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Art. 56 Codice Penale — Anno 2023

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1928 provvedimenti

Altri anni per Art. 56 Codice Penale

Tentato furto aggravato: no al ricorso sui fatti in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di tentato furto aggravato dall'uso di violenza sulle cose. L'imputato aveva impugnato la sentenza della Corte d'Appello che confermava la sua responsabilità penale. Tuttavia, la Suprema Corte ha stabilito che i motivi del ricorso si limitavano a contestare la ricostruzione dei fatti compiuta nei precedenti gradi di giudizio. Poiché il giudizio di legittimità non consente un terzo esame dei fatti, ma solo la verifica della corretta applicazione della legge, il ricorso è stato respinto. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Tentato furto: il ricorso inutile costa caro all’imputato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un uomo condannato per il reato di tentato furto. L'Imputato contestava la misura della riduzione di pena applicata per il tentativo, ritenendola insufficiente. I giudici di legittimità hanno invece stabilito che la Corte d'Appello ha motivato in modo corretto e congruo la riduzione di un terzo della sanzione. La Cassazione ha ribadito che il ricorso è inammissibile per manifesta infondatezza e carenza di interesse, poiché l'accoglimento della richiesta non avrebbe comunque portato alcun beneficio concreto alla posizione dell'Imputato. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Tentato furto aggravato: ricorso ripetitivo costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per tentato furto aggravato. L'imputato aveva riproposto in sede di legittimità le stesse difese già respinte nei precedenti gradi di giudizio, tra cui la particolare tenuità del valore della merce e la presenza di un controllo costante. I giudici hanno stabilito che la mera ripetizione delle tesi difensive, senza una contestazione specifica delle motivazioni della Corte d'Appello, rende il ricorso generico. Di conseguenza, l'uomo è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Danno di speciale tenuità: no allo sconto per furto da 189 euro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per tentato furto aggravato. L'imputato contestava il mancato riconoscimento della circostanza attenuante del danno di speciale tenuità per un valore di circa 189 euro. I giudici hanno chiarito che, nel delitto tentato, l'attenuante del danno di speciale tenuità si applica solo se un giudizio ipotetico rivela che il danno consumato sarebbe stato minimo. Nel caso specifico, il valore di 189,40 euro è stato ritenuto non irrisorio in base al valore commerciale del bene. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Riconoscimento fotografico: la Cassazione blinda la condanna
Il caso riguarda un uomo condannato per tentato furto in abitazione aggravato. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'attendibilità del riconoscimento fotografico effettuato durante le indagini, sostenendo un vizio di motivazione della sentenza di appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione sulla credibilità del riconoscimento fotografico spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Condannata per furto ma libera per mancanza di querela
L'Imputata era stata condannata nei precedenti gradi di giudizio per il reato di tentato furto aggravato. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione eccependo la mancanza di querela da parte della persona offesa, elemento indispensabile per procedere penalmente per questo tipo di reato. La Suprema Corte ha verificato l'effettiva assenza dell'atto e ha interpellato la Procura competente, la quale non ha fornito risposte. Di conseguenza, i giudici di legittimità hanno accolto il ricorso e hanno annullato senza rinvio la sentenza impugnata. L'Imputata ha ottenuto così il proscioglimento definitivo poiché l'azione penale non poteva essere proseguita in assenza della formale richiesta della vittima.
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Attenuante del danno di speciale tenuità negata per furto da 150€
Due soggetti sono stati condannati per il furto aggravato di un cavo di alluminio del valore di 150 euro. I condannati hanno proposto ricorso in Cassazione, richiedendo l'applicazione dell'attenuante del danno di speciale tenuità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che l'attenuante del danno di speciale tenuità richiede un pregiudizio economico lievissimo, quasi irrilevante. Un danno di 150 euro non può essere considerato tale. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Tentato furto aggravato: ricorso respinto e sanzione pecuniaria
Due imputati sono stati condannati nei precedenti gradi di giudizio per il reato di tentato furto aggravato. Entrambi hanno proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione per contestare la decisione. Il Primo Ricorrente ha lamentato vizi di motivazione riproponendo però le stesse censure già esaminate e respinte in appello. Il Secondo Ricorrente ha presentato motivi generici e privi di elementi di fatto o di diritto a supporto della sua tesi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili entrambi i ricorsi. Di conseguenza, i ricorrenti hanno perso la causa e sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro ciascuno a favore della Cassa delle ammende.
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Tentata concussione: quando la nomina politica diventa ricatto
Il Presidente di una Provincia e un Consigliere di un consorzio pubblico hanno esercitato forti pressioni sul Presidente del consorzio stesso per costringerlo a revocare le nomine del Collegio sindacale di una società partecipata, minacciando di paralizzare l'ente se non fossero stati inseriti soggetti di loro gradimento politico. La vittima ha resistito alle minacce, subendo poi provvedimenti ritorsivi di revoca, giudicati illegittimi dal giudice amministrativo. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di tentata concussione, stabilendo che il vantaggio politico rientra nel concetto di altra utilità indebita e che gli screenshot dei messaggi intimidatori sono pienamente utilizzabili come prova.
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Tentato omicidio: l’accendino bagnato non salva l’aggressore
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentato omicidio a carico di un uomo che, dopo aver cosparso la vittima di benzina, ha tentato ripetutamente di azionare un accendino senza riuscirci. La difesa sosteneva l'assenza di volontà omicida, evidenziando che l'accendino non si era acceso per diversi minuti. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto irrilevante il mancato funzionamento del dispositivo, causato dal liquido infiammabile o dalla reazione difensiva della vittima. I tentativi reiterati di innescare il fuoco, uniti alle minacce verbali, dimostrano in modo inequivocabile l'idoneità degli atti e l'intenzione di uccidere. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, condannandolo al pagamento delle spese processuali, di una sanzione pecuniaria e della rifusione delle spese di difesa della parte civile.
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Custodia cautelare in carcere: confermato l’arresto per i boss
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per due soggetti accusati di associazione mafiosa e tentata estorsione. I ricorrenti contestavano la gravità degli indizi, basati su intercettazioni e dichiarazioni di collaboratori di giustizia, e la sussistenza delle esigenze cautelari. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, ritenendo logica e coerente la motivazione del Tribunale del Riesame. I giudici hanno chiarito che le intercettazioni e i riscontri visivi dimostrano il ruolo di vertice degli indagati nella confederazione criminale. Inoltre, l'impugnazione delle sole circostanze aggravanti in sede cautelare è stata dichiarata inammissibile per carenza di interesse, non incidendo sulla legittimità della misura restrittiva applicata.
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Remissione della querela: l’accordo che cancella la condanna
L'Imputato, inizialmente condannato per estorsione e truffa, ha ottenuto in appello la riqualificazione del fatto in tentativo di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Successivamente alla sentenza, ma prima della scadenza dei termini per impugnare, la Persona Offesa ha formalizzato la remissione della querela, accettata dall'Imputato. La Corte di Cassazione ha stabilito che il ricorso è ammissibile anche se presentato al solo fine di far valere l'estinzione del reato. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la condanna, dichiarando estinto il reato per intervenuta remissione della querela. Le spese processuali sono state poste a carico dell'Imputato, in mancanza di un diverso accordo tra le parti.
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Acqua o libertà? Uscire dai domiciliari è reato di evasione
L'Imputato, sottoposto alla misura degli arresti domiciliari, si è allontanato da casa senza autorizzazione per acquistare dell'acqua minerale, venendo fermato dalle forze dell'ordine al suo rientro. Condannato nei primi due gradi per il reato di evasione, ha proposto ricorso in Cassazione invocando lo stato di necessità e la particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'acquisto dell'acqua non costituisce un pericolo imminente e inevitabile alla vita, soprattutto perché l'uomo disponeva già di specifiche autorizzazioni orarie per fare la spesa. Inoltre, i precedenti penali escludono la particolare tenuità del fatto. Di conseguenza, l'allontanamento integra pienamente il reato di evasione consumato, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Tentato omicidio con roncola: anziano condannato nonostante l’età
L'Imputato, un uomo di ottantatré anni, ha aggredito la vittima colpendola alla testa con una roncola e causandole il distacco parziale del padiglione auricolare. L'aggressione è stata interrotta solo grazie all'intervento di terzi. La difesa ha sostenuto che si trattasse di semplici lesioni personali, evidenziando l'età avanzata dell'aggressore e l'uso piatto dell'arma. La Corte di Cassazione ha invece confermato la condanna per tentato omicidio. I giudici hanno chiarito che l'idoneità dell'arma, la zona vitale presa di mira (la testa) e la violenza del colpo dimostrano inequivocabilmente l'intenzione di uccidere. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la responsabilità penale dell'aggressore.
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Attenuanti generiche negate ai sicari: la Cassazione dice no
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentato omicidio e altri reati connessi a carico di quattro soggetti, respingendo tutti i ricorsi. La vicenda riguarda un agguato armato pianificato da un mandante ed eseguito da due complici, poi diventati collaboratori di giustizia. I giudici hanno chiarito che la concessione delle attenuanti generiche per i collaboratori di giustizia non " automatica, ma richiede elementi positivi ulteriori rispetto alla sola collaborazione. " stata inoltre respinta la tesi della desistenza volontaria avanzata dalla difesa, poich" l'azione omicida era stata effettivamente avviata e un colpo di pistola aveva attinto la vittima dopo l'inceppamento iniziale dell'arma. La Suprema Corte ha ritenuto logica e corretta la ricostruzione dei giudici di merito basata sulle dichiarazioni convergenti dei coimputati.
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Furto con mezzo fraudolento: inutile il trucco del cancelletto
Un uomo e il suo complice hanno tentato di sottrarre merce da un supermercato. Per evitare i controlli, uno dei due è uscito senza acquisti e ha aperto dall'esterno il cancelletto d'ingresso, privo di barriere anti-taccheggio, per far passare il complice con il carrello pieno. Bloccati dalla sicurezza nel parcheggio, sono stati condannati per tentato furto aggravato. Il ricorrente ha impugnato la sentenza contestando l'aggravante del mezzo fraudolento, sostenendo che la sorveglianza non fosse stata elusa. La Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che l'uso del cancelletto d'ingresso per aggirare i controlli integra pienamente il furto con mezzo fraudolento, poiché costituisce uno stratagemma idoneo a superare le difese poste a tutela dei beni, a nulla rilevando che i soggetti siano stati costantemente sorvegliati e poi fermati.
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Interposizione fittizia: il piano fallisce ma salva dalla condanna
Due soggetti venivano accusati di tentata interposizione fittizia per aver cercato di intestare un'attività di scommesse a un prestanome, al fine di nascondere la loro reale gestione. La Questura aveva però respinto la richiesta di licenza, impedendo la realizzazione del piano. La Corte d'Appello aveva confermato la condanna senza però fornire alcuna motivazione su questo specifico punto. La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso per mancanza di motivazione, ha rilevato che nel frattempo il reato era caduto in prescrizione. Non essendoci prove evidenti di innocenza immediata, la Suprema Corte ha annullato la sentenza senza rinvio, dichiarando l'estinzione del reato.
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Reato di rapina: condanna anche senza refurtiva addosso
L'Imputata è stata condannata per il reato di rapina e lesioni personali. Insieme a un complice, ha aggredito la vittima dopo il suo rifiuto di consegnare alcune bottiglie di birra. Nonostante la reazione difensiva della vittima e il mancato ritrovamento della refurtiva addosso agli aggressori al momento dell'arresto, i giudici di merito hanno ritenuto consumato il reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Imputata. I giudici hanno chiarito che il reato di rapina si considera pienamente consumato quando l'impossessamento della cosa avviene con violenza immediata, rendendo irrilevante il successivo smarrimento della refurtiva o la reazione della vittima. L'Imputata perde la causa ed è condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Richiesta di denaro e violenza immediata: è tentata rapina
L'Imputato ha intimato a un Sacerdote di consegnargli del denaro. Al rifiuto di quest'ultimo, ha tentato di sfondare la porta a calci estraendo un cacciavite. In primo grado l'uomo è stato condannato per tentata rapina, ma la Corte d'Appello ha riqualificato il fatto in minaccia aggravata, ritenendo che la mancata ripetizione della richiesta di denaro escludesse l'intento predatorio. La Cassazione ha accolto il ricorso della Pubblica Accusa, annullando la decisione d'appello. I giudici di legittimità hanno stabilito che la violenza e le minacce, poste in essere subito dopo il rifiuto senza interruzioni, dimostrano in modo univoco l'intenzione di impossessarsi del denaro. Il processo dovrà quindi essere rifatto davanti a un'altra sezione della Corte d'Appello.
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Patteggiamento in appello: l’accordo sulla pena non si tocca
Due imputati, condannati per tentato riciclaggio, concordano la pena in secondo grado tramite il cosiddetto patteggiamento in appello. Successivamente, propongono ricorso per Cassazione contestando i calcoli della pena e il bilanciamento delle attenuanti. La Suprema Corte dichiara i ricorsi inammissibili. I giudici chiariscono che l'accordo sulla pena, liberamente stipulato dalle parti e validato dal giudice, non è modificabile unilateralmente, salvo il caso di pena illegale. Nel caso specifico, le sanzioni applicate rientrano perfettamente nei limiti edittali previsti dalla legge per il tentativo di riciclaggio, calcolate con metodo sintetico. Di conseguenza, i ricorrenti perdono la causa e vengono condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle Ammende.
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