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Accesso abusivo a sistema informatico: condannato l’ex partner

Un uomo è stato condannato per danneggiamento e accesso abusivo a sistema informatico per aver colpito con una piccozza l’auto della ex compagna e aver cancellato tutti i suoi dati di lavoro dal cloud, conoscendone la password. La Corte d’Appello ha confermato la responsabilità penale, dichiarando prescritta solo una contravvenzione minore. L’imputato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando vizi di motivazione in modo generico. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per mancanza di specificità, poiché riproponeva le stesse difese già respinte nei precedenti gradi senza contestare le prove concrete, come i video di sorveglianza e la querela. Di conseguenza, l’uomo perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 12322 Anno 2022
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Pubblicato il 18 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale

Il reato di accesso abusivo a sistema informatico tra ex partner

La fine di una relazione sentimentale può scatenare reazioni illecite e pericolose. Nel caso in esame, un uomo ha commesso il reato di accesso abusivo a sistema informatico ai danni della sua ex compagna. Molti pensano che conoscere la password di un account escluda il reato. La legge invece punisce chiunque si introduca in un sistema protetto contro la volontà del proprietario. Il consenso iniziale all’uso delle credenziali non vale per sempre. Se la relazione finisce, l’utilizzo della password senza autorizzazione diventa un crimine grave.

L’aggressione all’auto e il sabotaggio dei dati lavorativi

La vicenda nasce da un grave episodio di violenza e vendetta. L’uomo ha inseguito l’ex compagna e ha colpito la sua vettura utilizzando una piccozza. Questo gesto ha causato ingenti danni materiali al veicolo. Successivamente, l’aggressore ha utilizzato la password del telefono della donna per entrare nel suo spazio di archiviazione virtuale. Una volta dentro il cloud, l’uomo ha cancellato tutti i dati memorizzati per scopi di lavoro. Questo comportamento ha distrutto anni di attività professionale della vittima, configurando una doppia responsabilità penale per danneggiamento e intrusione informatica.

Il ricorso inammissibile per mancanza di specificità

I giudici di merito hanno condannato l’uomo in primo e secondo grado. La difesa ha quindi proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione. L’avvocato dell’imputato ha contestato la ricostruzione dei fatti e la responsabilità penale del suo assistito. Tuttavia, il ricorso presentava un grave difetto tecnico. I motivi di impugnazione riproducevano semplicemente le stesse argomentazioni già respinte dalla Corte d’Appello. La legge richiede che il ricorso contesti in modo specifico le singole risposte fornite dai giudici nei gradi precedenti. La semplice ripetizione di tesi difensive rende il ricorso del tutto inammissibile.

Le prove schiaccianti raccolte dalle telecamere

La colpevolezza dell’imputato poggiava su elementi di prova solidi e inconfutabili. Le telecamere di videosorveglianza della zona hanno ripreso l’intera scena dell’aggressione con la piccozza. Inoltre, la vittima ha presentato una querela dettagliata che spiegava come l’ex compagno conoscesse le sue credenziali di accesso. Le parti hanno concordato l’acquisizione integrale di questo documento durante il processo. Di fronte a prove così evidenti, la difesa non ha saputo offrire una ricostruzione alternativa credibile, limitandosi a contestazioni generiche.

Le motivazioni della sentenza sull’accesso abusivo a sistema informatico

I giudici della Suprema Corte hanno chiarito i presupposti del reato di accesso abusivo a sistema informatico. L’accesso a un archivio digitale protetto richiede sempre il consenso attuale del titolare. La conoscenza della password non autorizza l’ex partner a entrare nel cloud e a cancellare i file. Il reato si consuma nel momento stesso in cui il soggetto si introduce nel sistema superando le barriere di sicurezza virtuali contro la volontà della vittima. La successiva cancellazione dei dati lavorativi aggrava ulteriormente la condotta, dimostrando la chiara volontà di danneggiare la persona offesa.

Le conclusioni della Cassazione e la condanna finale

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dall’imputato. Questa decisione conferma in via definitiva la condanna penale per i reati di danneggiamento e intrusione informatica. L’imputato perde definitivamente la causa e deve subire le conseguenze legali delle sue azioni. Oltre alla pena principale, i giudici hanno condannato l’uomo al pagamento delle spese del procedimento. Il ricorrente deve anche versare la somma di tremila euro alla Cassa delle Ammende a causa della manifesta infondatezza del suo ricorso.

Conoscere la password dell’ex partner esclude il reato di accesso abusivo?
No, l’accesso a un profilo o cloud senza il consenso attuale del proprietario costituisce sempre reato, anche se si possiedono le credenziali.

Cosa rischia chi cancella i dati di lavoro dal cloud altrui?
Si rischia una condanna penale per accesso abusivo a sistema informatico e per danneggiamento dei dati, oltre al risarcimento dei danni.

Quando un ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile?
Il ricorso è inammissibile quando si limita a ripetere le stesse difese già respinte nei precedenti gradi di giudizio senza contestare specificamente la sentenza.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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