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Art. 615-ter Codice Penale

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304 provvedimenti

Accesso abusivo a un sistema informatico: illecita la vendetta
Una dipendente di un centro estetico, dopo essere stata licenziata per aver rubato del denaro dalla cassa, ha utilizzato password carpite illegalmente per compiere un accesso abusivo a un sistema informatico contenente la contabilità riservata dell'attività. Il suo scopo era denunciare il lavoro nero alle autorità. La difesa ha chiesto il riconoscimento del reato continuato tra il furto e l'accesso abusivo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non esiste un unico disegno criminoso se il secondo reato viene ideato solo come reazione al licenziamento, evento non prevedibile al momento del primo furto. Inoltre, la Corte ha confermato la piena legittimità del potere del giudice di ammettere testimoni d'ufficio anche se indicati in liste tardive.
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Concordato in appello: l’accordo vincola e vieta i ricorsi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per truffa e accesso abusivo a sistema informatico. Il primo, un consulente finanziario, contestava l'utilizzo delle intercettazioni e la ricostruzione dell'accesso abusivo ai sistemi di Poste Italiane. La Corte ha chiarito che non è possibile richiedere una rivalutazione del merito in sede di legittimità. Il secondo ricorrente aveva concordato la pena in secondo grado tramite l'istituto del concordato in appello. Successivamente, ha impugnato la sentenza contestando la quantificazione della sanzione. I giudici hanno ribadito che il concordato in appello preclude la possibilità di contestare la misura della pena concordata, salvo il caso di pena illegale. Entrambi i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Accesso abusivo a sistema informatico: condannato l’ex partner
Un uomo è stato condannato per danneggiamento e accesso abusivo a sistema informatico per aver colpito con una piccozza l'auto della ex compagna e aver cancellato tutti i suoi dati di lavoro dal cloud, conoscendone la password. La Corte d'Appello ha confermato la responsabilità penale, dichiarando prescritta solo una contravvenzione minore. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando vizi di motivazione in modo generico. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per mancanza di specificità, poiché riproponeva le stesse difese già respinte nei precedenti gradi senza contestare le prove concrete, come i video di sorveglianza e la querela. Di conseguenza, l'uomo perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sequestro probatorio nullo: la Cassazione ordina la restituzione
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un cittadino contro il sequestro probatorio del proprio materiale informatico, disposto nell'ambito di un'indagine per accesso abusivo a sistema informatico e rivelazione di segreto d'ufficio. Il Pubblico Ministero aveva motivato il provvedimento richiamando semplicemente una nota dei Carabinieri, senza descrivere i fatti né spiegare il nesso tra i beni sequestrati e i reati ipotizzati. La Suprema Corte ha stabilito che il decreto di sequestro probatorio è nullo se privo di una motivazione autonoma e concreta sul fumus commissi delicti. Di conseguenza, i giudici hanno annullato l'ordinanza del Tribunale del Riesame e ordinato l'immediata restituzione dei beni all'interessato.
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Frode informatica e giochi online: assolto per mancanza di prove
Il Procuratore Generale ha impugnato l'assoluzione di un imputato accusato di accesso abusivo a sistema informatico e frode informatica. Secondo l'accusa, l'imputato avrebbe sottratto denaro dal conto postale della vittima sfidandola a giochi online in cui la vittima perdeva sistematicamente. La Corte d'Appello ha assolto l'imputato per insufficienza di prove, non essendoci certezza che fosse lui a giocare. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore. I giudici di legittimità hanno confermato la logicità della decisione d'appello e hanno rilevato che i reati erano comunque ormai estinti per prescrizione prima del deposito del ricorso, facendo così venire meno l'interesse concreto all'impugnazione da parte della pubblica accusa. L'assoluzione dell'imputato è quindi definitiva.
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Truffa aggravata: badge falsi e condanna per il dipendente
Un dipendente pubblico è stato condannato per truffa aggravata, accesso abusivo a sistema informatico e alterazione delle presenze. Il Lavoratore modificava gli orari di ingresso e uscita tramite script informatici installati sui propri computer, facendo risultare ore di lavoro mai prestate per ottenere uno stipendio più alto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del dipendente, confermando la condanna penale. I giudici hanno chiarito che l'accesso al sistema informatico dell'ente con le proprie credenziali, ma per scopi illeciti ed estranei al servizio, configura il reato di accesso abusivo. Inoltre, la violazione dell'orario di lavoro arreca un danno immediato all'amministrazione, integrando pienamente il reato di truffa aggravata.
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Competenza per territorio per connessione: stop al processo unico
Il Tribunale di Roma ha confermato gli arresti domiciliari per un soggetto accusato di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio di auto. Il GIP aveva diviso i procedimenti, dichiarando la propria incompetenza per alcuni reati informatici, trasferiti a Roma. Il ricorrente ha impugnato la decisione, sostenendo che la competenza spettasse interamente alla Procura distrettuale di Roma per via della forza attrattiva dei reati informatici. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la competenza per territorio per connessione richiede un legame effettivo tra i reati. Poiché i reati informatici erano del tutto autonomi rispetto all'associazione a delinquere, non operava alcuna attrazione della competenza. Il ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Accesso abusivo a sistema informatico: stop a intercettazioni
Un Sovrintendente della Polizia è accusato di accesso abusivo a sistema informatico per aver consultato la banca dati SDI su richiesta di un terzo. Il Tribunale del riesame applica la sospensione dal servizio basandosi su intercettazioni provenienti da un altro procedimento per riciclaggio. La Cassazione accoglie il ricorso del poliziotto, dichiarando inutilizzabili le intercettazioni. Non esiste infatti un legame teleologico tra l'accesso abusivo e i reati di riciclaggio, né il reato informatico rientra tra i delitti contro la pubblica amministrazione che consentono l'uso del captatore. La Suprema Corte annulla l'ordinanza di sospensione e rinvia al Tribunale per una nuova valutazione basata solo sulle prove residue.
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Accesso abusivo a sistema informatico: quando l’uso non è reato
Un imprenditore e un dipendente pubblico sono stati condannati per corruzione e abuso d'ufficio. L'imprenditore pagava tangenti per ammorbidire i controlli fiscali sulle sue società, mentre il dipendente alterava i dati dei debiti tributari e consultava banche dati riservate. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per corruzione, chiarendo che basta l'accordo illecito con funzionari dello stesso ufficio per configurare il reato. Tuttavia, la Corte ha annullato parzialmente la sentenza nei confronti del dipendente pubblico per l'accusa di accesso abusivo a sistema informatico. I giudici dovranno verificare se l'impiegato avesse comunque la facoltà di accedere a quei dati. L'imprenditore è stato condannato definitivamente, mentre la posizione del dipendente per i reati informatici sarà riesaminata.
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Accesso abusivo ad un sistema informatico: cade l’aggravante
Un ex dipendente è stato condannato per accesso abusivo ad un sistema informatico e rivelazione di segreto professionale. Prima di dimettersi, l'uomo aveva copiato dati riservati dei clienti dell'azienda per poi trasmetterli alla ditta concorrente presso cui era stato assunto. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale per il furto e la divulgazione dei dati commerciali. Tuttavia, i giudici hanno escluso l'aggravante di aver agito come operatore del sistema, poiché l'imputato era un semplice utente abilitato alla sola consultazione e non alla modifica della struttura informatica. La sentenza è stata quindi annullata limitatamente a tale aggravante, disponendo il rinvio alla Corte d'appello per la rideterminazione della pena.
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Accesso abusivo ad un sistema informatico: confermata la condanna
Una studentessa universitaria, collaboratrice part-time dell'ateneo, ha utilizzato le proprie credenziali e quelle sottratte a una funzionaria per modificare la propria carriera universitaria. Ha inserito esami mai sostenuti e aumentato i voti di altri, falsificando anche la firma di un professore. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della studentessa, confermando la condanna penale per i reati di falso materiale e accesso abusivo ad un sistema informatico. I giudici hanno ritenuto inverosimile l'ipotesi di errori casuali commessi dalla segreteria, poich tutte le anomalie erano esclusivamente a vantaggio della studentessa e realizzate con modalit informatiche a lei ben note.
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Accesso abusivo a sistema informatico: spiare i social costa caro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di accesso abusivo a sistema informatico nei confronti di un'imputata che era entrata senza autorizzazione nel profilo social della persona offesa. I giudici hanno chiarito che per configurare il reato è sufficiente anche il dissenso tacito della vittima, desumibile dalle circostanze. Inoltre, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa sia perché presentato con motivi generici e ripetitivi, sia perché le memorie difensive erano state depositate oltre i termini di legge. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Frode informatica: condanna definitiva senza rimborso alla banca
Un uomo stato condannato per i reati di accesso abusivo a sistema informatico e frode informatica ai danni di un istituto bancario. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione contestando la valutazione delle prove e il mancato riconoscimento di ulteriori sconti di pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile perch basato su motivi generici e ripetitivi, volti a ottenere una inammissibile rivalutazione dei fatti gi accertati nei precedenti gradi di giudizio. La Corte ha confermato la condanna alle spese e al pagamento di una somma alla Cassa delle Ammende, escludendo invece il rimborso delle spese legali alla banca poich la sua difesa si limitata a una richiesta formale senza svolgere un'effettiva attivit di contrasto ai motivi del ricorso.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca la Cassazione
L'Imputato, condannato in primo grado per reati informatici, proponeva appello. In secondo grado, le parti concordavano la pena tramite il concordato in appello, con contestuale rinuncia agli altri motivi di impugnazione. Successivamente, L'Imputato ricorreva in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione sulla congruità della pena concordata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello limita la cognizione del giudice ai soli punti non rinunciati. Di conseguenza, la rinuncia ai motivi di appello preclude qualsiasi successiva contestazione sulla responsabilità o sulla misura della pena, salvo il caso di sanzione illegale. L'Imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e quattromila euro alla Cassa delle Ammende.
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Accesso abusivo ad un sistema informatico: condanna annullata
Un Carabiniere è stato accusato di accesso abusivo ad un sistema informatico per aver consultato la banca dati delle forze di polizia per fini personali, scaricando visure automobilistiche sull'ex coniuge della sua compagna. I giudici di merito lo avevano condannato applicando l'aggravante del sistema di interesse pubblico, non contestata formalmente nell'imputazione. La Corte di Cassazione ha stabilito che le aggravanti basate su valutazioni complesse non possono essere contestate implicitamente nei fatti, ma devono essere esplicitate per garantire il diritto di difesa. Esclusa l'aggravante, il reato è andato prescritto e la condanna è stata annullata senza rinvio.
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Accesso abusivo ad un sistema informatico: dalle auto al carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto accusato di concorso in accesso abusivo ad un sistema informatico e tentata truffa. L'indagato faceva parte di un gruppo criminale che, tramite credenziali sottratte a un dipendente bancario, tentava di svuotare conti societari con bonifici esteri per oltre 340.000 euro. La difesa contestava la gravità degli indizi, sostenendo che le intercettazioni riguardassero il commercio di auto e non le frodi. I giudici hanno confermato la custodia cautelare in carcere, rilevando l'elevato rischio di recidiva dovuto ai numerosi precedenti penali dell'uomo. La Cassazione ha ribadito che l'interpretazione delle intercettazioni spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e dovrà pagare le spese processuali.
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Accesso abusivo a sistema informatico: condannato l’ufficiale
Un pubblico ufficiale è stato condannato per il reato di accesso abusivo a sistema informatico per essere entrato ripetutamente nella banca dati delle forze dell'ordine usando credenziali sottratte con l'inganno a un collega. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione chiedendo l'annullamento della condanna, invocando la particolare tenuità del fatto e sostenendo che il reato venisse assorbito dall'illecito trattamento dei dati personali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il numero elevato di accessi e la violazione dei doveri d'ufficio escludono la tenuità del fatto. Inoltre, l'accesso abusivo e il trattamento illecito dei dati sono reati autonomi che possono coesistere, poiché tutelano beni giuridici differenti in momenti temporali diversi. Di conseguenza, la condanna dell'imputato è stata confermata in via definitiva.
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Accesso abusivo a un sistema informatico: punito l’ex dipendente
Un ex dipendente è stato condannato per il reato di accesso abusivo a un sistema informatico per essersi introdotto nel server della sua ex azienda. L'uomo ha utilizzato le credenziali di un collega, nel frattempo passato a lavorare per un'impresa concorrente, al fine di sottrarre dati aziendali riservati e sensibili. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna penale. I giudici hanno chiarito che il legale rappresentante della società proprietaria del server è pienamente legittimato a sporgere querela, anche se l'accesso abusivo ha riguardato la casella email di un singolo dipendente. Inoltre, la Corte ha ritenuto logica la ricostruzione dei giudici di merito, basata sull'esclusivo interesse economico dell'imputato a favorire la nuova azienda concorrente.
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Accesso abusivo a sistema informatico: da carabiniere a complice
Un appartenente alle forze dell'ordine, sfruttando le proprie credenziali di servizio, effettuava interrogazioni ingiustificate alla banca dati delle forze di polizia. Le informazioni ottenute venivano poi rivelate a esponenti di un clan mafioso locale, svelando l'esistenza di telecamere investigative. Successivamente, il soggetto, eletto vicesindaco, continuava a mostrare disponibilità verso la consorteria. La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari, ribadendo che l'utilizzo delle credenziali per scopi estranei ai doveri d'ufficio integra il reato di accesso abusivo a sistema informatico, aggravato dal fine di agevolare l'associazione mafiosa. Il ricorso dell'indagato è stato rigettato.
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Acquisizione dei tabulati telefonici: scontro tra PM e GIP
Il Pubblico Ministero aveva disposto d'urgenza l'acquisizione dei tabulati telefonici per indagare su reati di tentata estorsione e accesso abusivo. Il Giudice per le indagini preliminari ha negato la convalida, ritenendo necessario un intervento del legislatore per adeguarsi ai principi della Corte di Giustizia Europea sulla privacy. Nelle more del ricorso, il legislatore ha emanato il D.L. 132/2021 per regolamentare la materia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero, stabilendo che l'acquisizione dei tabulati telefonici effettuata prima della riforma resta utilizzabile se sussistono altri elementi di prova e per reati gravi, escludendo anomalie nel comportamento del giudice.
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