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Art. 493-ter Codice Penale — Sezione Quinta Penale

53 provvedimenti

Altri anni per Art. 493-ter Codice Penale

Sequestro probatorio motivazione: annullato il blocco dei beni
La polizia giudiziaria ha fermato un cittadino trovandolo in possesso di 53 stecche di sigarette e ha eseguito un blocco d'urgenza dei beni. Il Pubblico Ministero ha in seguito emesso un decreto ordinando il sequestro probatorio del materiale. L'autorità giudiziaria non ha spiegato le ragioni investigative né la concreta utilità della merce per accertare i fatti. Il difensore dell'indagato ha contestato l'assenza di motivazione nel provvedimento. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso e ha annullato il sequestro. La Suprema Corte ha chiarito le regole sulla Sequestro probatorio motivazione: il decreto deve indicare con precisione il reato ipotizzato e la specifica funzione della cosa sequestrata ai fini di prova. In mancanza di questi elementi, il blocco dei beni è nullo e la merce deve essere restituita immediatamente al proprietario.
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Carte di credito di provenienza illecita: basta il possesso
L'Imputato ha minacciato una donna di diffondere sue immagini riservate se non gli avesse inviato le fotografie delle carte di credito di terzi. Il giudice di secondo grado ha qualificato la condotta come violenza per costringere a commettere un reato e detenzione di carte di credito di provenienza illecita. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che scattare foto non costituisca reato e che mancavano sia l'uso effettivo del denaro sia la denuncia dei titolari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il semplice possesso dei dati riservati relativi a carte di credito di provenienza illecita integra un reato autonomo. L'effettivo utilizzo dei fondi o la presenza di una formale denuncia non sono requisiti necessari per la condanna.
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Indebito utilizzo di carte di credito: furto fallito ma condanna ferma
L'imputato è stato condannato per il furto di un portafoglio e per l'indebito utilizzo di carte di credito e bancomat della vittima. Con il bancomat rubato il soggetto ha effettuato un prelievo andato a buon fine, mentre gli ulteriori tentativi con la carta di credito non sono riusciti. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'inapplicabilità del reato per i tentativi falliti e chiedendo la non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: il prelievo riuscito perfeziona il reato e le aggravanti del furto unitamente alla recidiva superano i limiti edittali previsti per la tenuità del fatto. L'imputato deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Furto consumato e prelievo bancomat: condanna confermata
Due donne hanno sottratto il portafoglio a una cliente all'interno di un supermercato. La vittima si è accorta del fatto solo alla cassa. Un passante all'esterno ha notato le donne mentre frugavano nel portafoglio e le ha seguite fino a uno sportello bancario, dove le stesse hanno prelevato contanti usando la carta bancomat rubata. I giudici di merito hanno condannato le imputate per furto e per l'indebito utilizzo della carta. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi difensivi, chiarendo che sussiste il furto consumato ogni volta che l'autore acquisisce l'autonoma disponibilità del bene, anche se un cittadino qualunque osserva casualmente la scena all'esterno.
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Furto aggravato e recidiva: la Cassazione conferma la condanna
Un Lavoratore è stato condannato per furto aggravato e indebito utilizzo di carte di credito. La Corte d'Appello ha confermato la responsabilità, rideterminando la pena. Il Lavoratore ha proposto ricorso in Cassazione, contestando l'aggravante del furto, il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto le contestazioni generiche o basate su valutazioni di merito già correttamente esaminate. La decisione ha confermato la condanna e l'aumento di pena per la recidiva, sottolineando la pericolosità sociale del Lavoratore.
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Uso indebito di carte di pagamento: il dubbio evita la condanna
La vicenda riguarda un ex dipendente accusato del reato di uso indebito di carte di pagamento per aver utilizzato la carta carburante aziendale dopo la fine del rapporto di lavoro. I giudici di merito avevano condannato l'uomo basandosi sulle immagini delle telecamere del distributore, ammettendo tuttavia l'incertezza sul mezzo di pagamento e un contrasto di orario di quattordici minuti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imputato. I Supremi Giudici hanno rilevato una manifesta illogicità: la condanna richiede la certezza della colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio. Il reato penale è stato dichiarato prescritto e gli effetti civili sono stati annullati con rinvio.
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Indebito utilizzo carta: identificazione valida, niente sconti di pena
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un individuo per indebito utilizzo di carta di pagamento. L'imputato aveva usato una carta altrui per trarne profitto, venendo assolto dall'accusa di ricettazione per la stessa carta. La difesa contestava l'identificazione e la mancata concessione di attenuanti generiche e della sospensione condizionale della pena. La Suprema Corte ha ritenuto valida l'identificazione, basata sull'uso dei suoi documenti e del suo numero di telefono, e ha escluso i benefici richiesti a causa dei suoi numerosi precedenti penali definitivi, che precludevano tali concessioni.
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Indebito Utilizzo Carta: Cassazione conferma condanna per prelievi non autorizzati
Un individuo è stato condannato per indebito utilizzo carta di pagamento, avendo prelevato 320 euro da un bancomat altrui. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il suo ricorso. Ha ribadito che l'uso non autorizzato di una carta, anche senza frode informatica, rientra nell'Art. 493-ter c.p. La Corte ha anche chiarito che un danno economico, seppur modesto, non basta per l'attenuante di speciale tenuità se ci sono altre conseguenze negative. La condanna è stata confermata, con l'obbligo di pagare le spese processuali.
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Furto e indebito utilizzo della carta bancomat: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un imputato per furto e indebito utilizzo della carta bancomat ai danni di una vittima. L'uomo aveva sottratto la tessera per poi effettuare un prelievo di denaro e altri tentativi presso uno sportello automatico. Le telecamere di videosorveglianza hanno immortalato il volto del colpevole, perfettamente coincidente con la foto della sua patente di guida. Inoltre, la brevissima distanza temporale e spaziale tra la sottrazione e il prelievo ha confermato la sua responsabilità per entrambi i reati. La Suprema Corte ha respinto il ricorso dell'imputato, stabilendo anche che il giudice di appello non può cancellare d'ufficio le circostanze aggravanti se la difesa non ha specificamente impugnato quel singolo punto della sentenza.
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Utilizzo indebito di carte di credito: ricorso inammissibile
I giudici hanno confermato la condanna di una persona per i reati di furto aggravato e utilizzo indebito di carte di credito. L'imputata ha proposto ricorso per cassazione contestando il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto e delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. La difesa ha riproposto censure di merito già adeguatamente esaminate e respinte nei precedenti gradi di giudizio, sollecitando un nuovo esame delle prove non consentito in sede di legittimità. L'imputata ha perso il ricorso ed è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Lavoratore abusa carte: Indebito utilizzo o Appropriazione indebita?
Un lavoratore, addetto alle pulizie e cucina in una struttura di accoglienza, ha abusato della fiducia degli ospiti. Ha utilizzato indebitamente le loro carte di credito e bancomat, prelevando oltre 250.000 euro per scopi personali, principalmente per debiti di gioco. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per indebito utilizzo carte di credito (Art. 493-ter c.p.), escludendo l'appropriazione indebita. Ha ribadito la sussistenza dell'aggravante dell'abuso di prestazione d'opera e ha negato la sospensione condizionale della pena e la revoca della libertà vigilata, data la persistente pericolosità sociale del condannato.
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Confisca per Equivalente: Ricorso Inammissibile dopo la Restituzione
Un Condannato è stato riconosciuto colpevole di furto aggravato e utilizzo indebito di carta bancomat. Il Tribunale lo ha condannato a una pena sospesa, ma non ha disposto la confisca per equivalente del profitto. Il Procuratore Generale ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che la confisca per equivalente fosse obbligatoria. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per genericità. Ha motivato che il Procuratore non aveva specificato l'entità del profitto o i beni da confiscare. Inoltre, la somma sottratta era già stata restituita alla vittima, che aveva ritirato la querela.
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Prescrizione del reato e sospensione: il ricorso rigettato
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'estinzione dell'accusa per prescrizione del reato relativa all'utilizzo indebito di carte di credito. Secondo la difesa, il termine massimo di sette anni e sei mesi era già scaduto prima della sentenza d'appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per i reati commessi dopo il 2 agosto 2017, la legge prevede una sospensione automatica dei termini di prescrizione durante i gradi di giudizio, fino a un massimo di un anno e sei mesi tra il primo e il secondo grado. Sommando questo periodo di sospensione al termine ordinario, il reato non risulta affatto estinto. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Utilizzo indebito di carte di pagamento: quando il video è valido
L'Imputato era stato condannato per furto aggravato e utilizzo indebito di carte di pagamento, commesso effettuando prelievi non autorizzati al bancomat. La difesa ha contestato la validità delle immagini di videosorveglianza acquisite dalla polizia senza un formale decreto di sequestro e l'applicazione della recidiva. La Corte di Cassazione ha rigettato le contestazioni sulle prove, confermando la legittimità dell'acquisizione spontanea dei video. Tuttavia, ha accolto il ricorso sulla recidiva, stabilendo che il giudice non può applicarla automaticamente basandosi solo sui precedenti penali, ma deve motivare la reale pericolosità sociale del soggetto. La sentenza è stata annullata limitatamente alla recidiva con rinvio alla Corte d'appello.
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Furto in abitazione: incastrate dagli alias e dalle telecamere
Tre donne sono state condannate per diversi episodi di furto in abitazione e indebito utilizzo di carte di credito ai danni di persone anziane e vulnerabili. Le imputate utilizzavano documenti falsi, alias e si spostavano dal Lazio alla Sicilia per colpire le vittime, alloggiando in hotel senza registrarsi. La Corte di Cassazione ha confermato la loro colpevolezza, ritenendo validi gli indizi raccolti, tra cui i riconoscimenti fotografici, i filmati delle telecamere di sicurezza e i tracciamenti telefonici. È stata inoltre confermata l'aggravante della minorata difesa, poiché le vittime erano anziane, sole e con difficoltà motorie. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi delle imputate, confermando in via definitiva le condanne e obbligandole al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
Il Tribunale del Riesame applicava la custodia cautelare in carcere a un indagato per furto e uso indebito di carte di pagamento. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione, lamentando l'assenza di un pericolo attuale di recidiva, dato il tempo trascorso dai fatti (quindici mesi) e la sua sottoposizione ad arresti domiciliari per altra causa. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere. I giudici hanno chiarito che l'attualità del pericolo non richiede l'imminenza di specifiche occasioni di reato, ma una prognosi basata sulla personalità del soggetto, sulla sua condotta successiva e sulla sua storia criminale. Nel caso specifico, la gravità dei precedenti e l'inefficacia delle misure meno severe giustificano la massima restrizione della libertà.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo blindato che costa caro
L'Imputato ha concordato una pena per i reati di furto con strappo e indebito utilizzo di bancomat. Successivamente, ha proposto ricorso per cassazione lamentando la mancanza di motivazione del giudice sulla qualificazione giuridica dei fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento limitato per legge a casi tassativi, tra cui l'erronea qualificazione giuridica, ma non l'omessa motivazione su di essa. L'accordo di patteggiamento esonera infatti l'accusa dall'onere della prova e richiede solo una motivazione sintetica. L'Imputato stato condannato anche al pagamento delle spese e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: se accetti la pena non puoi ricorrere
Un imputato, dopo aver concordato la pena in secondo grado per furto e frode informatica tramite concordato in appello, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un difetto di motivazione su un capo d'accusa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, nel concordato in appello, i motivi di ricorso sono strettamente limitati. Sono ammissibili solo le contestazioni sulla formazione della volontà delle parti, sul consenso del pubblico ministero o sulla difformità della sentenza rispetto all'accordo. Non si possono invece riproporre motivi a cui si era rinunciato con l'accordo, né contestare la mancata assoluzione d'ufficio o il calcolo della pena, salvo il caso di sanzione illegale. L'imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese e quattromila euro alla cassa delle ammende.
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Riqualificazione giuridica del reato: da impiegato a ladro
Un impiegato di banca riceveva da un cliente una carta di credito con l'incarico di disattivarla. Invece di procedere, l'impiegato utilizzava la carta per effettuare un prelievo illecito di cinquemila euro per acquisti personali. Condannato nei primi gradi, l'impiegato proponeva ricorso in Cassazione lamentando, tra l'altro, la violazione del diritto di difesa a causa della riqualificazione giuridica del reato da appropriazione indebita a furto aggravato operata dal giudice. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la riqualificazione giuridica del reato è legittima se operata in primo grado, poiché l'imputato ha potuto ampiamente difendersi nei successivi gradi di giudizio, escludendo ogni effetto a sorpresa o lesione del diritto al contraddittorio.
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Concordato in appello: l’accordo vincola anche la difesa
Due imputati, condannati per furto e utilizzo indebito di carte di pagamento, propongono ricorso per cassazione. La difesa contesta che la Corte d'appello abbia applicato le circostanze attenuanti in regime di equivalenza anziché di prevalenza rispetto alle aggravanti. La Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi. I giudici rilevano che la difesa stessa aveva proposto e sottoscritto un concordato in appello concordando una pena finale calcolata proprio sul giudizio di equivalenza. Non vi è quindi alcuna difformità tra l'accordo delle parti e la decisione del giudice. Inoltre, l'adesione del difensore all'astensione dalle udienze non comporta il rinvio nel rito camerale non partecipato senza richiesta di discussione orale.
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