: i limiti dopo la riforma
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile un ricorso patteggiamento, ribadendo che, a seguito della riforma del 2017, l'impugnazione è possibile solo per i motivi tassativamente elencati dall'art. 448, comma 2-bis, c.p.p. Il motivo sollevato dal ricorrente, relativo all'omessa motivazione su cause di esclusione della punibilità, non rientra tra questi, comportando la condanna alle spese e a un'ammenda.
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