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Art. 648-ter Codice Penale — Anno 2022

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129 provvedimenti

Altri anni per Art. 648-ter Codice Penale

Sequestro Preventivo: Cassazione annulla per motivazione insufficiente
Un Lavoratore, imputato per intestazione fittizia di beni e impiego di denaro illecito, ha chiesto il dissequestro preventivo di orologi di lusso, quote societarie e veicoli. Ha sostenuto che i beni erano stati acquistati con proventi leciti derivanti dalla vendita di quadri. Il Tribunale del riesame ha rigettato la sua richiesta, ritenendo la documentazione insufficiente a dimostrare la provenienza lecita dei beni, data la sproporzione con i redditi dichiarati. La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza del Tribunale, accogliendo il ricorso del Lavoratore. La Cassazione ha stabilito che la motivazione del Tribunale era "apparente" e non aveva esaminato adeguatamente le prove difensive, in particolare la consulenza tecnica sulla provenienza del denaro. Il caso tornerà al Tribunale per un nuovo esame.
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Autoriciclaggio e Prestanome: Cassazione rigetta ricorso Indagato
Il Tribunale del Riesame aveva convertito la custodia in carcere per un Indagato in arresti domiciliari con braccialetto elettronico. L'Indagato era accusato di associazione di tipo mafioso e di autoriciclaggio, avendo reimpiegato proventi illeciti da attività di gioco in imprese (come una friggitoria e un'azienda agricola) intestate a prestanome. La difesa ha contestato la gravità indiziaria e l'autonomia del reato di autoriciclaggio rispetto alla fittizia intestazione. La Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il ruolo di vertice dell'Indagato nell'associazione e la piena configurabilità dell'autoriciclaggio, non assorbito dalla fittizia intestazione. Ha ribadito il pericolo di reiterazione del reato.
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Profitto del reato di autoriciclaggio e distrazione d’azienda
La Procura ha contestato agli indagati la distrazione di un complesso aziendale del valore di oltre due milioni di euro da una società poi fallita, proseguendo l'attività tramite società collegate per occultarne l'origine illecita. Il Giudice per le Indagini Preliminari ha disposto il sequestro preventivo della somma corrispondente al valore dell'azienda. Il Tribunale del Riesame ha annullato il vincolo cautelare, ritenendo errata la quantificazione del profitto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Procura, chiarendo che il profitto del reato di autoriciclaggio comprende il valore dinamico dell'azienda distratta e reimpiegata in nuove attività economiche.
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Esigenze cautelari: annullati i domiciliari senza legami attuali
L'Indagato subisce la misura degli arresti domiciliari per presunto reimpiego di capitali illeciti con aggravante mafiosa. La difesa contesta l'assenza di motivazione circa le concrete esigenze cautelari e il pericolo di reiterazione, sottolineando la cessazione dei contatti dopo l'arresto del presunto vertice criminale. Il Tribunale del Riesame conferma la misura limitandosi alla presunzione di legge. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso e annulla il provvedimento con rinvio: i giudici devono spiegare puntualmente l'attualità dei contatti criminali e le ragioni che impediscono misure meno afflittive.
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Autoriciclaggio: quadri truffati e rivenduti come leciti
L'Imputato ha ottenuto diverse opere d'arte mediante plurime truffe e le ha successivamente rivendute a collezionisti terzi in buona fede. Durante le trattative, l'uomo ha garantito la regolarità del proprio acquisto, incassando e monetizzando assegni per occultare l'origine furtiva del patrimonio. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il delitto di autoriciclaggio. I giudici hanno chiarito che certificare falsamente la provenienza lecita di beni truffati integra un'autonoma condotta dissimulatoria volta a reimmettere i proventi illeciti nell'economia legale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e alla Cassa delle Ammende.
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Soldi del clan nell’edilizia: è impiego di denaro illecito
Un imprenditore edile ha ricevuto somme da esponenti di un clan mafioso per la compravendita di due immobili, impiegandole nella propria impresa. La difesa sosteneva la liceità dei fondi, asserendo che derivassero da un risarcimento assicurativo e che i pagamenti fossero tracciabili tramite assegni. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di impiego di denaro di provenienza illecita, aggravato dall'agevolazione mafiosa. I giudici hanno chiarito che i rapporti decennali con il boss rendevano il costruttore consapevole dell'origine criminale delle risorse. La natura fungibile del denaro impedisce di separare fondi leciti da illeciti quando confluiscono nell'attività economica.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: confermati i domiciliari
Il Tribunale del Riesame ha concesso gli arresti domiciliari a un indagato, ritenuto concorrente esterno del clan camorristico per aver gestito imprese edili legate a un esponente criminale, nonché accusato di intestazione fittizia e riciclaggio. L'indagato ha presentato ricorso per Cassazione, sostenendo che l'attività societaria fosse estranea al clan e giustificata da normali rapporti familiari con il suocero mafioso, oltre a eccepire la carenza di prove sui capitali illeciti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. I giudici hanno confermato la solidità del quadro indiziario basato sulla totale impossidenza economica dell'indagato al momento della fondazione della società e sulle intercettazioni che dimostravano la consapevolezza del reimpiego di capitali sporchi. La pronuncia consolida i criteri probatori per il concorso esterno in associazione mafiosa in sede cautelare.
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Reato di autoriciclaggio: la tracciabilità bancaria non salva
Un amministratore giudiziario e la consorte hanno sottratto somme rilevanti dai conti di società sottoposte a sequestro. L'uomo ha utilizzato i proventi del peculato per acquistare uno studio professionale, mentre la moglie ha comprato un immobile conferendolo poi in una società familiare. La difesa ha sostenuto che la piena tracciabilità dei bonifici bancari escludesse il reato di autoriciclaggio e quello di riciclaggio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi e ha confermato le condanne. I giudici hanno chiarito che il trasferimento di denaro a terzi altera la titolarità giuridica dei beni e allontana la provvista illecita. La trasparenza contabile successiva non cancella la natura dissimulatoria dell'operazione.
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Indebita compensazione di crediti: carcere e reato con F24
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare a carico di un indagato per associazione per delinquere, reimpiego di capitali illeciti e indebita compensazione di crediti inesistenti legati a fittizi bonus fiscali. La difesa contestava la mancata indicazione del termine di scadenza della misura e contestava i gravi indizi di colpevolezza. I giudici hanno chiarito che il termine prefissato per le indagini è obbligatorio solo quando sussiste esclusivamente il pericolo di inquinamento probatorio, e non quando concorre il pericolo di reiterazione del reato. Inoltre, il reato fiscale si perfeziona nel momento stesso in cui il contribuente presenta il modello F24 telematico, a prescindere dalle successive registrazioni dell'Agenzia delle Entrate nel cassetto fiscale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Profitto del reato di autoriciclaggio e sequestro dell’azienda
I giudici di merito avevano annullato un sequestro preventivo milionario per autoriciclaggio derivante da bancarotta fraudolenta, ritenendo errata la quantificazione del profitto. Il Tribunale sosteneva che la somma bloccata coincidesse impropriamente con il provento del reato fallimentare presupposto anziché con il guadagno autonomo delle successive condotte. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Procura, stabilendo un principio cruciale: quando l'oggetto della distrazione è un'intera azienda viva, l'esercizio dell'attività d'impresa tramite società collegate costituisce impiego economico illecito. Di conseguenza, il profitto del reato di autoriciclaggio coincide con il valore dell'azienda distratta e con i proventi generati dalla continuità aziendale.
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Istanza di dissequestro: vietati nuovi motivi in Cassazione
Un imprenditore ha presentato un'istanza di dissequestro per riottenere i beni aziendali bloccati a seguito di indagini per reati tributari. L'interessato ha motivato la domanda iniziale con la sola urgenza di riprendere le normali attività d'impresa. I giudici territoriali hanno respinto la richiesta. L'imprenditore ha quindi proposto ricorso per Cassazione, introducendo per la prima volta motivi giuridici del tutto nuovi, tra cui la prescrizione di alcuni reati e l'annullamento di precedenti contestazioni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Chi impugna un provvedimento cautelare non può sollevare questioni mai indicate nella domanda originaria. Il ricorrente deve inoltre pagare le spese processuali e una sanzione economica.
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Fatture per operazioni inesistenti: vince la bancarotta
La vicenda nasce dal fallimento di una società industriale e dalla distrazione dei suoi beni aziendali a favore di una nuova impresa. Per nascondere il passaggio illecito delle merci e sottrarsi al versamento delle imposte, diversi imprenditori hanno emesso fatture per operazioni inesistenti. Il primo giudice ha declinato la competenza indicando la sede legale della ditta emittente, ma il secondo magistrato ha sollevato conflitto negativo ravvisando una connessione tra frode fiscale e bancarotta. La Corte di Cassazione ha chiarito che l'emissione dei documenti falsi non si presume avvenuta nella sede legale e che il forte legame con il delitto fallimentare attrae la competenza territoriale dinanzi al tribunale del reato più grave.
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Reato di autoriciclaggio: stop ad arresti senza prove
Un presunto socio occulto finisce agli arresti domiciliari con l'accusa di aver investito capitali illeciti in una nuova società commerciale. L'accusa ipotizza il reato di autoriciclaggio e l'intestazione fittizia delle quote societarie per schermare il denaro di un clan mafioso. La difesa contesta la totale assenza di prove sui versamenti e l'inesistenza di un reato presupposto commesso dall'indagato. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della difesa e annulla l'ordinanza cautelare. I giudici supremi chiariscono che l'intestazione fraudolenta di valori non può fungere da reato base per il reimpiego dei capitali. Mancano riscontri patrimoniali certi e la prova del dolo specifico.
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Controllare i conti non basta per il concorso in autoriciclaggio
La Corte di Cassazione ha esaminato la posizione di un indagato accusato di associazione mafiosa e autoriciclaggio di proventi illeciti in imprese edili. L'accusa si basava su un'intercettazione in cui il soggetto controllava la resa contabile degli investimenti eseguiti in passato dal padre. I giudici hanno chiarito che il concorso in autoriciclaggio non sussiste mediante una semplice verifica successiva dei conti, trattandosi di un reato istantaneo già consumato con l'impiego del capitale. Al contrario, tale ruolo di fiduciario economico dimostra la concreta messa a disposizione verso il clan mafioso. La Suprema Corte ha quindi annullato con rinvio l'ordinanza cautelare limitatamente all'autoriciclaggio, confermando invece la custodia in carcere per il reato associativo.
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Tracciabilità bancaria e reato di riciclaggio: la condanna
Alcuni individui hanno aperto conti correnti e movimentato somme inviate da aziende straniere vittime di una truffa informatica. Gli imputati hanno ritirato contanti e inviato bonifici verso banche estere in cambio di provvigioni. La difesa ha sostenuto che la tracciabilità delle operazioni bancarie e la presunta partecipazione alla truffa escludessero la punibilità. La Suprema Corte di Cassazione ha confermato le condanne e ha stabilito che scatta il reato di riciclaggio anche tramite bonifici tracciabili o semplici prelievi di cassa. Il reato sussiste pure se l'agente accetta il mero rischio dell'origine delittuosa dei fondi.
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Revoca degli arresti domiciliari: respinto il ricorso
La Corte di Cassazione ha confermato il ripristino della custodia cautelare a carico di un indagato per associazione a delinquere, riciclaggio e scommesse clandestine. Il Giudice per le indagini preliminari aveva concesso la revoca degli arresti domiciliari, valorizzando relazioni di polizia pregresse e il rigetto di una misura di prevenzione. Su appello del Pubblico Ministero, il Tribunale del Riesame ha ripristinato la misura cautelare. I giudici hanno chiarito che i documenti difensivi riguardavano fatti antecedenti e risultavano inidonei a cancellare la pericolosità sociale emersa nelle indagini più recenti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'indagato, ribadendo il principio del giudicato cautelare in assenza di fatti nuovi.
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Responsabilità penale dell’amministratore prestanome: i limiti
La Procura contestava a un cittadino di aver assunto la carica di amministratore unico e liquidatore fittizio di alcune società per favorire reati di riciclaggio e autoriciclaggio commessi dai gestori occulti. Il Tribunale del Riesame annullava gli arresti domiciliari per assenza di prove sulla reale consapevolezza dei crimini. La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento della misura cautelare. I giudici hanno chiarito che la responsabilità penale dell'amministratore prestanome non scatta in modo automatico per i delitti di riciclaggio realizzati da terzi. L'assunzione della sola carica formale non dimostra la coscienza e la volontà di agevolare condotte illecite complesse.
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Responsabilità amministratore di diritto e riciclaggio
La Procura ha contestato il reato di riciclaggio a una donna che figurava come prestanome in diverse società formalmente a lei intestate, ma gestite dal marito. I giudici hanno annullato la misura cautelare per assenza di prove sulla sua reale consapevolezza dei reati commessi dagli amministratori occulti. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, respingendo il ricorso della pubblica accusa. I magistrati hanno chiarito i limiti della responsabilità amministratore di diritto: la semplice carica formale e il legame di matrimonio non bastano per attribuire il concorso in delitti complessi come il riciclaggio. Serve la prova rigorosa della consapevolezza e della volontà di cooperare nelle condotte illecite dei gestori effettivi.
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Revoca della custodia cautelare negata: il tempo non basta
Un indagato per reati di autoriciclaggio ha chiesto la revoca della custodia cautelare in carcere, sostenendo l'attenuazione delle esigenze cautelari per il solo decorso del tempo e per la propria condotta. Il Tribunale del Riesame ha respinto l'istanza e la Corte di Cassazione ha confermato il rigetto dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il semplice passaggio del tempo non cancella il pericolo di reiterazione del reato quando la situazione resta immutata. Inoltre, la sopravvenuta condanna in primo grado a oltre nove anni di reclusione costituisce un elemento che rafforza e conferma la gravità delle esigenze cautelari originarie.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: confermata l’assoluzione
La Procura Generale contestava l'assoluzione di un imprenditore accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio. L'accusa sosteneva che l'imprenditore cambiasse assegni illeciti per favorire un clan camorristico, basandosi sulle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia. La Corte d'Appello aveva invece accertato la natura lecita dei rapporti commerciali e la debolezza delle testimonianze indirette. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della pubblica accusa. I giudici hanno chiarito che il giudice di rinvio non ha alcun obbligo di riascoltare i testimoni quando conferma l'esito liberatorio. L'imprenditore ottiene così l'assoluzione definitiva da ogni addebito penale.
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