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Art. 73, comma 5, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 — Anno 2022

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73 provvedimenti

Altri anni per Art. 73, comma 5, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309

Inammissibilità ricorso penale: la Cassazione conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un Lavoratore per spaccio di sostanze stupefacenti, dichiarando l'inammissibilità del ricorso penale. Il Lavoratore aveva contestato l'eccessiva entità della pena inflitta. La Corte ha ritenuto la sentenza di appello ben motivata, basandosi sulla quantità e tipologia delle droghe, sulla professionalità dimostrata e sui precedenti penali del soggetto. L'appello è stato giudicato manifestamente infondato, comportando la conferma della condanna e l'obbligo di pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità Ricorso Penale: Pena Giustificata anche al Minimo
Due imputati, condannati per reati legati agli stupefacenti, hanno presentato ricorso alla Corte di Cassazione. Essi lamentavano una presunta carenza di motivazione nella sentenza di appello, in particolare riguardo al calcolo della pena base e al suo scostamento dai minimi edittali. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale per entrambi. Ha stabilito che la sentenza di appello aveva adeguatamente giustificato la pena. La Corte ha ribadito che non serve una motivazione specifica e dettagliata quando la pena è vicina ai minimi di legge o inferiore alla media edittale. Gli imputati dovranno pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle Ammende.
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Confisca denaro stupefacenti: quando il profitto non è provato
Un Lavoratore è stato condannato per spaccio di lieve entità e recidiva. Il Tribunale ha disposto la confisca di droga e di una somma di denaro trovata in casa e sul motorino. Il Lavoratore ha contestato la confisca del denaro, sostenendo che per il reato contestato (spaccio di lieve entità) il denaro non avrebbe dovuto essere confiscato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso. Ha chiarito che per lo spaccio di lieve entità, la confisca denaro stupefacenti è possibile solo se si dimostra che il denaro è il profitto diretto del reato. Nel caso specifico, non c'era prova sufficiente. La Corte ha annullato la confisca e ordinato la restituzione del denaro.
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Trattamento sanzionatorio e ricorso generico: scatta la multa
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza di condanna per spaccio di lieve entità. La difesa contestava violazioni di legge e difetti di logica relativi alla determinazione della pena. I giudici di legittimità hanno rilevato la totale genericità dei motivi presentati. L'atto difensivo non si confrontava con la lineare e coerente motivazione espressa dalla corte territoriale. La Suprema Corte ha confermato la decisione precedente e ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. Il collegio ha condannato il ricorrente alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende. L'ordinanza ribadisce che contestare il trattamento sanzionatorio richiede argomenti puntuali e mirati.
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Spaccio di Lieve Entità: la pericolosità della droga decide il caso
Un Lavoratore è stato condannato per spaccio di stupefacenti (shaboo) e ha presentato ricorso per cassazione. Ha sostenuto che il suo caso dovesse rientrare nella fattispecie di **spaccio di lieve entità**, lamentando che i giudici precedenti non avessero valutato complessivamente la modesta portata della sua condotta. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che per riconoscere la **lieve entità** del fatto, è necessaria una "minima offensività penale" della condotta. La natura estremamente pericolosa dello shaboo e la quantità (72 dosi ricavabili, con bilancino) escludevano la possibilità di considerare il fatto di lieve entità. Il Lavoratore è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità Ricorso Penale: Quando la Cassazione non entra nel merito
Un Lavoratore è stato condannato per un reato legato agli stupefacenti, con pena di tre mesi di reclusione e multa. Ha presentato ricorso in Cassazione lamentando il diniego delle circostanze attenuanti generiche e l'eccessività della pena. La Corte d'Appello aveva già confermato la condanna, ritenendo la pena congrua e le attenuanti già considerate, seppur con una portata riduttiva limitata dalla non episodicità del fatto e dai precedenti. La Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale, confermando la condanna e imponendo al Lavoratore il pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Condanna per Spaccio: Ricorso Penale Inammissibile in Cassazione
Un Lavoratore è stato condannato per detenzione di cocaina finalizzata allo spaccio, con sentenza confermata in appello. Ha presentato ricorso in Cassazione lamentando vizi di motivazione e mancato riconoscimento di attenuanti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso penale inammissibile. Ha ritenuto che le contestazioni fossero una mera riproposizione di argomenti già esaminati e respinti nei precedenti gradi di giudizio, senza un confronto critico con la "doppia conforme". Il Lavoratore deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Attenuanti generiche negate: la Cassazione respinge il ricorso
L'Imputato, condannato per spaccio di lieve entità, contesta la mancata concessione delle attenuanti generiche e la misura della pena. I giudici di merito hanno negato il beneficio a causa dei precedenti penali, pur non specifici, e dell'assenza di condotte positive meritevoli di riduzione. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile perché l'impugnazione non affronta la logica della sentenza impugnata. Di conseguenza, l'Imputato perde definitivamente e subisce la condanna al versamento delle spese di giustizia e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso in Cassazione: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso in Cassazione presentato da un imputato condannato per cessione di sostanze stupefacenti di lieve entità a sei mesi di reclusione e millecinquanta euro di multa. Nonostante l'ottenimento del beneficio della non menzione in grado di appello, l'imputato ha impugnato la decisione lamentando una motivazione carente sull'assenza di cause di non punibilità. La Suprema Corte ha accertato che i motivi di doglianza erano totalmente generici, astratti e privi di reale confronto critico con la sentenza d'appello. Di conseguenza, il Collegio ha confermato in via definitiva la condanna penale e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese del giudizio e di una somma pari a tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: continuità e volumi escludono sconti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per traffico di stupefacenti a carico di un imputato, respingendo la richiesta di derubricazione nel reato di spaccio di lieve entità. La difesa sosteneva il ruolo marginale del soggetto, privo di legami con la criminalità organizzata e rivolto a pochi acquirenti abituali. Tuttavia, i giudici hanno evidenziato la vendita continuativa di oltre 2700 dosi di cocaina e crack nell'arco di quattro anni, con guadagni stimati in almeno 60.000 euro. Tale continuità temporale e l'efficienza logistica dimostrano una solida capacità organizzativa, incompatibile con la minima offensività richiesta dalla fattispecie attenuata.
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Fatto di lieve entità e 100 grammi di hashish: pena ridotta
L'Imputato subiva una condanna per traffico di stupefacenti a seguito del sequestro di cento grammi di hashish. I giudici di merito negavano la qualificazione della condotta come fatto di lieve entità basandosi solo sul quantitativo lordo e sulle milletrecento dosi teoricamente ricavabili. L'Imputato ricorreva in Cassazione lamentando l'assenza di indagini sulle modalità dell'azione e la mancanza di una rete strutturata di spaccio. La Suprema Corte accoglieva il ricorso, affermando che il solo dato ponderale non esclude la minore gravità del reato. I giudici di legittimità valorizzavano studi statistici che considerano cento grammi compatibili con la minima offensività. La Corte annullava la condanna con rinvio per la rideterminazione al ribasso della pena.
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Detenzione a fine di spaccio o uso personale: il verdetto
La Corte d'Appello condanna un uomo a un anno di reclusione e a 1.500 euro di multa per il reato di lieve entità legato agli stupefacenti, riformando la precedente assoluzione di primo grado. L'imputato presenta ricorso per Cassazione contestando la sussistenza della detenzione a fine di spaccio e sostenendo che la sostanza stupefacente servisse unicamente al proprio consumo personale. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità ribadiscono il principio secondo cui la Cassazione non può riesaminare le prove o compiere una rilettura dei fatti storici già accertati nel merito. La richiesta della difesa mirava a sostituire la ricostruzione dei giudici con una versione alternativa. L'imputato deve quindi scontare la condanna e pagare 3.000 euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: uso personale o condanna penale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di detenzione ai fini di spaccio a carico di un soggetto trovato in possesso di cocaina. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto 9 involucri di sostanza stupefacente, divisi tra la persona e il veicolo sotto il sedile del passeggero, oltre a 90 euro in contanti di vario taglio. La difesa sosteneva che la droga fosse destinata al mero consumo personale e invocava il principio dell'oltre ogni ragionevole dubbio. I giudici di legittimità hanno dichiarato inammissibile il ricorso: la suddivisione in dosi, il parziale occultamento, l'elevato principio attivo e il possesso di denaro contante senza fonte di reddito costituiscono indici chiari e logici di destinazione a terzi, insindacabili in sede di legittimità.
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