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Art. 391-ter Codice Penale

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158 provvedimenti

Sanzione disciplinare detenuto: telefono in cella, colpa di tutti
La Corte di Cassazione ha confermato la sanzione disciplinare a un detenuto per la presenza di un telefono cellulare nella sua cella, condivisa con altre persone. Secondo i giudici, la semplice coabitazione in uno spazio dove viene rinvenuto un oggetto non consentito è sufficiente per presumere una responsabilità condivisa (codetenzione). Il ricorso del detenuto è stato dichiarato inammissibile perché non contestava la logica giuridica della decisione, ma si limitava a negare i fatti. La Corte ha quindi stabilito che, in questi casi, la sanzione disciplinare detenuto è legittima anche senza la prova della proprietà esclusiva dell'oggetto.
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Cellulare senza SIM in carcere: assolto, ma la Cassazione ribalta
Un detenuto, trovato in possesso di un cellulare funzionante ma privo di SIM, era stato assolto in primo grado. La Procura ha impugnato la decisione, sostenendo che il reato di accesso indebito a dispositivi di comunicazione sussiste a prescindere dalla presenza della scheda. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: per la configurabilità del reato è sufficiente che il dispositivo sia astrattamente 'idoneo' a comunicare, anche solo potenzialmente tramite Wi-Fi o con l'inserimento successivo di una SIM. La mancanza della scheda non esclude la pericolosità della condotta. Di conseguenza, la sentenza di assoluzione è stata annullata e il caso rinviato per un nuovo giudizio.
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Introduzione di droga in carcere: ricorso inammissibile, condanna
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di due persone condannate per l'introduzione di droga in carcere e di telefoni cellulari, un'attività illecita svolta in cambio di denaro dai parenti dei detenuti. Gli imputati avevano presentato ricorso, lamentando errori nella determinazione della pena e vizi procedurali. La Suprema Corte ha dichiarato entrambi i ricorsi inammissibili. Ha stabilito che non si può ricorrere per motivi a cui si è rinunciato o per la sola correzione di errori materiali. La decisione conferma quindi le condanne e chiarisce i rigidi limiti di accesso al giudizio di Cassazione, rendendo definitive le pene inflitte.
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Sequestro probatorio: cellulare in carcere, motivazione breve ok
Un detenuto viene trovato in possesso di un cellulare in carcere. La Procura dispone il sequestro probatorio del dispositivo, sospettando il suo utilizzo per reati di spaccio e possesso di armi. L'indagato contesta il provvedimento, lamentando una motivazione insufficiente. La Corte di Cassazione, però, conferma la validità dell'atto. Viene stabilito che per un sequestro probatorio è sufficiente una motivazione sintetica, purché sia chiara la connessione tra l'oggetto sequestrato e il reato ipotizzato. Non serve una prova piena, ma basta il semplice sospetto (fumus commissi delicti) e la pertinenza del bene alle indagini. L'appello del detenuto viene quindi respinto.
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Cellulare in carcere senza SIM: la Cassazione conferma il reato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un detenuto per aver ricevuto in carcere due smartphone privi di scheda SIM. Secondo i giudici, il reato di introduzione cellulare in carcere sussiste a prescindere dalla presenza della SIM. Un telefono è per sua natura uno strumento di comunicazione e la sua sola presenza in un istituto penitenziario crea un pericolo per la sicurezza, che la legge intende punire. La possibilità di connettersi tramite Wi-Fi o altre tecnologie rende la SIM un accessorio non indispensabile per commettere il reato. L'appello del detenuto è stato quindi respinto e la sua condanna è diventata definitiva.
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Telefono in carcere senza SIM: è reato. La Cassazione decide
Un avvocato viene arrestato per aver tentato di introdurre in un istituto penitenziario tre telefoni cellulari, privi di scheda SIM, destinati a un suo assistito. Il giudice di primo grado non convalida l'arresto, ritenendo che un telefono senza SIM non sia idoneo a comunicare e quindi il fatto non costituisca reato. La Procura ricorre in Cassazione. La Suprema Corte ribalta la decisione, affermando un principio fondamentale: l'introduzione telefono in carcere senza SIM integra comunque il reato previsto dall'art. 391-ter del codice penale. La legge, infatti, punisce l'introduzione dell'apparecchio in sé, a prescindere da accessori come la SIM, poiché i moderni smartphone possono connettersi tramite e-SIM o Wi-Fi. Di conseguenza, l'arresto dell'avvocato è stato dichiarato legittimo.
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Telefono in carcere senza SIM: reato anche se non può chiamare
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un detenuto trovato in possesso di un cellulare, stabilendo che il reato di ricezione di un telefono in carcere senza SIM sussiste comunque. La difesa sosteneva che il dispositivo, privo di scheda, fosse inutilizzabile. I giudici hanno invece chiarito che un telefono è per sua natura uno strumento di comunicazione. La legge punisce il pericolo potenziale che esso rappresenta per la sicurezza, indipendentemente dalla sua immediata capacità di effettuare chiamate. L'assenza della SIM non è sufficiente a escludere la responsabilità penale. L'appello del detenuto è stato quindi respinto.
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Telefono in cella: non è inosservanza provvedimenti autorità
Un detenuto, trovato in possesso di un cellulare in carcere, era stato condannato per il reato di inosservanza provvedimenti autorità. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna, stabilendo un principio fondamentale: questo reato si configura solo violando un ordine specifico e individuale, non una norma generale come il regolamento carcerario. Poiché il regolamento si applica a tutti i detenuti in modo astratto, la sua violazione non integra tale reato. Al tempo dei fatti (2018), non esisteva ancora una legge specifica che punisse il possesso del telefono in cella. L'imputato è stato quindi assolto perché il fatto non costituiva reato.
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Diniego liberazione anticipata: telefono nel miele costa caro
La Corte di Cassazione ha confermato il diniego liberazione anticipata a un detenuto. L'uomo aveva ricevuto una sanzione disciplinare per aver tentato di introdurre in carcere un cellulare, nascosto in un barattolo di miele inviatogli dalla madre. Secondo i giudici, questa condotta è un chiaro segnale di mancata adesione al percorso rieducativo e giustifica pienamente la decisione di non concedere lo sconto di pena. Il ricorso del detenuto è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese processuali e di una multa.
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Patteggia reato informatico ma fa ricorso: la Cassazione lo condanna
Un imputato, dopo aver concordato una pena tramite patteggiamento per il reato di accesso abusivo a sistema informatico, ha tentato di impugnare la decisione davanti alla Corte di Cassazione chiedendo il proscioglimento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il principio sancito è che il ricorso per cassazione patteggiamento è consentito solo per un numero chiuso di motivi, come l'errata qualificazione giuridica del fatto o l'illegalità della pena. Le censure dell'imputato non rientravano in queste categorie, rendendo l'appello impossibile. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione economica.
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Telefoni in carcere: non è amore, è aggravante mafiosa
Una donna viene messa agli arresti domiciliari per aver introdotto telefoni cellulari nel carcere dove era detenuto il compagno, affiliato alla 'ndrangheta. La difesa sosteneva che i telefoni servissero solo per mantenere i contatti personali, escludendo la finalità di agevolare il clan. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la misura cautelare. Secondo i giudici, la consapevolezza della caratura criminale del compagno e il numero di telefoni forniti erano elementi sufficienti per ritenere sussistente l'aggravante mafiosa per introduzione di telefoni in carcere. L'appello è stato quindi dichiarato inammissibile.
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Detenuto con cellulare senza SIM: per la Cassazione è reato
La Corte di Cassazione ha stabilito che il reato di accesso indebito a dispositivi di comunicazione sussiste anche per un detenuto con cellulare senza SIM. Un carcerato era stato assolto in primo grado perché i suoi smartphone non avevano una scheda telefonica. La Procura ha fatto ricorso e la Cassazione le ha dato ragione. I giudici hanno chiarito che un moderno smartphone è intrinsecamente un apparecchio di comunicazione, capace di connettersi via Wi-Fi o e-SIM. La legge punisce la semplice ricezione del dispositivo in carcere, poiché già questo mette in pericolo la sicurezza. La sentenza di assoluzione è stata quindi annullata e il caso dovrà essere giudicato di nuovo.
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Possesso telefono in carcere: condanna confermata, non è reato lieve
Un detenuto, condannato per aver nascosto un cellulare in cella, ha presentato ricorso in Cassazione chiedendo di riconoscere la lieve entità del fatto. La Corte ha respinto la richiesta, stabilendo un principio fondamentale: il possesso telefono in carcere non è mai un reato di 'particolare tenuità'. La ragione risiede nell'elevata pericolosità di tale condotta, che permette comunicazioni non controllate con l'esterno, minando la sicurezza dell'istituto penitenziario. Di conseguenza, la condanna è stata confermata in via definitiva. L'imputato ha perso la causa e deve pagare le spese processuali.
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Drone con droga: gravi indizi di colpevolezza anche se si schianta
La Cassazione ha analizzato il caso di un tentativo di introdurre droga e telefoni in un carcere tramite un drone, che però è caduto prima di arrivare. L'indagato sosteneva che il fallimento dell'operazione escludesse la sua responsabilità. La Corte ha invece stabilito un principio chiaro: i **gravi indizi di colpevolezza** non derivano dal successo dell'azione, ma dall'accordo criminale per compierla. Le intercettazioni che provavano il patto tra i complici sono state ritenute sufficienti per confermare la misura cautelare in carcere. Il ricorso è stato quindi dichiarato inammissibile, confermando che la pianificazione del reato è di per sé rilevante.
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Ricorso in Cassazione dopo patteggiamento: quando è inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'appello di un imputato contro una sentenza di patteggiamento. L'imputato aveva lamentato una motivazione insufficiente, ma la legge stabilisce regole molto rigide per il ricorso in Cassazione dopo patteggiamento. Questo tipo di ricorso è consentito solo per specifici vizi, come l'errata qualificazione giuridica del reato o l'illegalità della pena, tra i quali non rientra la generica critica alla motivazione. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di 3.000 euro.
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Ricorso Inammissibile: Appello Copia-Incolla, Condanna Definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato un ricorso inammissibile presentato da un imputato condannato per il reato previsto dall'art. 391-ter del codice penale. I giudici hanno stabilito che i motivi dell'appello erano una semplice riproposizione di argomenti già valutati e respinti nei precedenti gradi di giudizio. Non essendo state sollevate valide questioni di diritto, la Corte ha confermato la condanna, rendendola definitiva, e ha condannato l'imputato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria. La decisione sottolinea che un appello in Cassazione deve basarsi su vizi di legge e non sulla riesposizione dei fatti.
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Introduzione telefoni in carcere: condanna definitiva, ricorso K.O.
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due persone per l'introduzione illecita di telefoni in carcere. I giudici hanno dichiarato inammissibile il loro ricorso, stabilendo che le loro argomentazioni miravano a una nuova valutazione dei fatti, attività non permessa in sede di legittimità. La Corte ha ritenuto che i motivi del ricorso fossero già stati correttamente esaminati e respinti nei gradi di giudizio precedenti. La condanna è quindi diventata definitiva e i ricorrenti sono stati obbligati a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Possesso telefono in carcere: niente sconti per abusi edilizi
Un detenuto, già condannato per evasione a seguito di precedenti abusi edilizi, viene trovato con un cellulare in cella. La Cassazione ha confermato la sua condanna per il reato di possesso telefono in carcere. I giudici hanno respinto la sua richiesta di collegare tutti i reati in un unico 'disegno criminoso' e di concedergli sconti di pena. La Corte ha stabilito che una semplice successione di illeciti non è sufficiente a dimostrare un piano unitario. La personalità negativa del soggetto e i suoi precedenti penali hanno inoltre giustificato il diniego delle attenuanti generiche, rendendo il ricorso inammissibile.
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Possesso di cellulare in carcere: inutile gettarlo nel water
Un detenuto viene condannato per possesso di cellulare in carcere dopo aver tentato di nasconderlo gettandolo nel water durante una perquisizione. L'uomo presenta ricorso in Cassazione, sostenendo che la sua colpevolezza non fosse provata oltre ogni ragionevole dubbio. La Corte Suprema dichiara il ricorso inammissibile perché troppo generico. La motivazione della condanna, basata sul verbale di perquisizione e sull'ammissione iniziale del detenuto, è ritenuta logica e completa. La condanna diventa definitiva e l'uomo deve pagare le spese processuali e una multa di 3.000 euro.
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Uso illecito di cellulari in carcere: la passività diventa reato
Una donna viene accusata di associazione mafiosa, estorsione e concorso nell'uso illecito di cellulari in carcere per aver risposto alle continue chiamate del compagno detenuto. Mentre il Tribunale annulla il carcere ritenendo la sua condotta meramente passiva, la Cassazione ribalta in parte la decisione. Se per mafia ed estorsione la semplice vicinanza non basta a provare il reato, per le comunicazioni vietate la prospettiva cambia radicalmente. Rispondere assiduamente a un detenuto, conoscendo l'illegalità del mezzo, non è semplice passività. Questa condotta rafforza il proposito criminoso del carcerato, configurando un vero e proprio concorso morale. La Suprema Corte traccia così un confine netto tra la mera tolleranza di un reato e la partecipazione attiva che ne agevola la prosecuzione.
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